Everything Everywhere All at Once e perché i multiversi al cinema hanno successo

Everything-Everywhere-All-at-Once e i multiversi al cinema

Le sette statuette degli Oscar di Everything Everywhere All at Once hanno sancito in maniera definitiva che i multiversi al cinema riscuotono successo oggi come oggi, anche al di fuori delle storie di genere. Vogliamo provare a chiederci il perché, e a dare alcune risposte (stimolando anche il vostro spirito critico e analitico). In un film come quello dei The Daniels, che incrocia dramma e genere, siamo arrivati al punto che i cinecomics e le produzioni “impegnate” possono finalmente essere inglobati in uno stesso prodotto.

Benvenuti nell’era dei multiversi

Everything-Everywhere-All-at-Once e i multiversi al cinema

L’aspetto alternativo di Everything Everywhere All at Once (che solitamente caratterizza diversi lungometraggi da premi), è il fatto di non riuscire ad essere ben definibile, di scardinare delle idee sui classici incasellamenti che solitamente vengono fatti, e di aprire una porta all’originalità, che però, in questo caso, ha un “origine”. Everything Everywhere All at Once ha due matrici di base: la multiculturalità degli ultimi dieci anni e lo strapotere cinematografico dei cinecomics.

Questa commistione ha prodotto un film ibrido, in cui sono stati coinvolti i fratelli Russo, assieme all’interprete di Data de I Goonies Ke Huy Quan, ed alla regina degli slasher horror Jamie Lee Curtis. Stiamo parlando di una coppia di registi di grandissimo successo, assieme ad una vecchia meteora anni Ottanta, e ad una interprete da sempre relegata all’interno del cinema di genere. E poi non dimentichiamo i veri registi del film, ovvero i The Daniels, e l’interprete protagonista Michelle Yeoh. Si tratta di un minestrone che solo dieci anni fa sembrava difficile da poter creare, eppure tutto ciò ha partorito un film che per certi versi potrebbe essere seminale, e per altre ha radici profonde. Un lungometraggio che ha padri celebri da un lato, e dall’altro dimenticati.

L’idea di mischiare il dramma con il multiverso è un qualcosa che, a pensarci bene, accomuna un film che negli anni ha guadagnato uno status di cult: stiamo parlando di Mr. Nobody, pellicola del 2009 diretta da Jaco Van Dormael e con protagonista Jared Leto. Al centro della storia c’è il percorso di vita di Nemo Nobody, un centenario che è anche l’ultimo uomo che morirà di vecchiaia in una civiltà che ha raggiunto l’immortalità. La vita di Nemo viene ripercorsa attraverso l’analisi e la visione delle strade che avrebbe potuto prendere il suo percorso, che vengono continuamente incrociate, per una sorta di multiverso narrativo. In Mr. Nobody si racconta la storia di una persona, mostrando come sarebbe potuta andare la vita del protagonista se avesse fatto scelte diverse. La storia distributiva di questo film fa intendere come 14 anni fa fosse praticamente impensabile che lungometraggi di questo genere potessero diventare mainstream. Mr. Nobody doveva debuttare durante il Festival di Cannes 2009, ma, alla fine, ebbe la sua premiere alla Mostra del Cinema di Venezia. La sua distribuzione negli Stati Uniti avvenne due anni dopo, ed in Italia non è mai stato distribuito nelle sale cinematografiche. Solo nel 2016 è arrivato on demand nel Nostro Paese.

I Cinecomics apripista dei multiversi sul grande schermo

Doctor Strange nel Multiverso della Follia

La storia produttiva e distributiva di Mr. Nobody fa intendere come il decennio 2010-2020 sia stato uno spartiacque che ha aperto la società ed il mondo dell’intrattenimento ad una rivoluzione narrativa e tematica, che oggi ha portato alle sette statuette di Everything Everywhere All at Once. I tanto vituperati cinecomics, e soprattutto la nascita dell’apparato narrativo dell’Universo Cinematografico Marvel, ha aperto all’idea di un collegamento totale tra più film, anche con personaggi e storie differenti (il fatto d’incrociare Thor con Iron Man o Captain America era un qualcosa di inconcepibile per le case di produzione fino agli anni Duemila), lo spostamento di figure centrali del cinema in televisione, e viceversa. Con i cinecomics è nata una complessità narrativa che, in Spider-Man: No Way Home e con Doctor Strange nel Multiverso della Follia si è palesata totalmente con l’apertura del multiverso (e che con Ant-Man and the Wasp: Quantumania è arrivato allo step successivo).

Perché tanti di anni di cinecomics hanno creato più attori per lo stesso ruolo, più storie con gli stessi personaggi, e figure tutte assimilabili ad un’unica macro-storia.

E ciò ha aperto anche alla possibilità di ricollegarsi alle operazioni fatte dal media fumetto, che più volte ha ribaltato storie, personaggi, e situazioni sfruttando i suoi tanti anni di produzioni editoriali. Tutto ciò fa riflettere sul fatto che la quantità sia capace di creare complessità. In Fisica massa ed energia sono correlate, e spostando questo discorso verso il cinema e la narrazione, potremmo parlare del fatto che la massa ingente di un universo narrativo sia in grado di sprigionare un’enorme quantità d’idee, tale da fabbricare sempre più incroci di storie, luoghi e personaggi, complicandoli a dismisura.

Troppo celebrare senza complicare il pane

Everything-Everywhere-All-at-Once e i multiversi al cinema

Samuele Bersani canta in Giudizi Universali “troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane”. Ebbene, viviamo nell’epoca in cui il pane è complicato, ma, allo stesso tempo così leggero ed alternativamente gustoso. E qui passiamo all’altra tematica: la multiculturalità. Il decennio 2010-2020 ha segnato anche l’apertura totale della società e del cinema alle altre culture, l’occidente ha abbracciato (affrontando anche delle forti correnti repulsive) l’idea che la sua società sia divenuta veramente complessa e ricca di altri modi di vivere e vedere il mondo, che, a loro volta, hanno cambiato il modo di essere dell’Occidente stesso. Non si può oggi vivere negli Stati Uniti senza considerare quanto questa società subisca l’influenza delle comunità orientali che la abitano, e questo discorso è replicabile in molte nazioni, a seconda della loro storia. Il mondo si è complicato nel termine più letterale, e non si tratta di una complessità artificiale: è tutto così naturale e consequenziale, che i problemi più grandi nascono dal cercare d’impedire che questo cambiamento possa evolversi.

Questi discorsi sembrano aver allontanato molto il discorso da Everything Everywhere All at Once, ma considerate questi elementi: stiamo parlando di un film drammatico sul multiverso con due protagonisti cinesi, un’attrice americana di pellicole di genere, due registi indipendenti semi esordienti, ed altri due filmmaker capaci di realizzare uno dei blockbuster di maggiore successo nella storia. Questo assemblaggio creativo e culturale ha prodotto un progetto da sette premi Oscar, due Golden Globe ed una risonanza mondiale. Se ciò è potuto accadere è perché il mondo è cambiato e, che ci vogliate credere o no, siamo entrati in un’era multiversale. Già il Novecento ci aveva consegnato il postmodernismo, e la capacità d’immergerci in universi narrativi capaci d’interagire fra loro per creare mondi a sé: luoghi immaginari in cui i supereroi, i film di genere, ed i personaggi di fantasia potevano alimentarsi a vicenda per creare altri character ed altre storie. Oggi, i nipoti narrativi del postmodernismo hanno amalgamato sé stessi ad una società multietnica, con una scienza che è a lavoro sui computer quantici e su sistemi tecnologici ancora più complessi. I nipoti del postmodernismo sono capaci di vivere ed alimentarsi in un miscuglio di generi, razze ed emozioni che non straniano più rispetto a solo un decennio fa. Oggi la complessità è quotidiana, viviamo in un mondo tutt’altro che lineare. Stiamo toccando con mano anche culturalmente, e vedendo sullo schermo l’attuazione della società liquida, ed Everything Everywhere All at Once ce lo ha dimostrato una volta per tutte, facendoci capire che sì, è un qualcosa di davvero figo.

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