Disincanto 5, la recensione del finale della serie Netflix di Matt Groening

Disincanto

Tra l’indifferenza (più o meno) generale, si è conclusa anche l’ultima creatura di Matt Groening, leggendario creatore de I Simpson e di Futurama, nonché una delle menti creative più brillanti e importanti del mondo dell’animazione seriale del mondo occidentale. Un evento di cui dovuto non solo alla natura del prodotto in sé o alla ricezione del pubblico, ma ad un atteggiamento distributivo e un ritmo produttivo poco convinti, specialmente con il proseguo della narrazione.

Ci troviamo infatti a scrivere la recensione della stagione finale di Disincanto, disponibile interamente con tutti e 10 i suoi episodi su Netflix dall’1 settembre 2023, a più di un anno e mezzo dalla fine della quarta parte, senza nessuna o quasi campagna di marketing a supporto e con un revival di un’altra serie importante del creatore di mezzo. A dire il vero uno dei suoi creatori, perché sebbene ci sia il leggendario nome di Groening come marchio di garanzia e qualità, tanto è stato fatto dal Josh Wenstein, suo collaboratore di vecchia data, ma anche un autore che ha dato i natali a tante serie animate di successo. Una su tutte (e ve la consigliamo) Gravity Falls.

Tra l’indifferenza (più o meno) generale, si è conclusa anche l’ultima creatura di Matt Groening, leggendario creatore de I Simpson e di Futurama, nonché una delle menti creative più brillanti e importanti del mondo dell’animazione seriale del mondo occidentale.

Un trattamento abbastanza avvilente per un prodotto che, sì, a ben vedere ha evidentemente fallito l’intento con il quale è stato congegnato, ma che presenta dei valori artistici interessanti e che vale la pena approfondire.

Lo scopo era infatti quello di creare un serie animata di impronta fantasy sfidando il concetto di narrazione episodica e, in un certo senso, anche orizzontale, per dar vita a qualcosa di raramente visto prima, creando una vicenda ramificata ma continua e dando vita ad un universo con una sua mitologia precisa. Ovviamente con in testa una visione allegorica, dissacrante, parodistica e citazionistica colta, cercando un linguaggio metacinematografico quando possibile. Parlando di nazionalismo, razzismo, mondo dell’intrattenimento contemporaneo, complesso di Elettra, religione e scienza.

Un’ambizione enorme, scaduta in una bulimia schiacciante e che ha reso poi la struttura di base di Disincanto incapace di incorniciare poi indirizzare il tutto.

Altro giro, altra corsa

Alla fine del sogno lynchano che ha visto la principessa Bean decapitare la sua parte malvagia (la sua gemella più sexy e spietata), c’è stata l’ennesima partenza della ragazza scoiattolo, che ha così lasciato Elfo, Lucy e il regno di Dreamland in balia di sua madre, la malvagia strega Dagmar, e del suo sposo Satana.

Mentre il castello è in gran subbuglio per nascondere il corpo della versione cattiva della protagonista, la versione buona si trova finalmente con la sirena Morena, l’amore della sua vita, godendosi un momento di tentatrice egoista felicità, lontano da tutto e tutti.

Momento che dura poco, perché c’è di nuovo necessità di salvare il regno e… papà, l’ormai definitivamente esaurito Re Zøg, sperduto a Steamland, il luogo della “stienza” (come la chiama Bean). Urge dunque ricominciare nuovamente il giro di volti e location a cui Disincanto ci ha abituato.

Una sorta di refresh caleidoscopico, fatto di volti, location e trame secondarie che si vanno ad intrecciare a quella principale, che è stata a forza, ma anche la grande debolezza della struttura citata in apertura di articolo, la quale ha ceduta ad una confusione e di un numero eccessivo di trame e personaggi che con questo fare si sono andati sbiadendosi sempre di più.

Urge dunque ricominciare nuovamente il giro di volti e location a cui Disincanto ci ha abituato.

Disincanto

La seconda parte della stagione è un farraginoso correre verso il finale, diviso tra la necessità di dover chiudere i vari fili in vista della conclusione della serie e la voglia di andare sempre al contrario e di sfidare le regole del genere (dei generi) di riferimento.

Una struttura doppia che si è ripetuta praticamente dalla terza stagione in poi. In modo, sinceramente, quasi mal del tutto riuscito, anche se i finali, in quanto momento a sé, non mai stati deludenti e questo dell’ultima stagione di Disincanto non fa eccezione, anzi.

Una chiusura che nella sua prevedibilità e nella sua ormai inevitabile incompiutezza dimostra la bontà del tono della serie tutta e uno o due momenti di inventiva dal sapore Monty Python davvero niente male.

Commento finale

Guardandosi indietro, si può dire che Disincanto è stata costruita con delle idee di basi interessantissime, ma non è riuscita a dare continuità ad una prima stagione riuscita nella sua concezione di linguaggio molto stratificata (quasi intellettuale) e nella chiarezza della sua costruzione strutturale.

La serie presenta diversi buchi di trama, diversi personaggi senza un autore e un ritmo compassato a tratti in modo esasperante, come se fosse più ostinazione che funzionalità o adattabilità al linguaggio scelto.

Di fatto nella sua confusione la serie trova una riconoscibilità in questo suo continuo girare in mezzo a luoghi, tempi e piani esistenziali, trovando il suo baricentro emotivo e narrativo nel palazzo verticale (non a caso) di Dreamland, che è anche un po’ racchiude un po’ il senso con cui l’universo è stato costruito.

Guardandosi indietro, si può dire che Disincanto è stata costruita con delle idee di basi interessantissime, ma non è riuscita a dare continuità ad una prima stagione riuscita nella sua concezione di linguaggio molto stratificata (quasi intellettuale) e nella chiarezza della sua costruzione strutturale.

Disincanto

Ci sono tante idee, tante soluzioni narrative, delle trovate linguistiche, un archivio citazionistico fornitissimo e un modo di fare metanarrazione, anche sul linguaggio comico stesso, veramente interessanti, rivelatrici di un Groening che improvvisamente ha un guizzo per poi riscendere nella nebbia colorata che è tutto il resto.

Una luce che ogni tanto lascia intravedere l’originalità di un autore che ha costruito una storia al femminile gagliarda e anticonformista e che è riuscito a sfruttare a pieno i suoi tre personaggi principali, tutti e tre molto interessanti e carichi di significato. Peccato per molti degli altri.

Disincanto è una serie per pochi, a cui bisogna perdonare molto, ma a cui vale la pena dedicare il proprio tempo per tutto ciò che ha al suo interno, anche se sfilacciato e non sempre perfettamente a fuoco. Una serie che ha le caratteristiche base per quella natura ambigua che potrebbe renderla anche un oggetto di culto.

Disincanto è interamente disponibile su Netflix dall’1 settembre 2023 con il rilascio dell’ultima stagione.

65
Disincanto
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Disincanto, la serie Netflix creata da Matt Groening, trova il suo finale con la quinta stagione, riproponendo pregi e difetti di una creatura dalla natura ambigua. Sperimentale, innovativa, colta e raffinata, ma compassata, incompiuta e bulimica. La struttura di questa ultima parte è più o meno la stessa delle precedenti due stagioni, con una prima parte più caleidoscopica e farraginosa e un finale spesso elegante nelle soluzioni e con più di un guizzo originale. Questo nello specifico permette a Bean, Elfo e Lucy di terminare le loro avventure compiendo il loro arco personale, con tutte le limitazioni del caso.

ME GUSTA
  • I tre protagonisti compiono i loro rispettivi archi.
  • I guizzi di Groening, dal punto di vista narrativo e del linguaggio.
  • La sua natura sperimentale, sia nella struttura che nel tipo di racconto.
  • La stratificazione colta e complessa con cui costruisce il suo universo.
FAIL
  • L’incompiutezza delle intenzioni originali.
  • L’ostinazione ad un ritmo a tratti incomprensibilmente compassato, anche nella comicità.
  • La bulimia di personaggi, luoghi e sottotrame, alcune sbiadite e inutili.
  • La narrazione si perde nel suo continuo girare per l’universo costruito.
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