È sinceramente straordinario quanto una saga possa dilatare la propria narrazione, sublimare il proprio personaggio, costruire un world building di una complessità incredibile e astrarre così tanto il proprio format da utilizzarlo come mezzo di esplorazione di generi e altri immaginari cinefili pur rimanendo di una coerenza di fondo incredibile. E questo è un discorso che esula dalle sperimentazioni coreografiche, i cambiamenti nella scrittura della storia, l’impostazione fotografica o lo sguardo registico. Il discorso qui verte tutto sulla purezza, il mantenimento e la solidità di un’idea cinematografica che ha evoluto la sua espressione, ma non ha mai cambiato la sua natura.

Nella recensione di John Wick 4, al cinema dal 23 marzo 2023 (quasi un anno di ritardo causa pandemia), vi parliamo del capitolo che ha elevato lo status della saga del sicario con il volto di Keanu Reeves creata da Chad Stahelski fino al metafisico, segnando il culmine di un percorso iniziato con una pellicola che utilizzava una piccola trama come un enorme pretesto per rinnovare il linguaggio action del blockbuster americano contemporaneo e arrivato ora ad un film talmente estremo che utilizza direttamente l’impianto cinematografico per toccare altre forme d’arte (e per innestare nel suo corpus le ramificazioni di tutti vari progetti spinoff).

John Wick è divenuto letteratura, moda, pubblicità, danza, architettura, videogioco, addirittura metacinema. John Wick è divenuto firma, è divenuto griffe. Eppure, la sua natura è sempre la stessa: sperimentare i linguaggi, le trasformazioni e le evoluzioni del cinema action.

In questo quarto capitolo tutto è cambiato per rimanere lo stesso, anche questo in perfetta coerenza con l’idea di base di una saga del genere, nonostante un approccio al personaggio e ai tempi della storia più tagliati, rigorosi, meno sfumati, ma più fumosi sia nella costruzione dei concetti che nella caratterizzazione dei personaggi (è il primo film non scritto da Derek Kolstad), un minutaggio spropositato e un’idea visiva forse più barocca che manieristica, nel senso di ridondanza e bulimia di elementi, situazioni, inquadrature, sequenze esagerate, iperboliche e appariscenti.

John Wick è divenuto letteratura, moda, pubblicità, danza, architettura, videogioco, addirittura nel metacinema. John Wick è divenuto firma, è divenuto griffe. Eppure, la sua natura è sempre la stessa: sperimentare i linguaggi, le trasformazioni e le evoluzioni del cinema action.

Si arriva a dei momenti in cui non si capisce neanche bene realmente il senso di quello che si sta guardando, non per un discorso di sospensione dell’incredulità, ma perché potrebbe appartenere benissimo sia ancora un film action e sia anche ad una performance di arte contemporanea.

I protagonisti stessi (grandi e piccini) sono un’ennesima galleria, nel loro caso di volti, vestiti, pose e frasi in latino. Interpretati da attori in grande forma, da Ian McShane e Laurence Fishburne, passando per il compianto Lance Reddick, Hiroyuki Sanada, Clancy Brown, Scott Adkins, Shamier Anderson fino al clamoroso Donnie Yen, il quale rischia di rubare la scena al protagonista stesso, un po’ imbolsito rispetto al passato e forse il meno brillante di tutti, tolto Bill Skarsgård, che fornisce una prova piuttosto misera.

Ecco, la capacità di non prendersi sul serio, una delle caratteristiche che ha spesso salvato lo sviluppo del franchise, qui scompare (neanche troppo) gradualmente, portando tutto su un tono così serioso da appesantire una narrazione che dovrebbe essere un tappeto e poco altro e che invece viene investita di un’attenzione e di una complessità eccessive.

 

Aggiungi un posto alla Tavola

John Wick (Reeves) ha fatto tutto. È morto, è risorto, è uscito dal giro, è tornato nel giro, ha difeso le regole, ha cambiato le regole, ha servito la Tavola, ha tradito la Tavola, ora vuole annientarla, vuole superarla, vuole porsi al di sopra di essa.

John Wick ha sfidato il mondo, il mondo in cui è nato, nel quale è stato cresciuto e che ha contribuito a cambiare. Ma il mondo è troppo grande e intricato per poter prendere in considerazione un semplice uomo come minaccia reale. Anche se quell’uomo è John Wick. Stupido mondo, direte voi.

Eppure, un fondo di verità c’è: per spaventarlo bisogno essere simbolo, idea. Bisogna essere l’Uomo Nero. Baba Yaga. Tutte cose che John può fare comunque.

Per difendersi da un pericolo del genere il mondo potrebbe decidere di fare anche una cosa pericolosissima come sospendere l’ordine corrente e affidarsi ad un singolo individuo, magari uno neanche troppo affidabile se volete il parere di chi scrive, ma senza dubbio dotato di indole e strumenti adatti al massacro. Uno come il marchese Vincent de Gramont (Skarsgård).

È morto, è risorto, è uscito dal giro, è tornato nel giro, ha difeso le regole, ha cambiato le regole, ha servito la Tavola, ha tradito la Tavola, ora vuole annientarla, vuole superarla, vuole porsi al di sopra di essa.

Donnie Yen

Egli, come ogni villain da Hong Kong movie che si rispetti, recluta, per annientare il protagonista, un suo uguale, ma contrario, possibilmente migliore, possibilmente “buono” anch’egli, magari ancora in ottimi rapporti. In questo caso un vecchio amico di Wick, Caine (Yen), che insieme al sicario e all’altro assassino, quello col cane e dall’identità sconosciuta (Anderson). Loro tre insieme compongono un po’ il senso dell’operazione del film: espansione dell’archetipo creato tra sperimentazione e ritorno alle origini che lo hanno ispirato.

Da Okama si arriva a Parigi, passando per Berlino e ficcandoci in mezzo pure il deserto, in una sorta di tour della destrutturazione del mondo criminale, che si spinge fino alla riesumazione del principio fondante che ne regola il funzionamento così come regola la vita e la morte dell’uomo che ne è il simbolo. Che poi alla fine è John Wick, sempre lui, cioè lo stesso che lo vuole distruggere.

Baba Yaga: State of Mind

In John Wick 4 di questo parliamo: un processo di destrutturazione sia della mitologia che la saga ha costruito, che del suo approccio al rinnovamento del genere di cui ormai è esponente principe nel cinema commerciale. Un modo per ritornare alle origini quasi semiotiche e poi espanderle a dismisura, portarle ad un livello nuovo, in grado di toccare altre vette.

Questo capitolo vive di estremizzazioni visive e narrative, sviscerando le parti action, dilatando il più possibile i tempi, ricercando delle ambientazioni sempre meno credibili, usuali, ma sempre più artificiose, quasi eteree. Fa parlare i personaggi in latino, cita La Divina Commedia, King Lear, I guerrieri della notte, Barry Lyndon e I tre dell’operazione drago, richiama architetture quando gotiche, quando iperfuturistiche. Le sequenze di azione sono lunghissime, ridondanti, più ricche (ce n’è una girata in isometria addirittura), ma sicuramente molto meno giocose rispetto al passato, c’entrate ad un ricerca di perfezione stilistica per fortuna sempre accompagnata dalla volontà di renderle comprensibile.

Un modo per ritornare alle origini quasi semiotiche per poi espanderle a dismisura, portarle ad un livello nuovo, in grado di toccare nuove vette.

John Wick 4

Di questo sistema fa parte anche la decisione di portare sullo schermo due approcci completamente diversi alle arti marziali al cinema, presentandoci un attore che è capace di esprimere qualsiasi forma interpretativa mentre si esibisce contrapposto ad uno che invece deve scindere i due momenti, che è poi il dualismo Occidente e Oriente. Cosa che ci rende molto felici.

In questo enorme bagaglio di contenuti e materiale esperienziale, in cui si può andare fuori registro spesso e volentieri, il più grande difetto di John Wick 4 è invece molto più banale, ovvero la debolezza della struttura. E non parliamo della trama, per quanto essa è stata comunque un punto di forza della saga per la sua funzione e non solo, ma per la sua incapacità di sorreggere tutto ciò che sopra le viene posto, ivi compresa l’importanza, l’attenzione, i focus tematici, che invece sono di una semplicità che mal si sposa con la complessità che gli si vuole attribuire. Questo, combinato con la gestione tagliata con l’accetta, sfibra lo spettatore, facendolo girare molte volte a vuoto e svuotando la vicenda della sua epica. Di contro il terzo atto restituisce una soddisfazione che sembrava essere ormai insperata.

John Wick 4 arriva nelle sale italiane il 23 marzo 2023 con 01 Distribution.

70
John Wick 4
Recensione di Jacopo Fioretti

John Wick 4 è il nuovo capitolo del franchise creato da Chad Stahelski e il primo senza lo sceneggiatore Derek Kolstad. Accanto all'immancabile Keanu Reeves stavolta troviamo Hiroyuki Sanada, Clancy Brown, Scott Adkins, Shamier Anderson, Bill Skarsgård e il clamoroso Donnie Yen, oltre ai ritorni di Ian McShane, Laurence Fishburne e il compianto Lance Reddick. Si tratta di una pellicola estrema da tutti i punti di vista: tematico, stilistico, narrativo. Un titolo che vive di una dilatazione esasperante dei tempi, di una ridondanza in termini di ricercatezza e rappresentazione e di una voglia di sperimentazione continua. La sorpresa sta nella coerenza di fondo di tale, complicato, progetto. La nuova frontiera dell'action movie statunitense, l'idea del meccanismo della sega elevata al metafisico, quasi al metacinema.

ME GUSTA
  • Le sperimentazioni nelle sequenze action.
  • Tutti gli interpreti sono in grande forma, tolto il villain.
  • L'evoluzione del franchise è coerente e sbalorditiva.
  • Le estremizzazioni stilistiche, narrative, tematiche appesantiscono, ma danno un senso rinnovato al franchise.
  • Nota a parte per Donnie Yen, che regala uno dei personaggi migliori della saga.
FAIL
  • Il minutaggio estremo e la gestione dei tempi.
  • L'assenza di quella giocosità che ha contraddistinto sempre il franchise.
  • Il sovraccarico tematico, soprattutto ai danni della struttura primitiva del film.
  • Il villain non è molto ispirato.
  • L'eccessiva ridondanza non sempre paga in termini di qualità.