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Ritrovata l’Endurance, la nave di Shackleton

3 settimane fa

8 minuti

Ritrovato in Antartide, a 3.000 metri di profondità nel Mare di Weddell, il relitto della Endurance, la nave protagonista di una delle più incredibili avventure di esplorazione che nel 1915, sotto la guida di Ernest Shackleton, puntava alla traversata dell’Antartide.

A distanza di 107 anni, la spedizione Endurance22, organizzata dal Falklands Maritime Heritage Trust, è riuscita identificare e filmare i resti incredibilmente intatti della nave che ha ispirato i sogni di moltissimi successivi avventurieri. Alla nave è intitolata anche una delle capsule spaziali Crew Dragon di SpaceX. Gran parte della tre alberi, lunga 44 metri è stata rinvenuta a 3.008 metri di profondità, è rimasta perfettamente conservata nelle fredde acque antartiche ed è ancora possibile leggerne a poppa il nome inciso in lettere dorate: Endurance. Ma prima di andare nei dettagli della missione, facciamo un passo indietro ed andiamo a ricordare la storia mitologica di questa nave che ha ispirato scrittori, avventurieri e sognatori di tutto il mondo.

La spedizione Endurance, conosciuta anche come spedizione imperiale trans-antartica (Imperial Trans-Antarctic Expedition), fu una missione esplorativa che si proponeva come obiettivo l’attraversamento dell’Antartide via terra a piedi con slitte trainate da cani per 2.900 km a una media di 24-32 km al giorno, impiegando quindi da 3 a 4 mesi circa di viaggio. Una missione fallita ancor prima di cominciare, perché la nave fu stritolata dal pack nel mare di Weddell il 21 novembre 1915. L’Endurance era una goletta a tre alberi, lunga 144 piedi (circa 44 metri), costruita appositamente per le acque polari, e aveva uno scafo in quercia massiccia spesso 76 cm. Partì dalla Georgia del Sud il 5 dicembre del 1914, poco dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e nonostante la distanza fosse molto importante anche in Antartide si respirava aria di guerra: mentre l’Endurance entrava nel Mare di Weddell, le flotte inglesi e tedesche si affrontavano poco più a nord nella Battaglia delle Isole Falkland.

Ma il nemico che Shackleton e i suoi uomini si trovarono di fronte era di diverso tipo.

Il Mare di Weddell, che si estende su un’area di oltre 2,6 milioni di km2, è uno degli ambienti più remoti e spietati del mondo, disseminato di iceberg e spazzato da fortissimi venti superficiali. Shackleton lo chiamava il peggiore mare del mondo. Tuttavia lo stesso Ernest Shackleton era uno dei più preparati, veterano di precedenti esplorazioni antartiche, aveva partecipato alla grande corsa per raggiungere il Polo Sud, prima che l’esploratore norvegese Roald Amundsen riuscisse nell’impresa. Difatti inizialmente la spedizione fece ottimi progressi, ma con l’avanzare dell’inverno antartico del 1915, gli uomini si trovarono intrappolati nel ghiaccio marino.

Nonostante i tentativi di liberare l’Endurance dai ghiacci, il 14 e 15 febbraio del 1915, la nave rimase irrimediabilmente bloccata. (fotografia ©Frank Hurley – Getty Images)

Alle 7 del pomeriggio si sviluppò una pressione molto forte, con forze di torsione che spingevano sulla nave a poppa e prua – scrisse Shackleton martedì 26 ottobre – Dal ponte potevamo vedere la nave piegarsi come un arco sotto una pressione titanica.

Il 21 novembre del 1915 la nave, non resistendo più alla costante pressione della banchisa, dopo 281 giorni dall’incagliamento sprofondò nel ghiaccio, inabissandosi nei pressi del 70º parallelo di latitudine Sud e costringendo Shackleton e il suo equipaggio a un’incredibile lotta per la sopravvivenza in uno dei luoghi più inospitali della Terra, a migliaia di chilometri dalle più vicine terre abitate e dal soccorso. I ventotto uomini dell’equipaggio furono costretti a lottare per sopravvivere, con provviste limitate e in un ambiente in cui la temperatura oscillava da -22 °C a -45 °C, dormendo per cinque mesi sul ghiaccio.

Questa sera, mentre eravamo sdraiati nelle nostre tende, abbiamo sentito il Boss urlare. Se ne sta andando, ragazzi – scrisse un membro dell’equipaggio – Siamo usciti subito e abbiamo raggiunto la postazione di vedetta e altri punti di avvistamento ed eccola lì, la nostra povera nave a due chilometri e mezzo da noi che lottava nella sua mortale agonia. Affondò prima di prua, sollevando la poppa. Poi si immerse rapidamente e il ghiaccio si chiuse sopra di lei per sempre

La Endurance ritrovata

Più di cento anni sul fondo dell’oceano, ma come mai è stato così complesso il suo ritrovamento. Nel 2019 la Falklands Heritage Maritime Trust ha organizzato la prima spedizione alla ricerca della nave, ma non è riuscita a localizzare il relitto. Nell’inverno del 2022 è stato fatto un secondo tentativo, con la spedizione Endurance22 scoprendo che una delle maggiori difficoltà era proprio individuare l’ubicazione della nave.

Dopo essere rimasta intrappolata nel ghiaccio, l’Endurance ha continuato a essere trasportata insieme ai blocchi di banchisa mossi dalla corrente.

Quando alla fine l’imbarcazione, schiacciata dai ghiacci, è affondata, il capitano dell’Endurance, Frank Worsley, ha fatto delle misurazioni per stabilirne la posizione usando un sestante, e ha registrato le informazioni sul proprio diario. Tuttavia il giorno in cui gli uomini hanno abbandonato la nave la visibilità era scarsa, e Worsley non è riuscito a fare correttamente le misurazioni che avrebbero permesso di calcolare la direzione e la velocità di spostamento delle lastre di ghiaccio. Difatti gli studi hanno cercato in primis di rivedere i rilevamenti di Worsley per cercare di individuare la posizione della nave, in secondo luogo c’era la questione dei cronometri di bordo di cui disponeva allora l’equipaggio. Usando le odierne mappe del cielo, molto più accurate di quelle di cento anni fa, i ricercatori hanno calcolato che gli orologi dell’Endurance correvano più velocemente di quanto considerato dall’equipaggio, un errore che ha spostato il punto nave a ovest rispetto all’ultima posizione registrata da Worsley. Ecco perché le prime missioni hanno sempre provocato dei “buchi nell’acqua”. Ovviamente oltre a individuare la posizione, l’altra sfida più grande da affrontare è stato il ghiaccio marino.

Un esperto di Londra aveva stimato che le nostre probabilità di riuscire anche solo a passare attraverso il ghiaccio erano del 10% – afferma Shears – Fortunatamente la rompighiaccio S. A. Agulhas II era in grado di procedere tra ghiacci di un metro di spessore a una velocità di cinque nodi. Ciononostante la nave da ricerca è stata brevemente “trattenuta” dal ghiaccio a febbraio, quando la temperatura è scesa a -10 gradi Celsius.

La rompighiaccio Agulhas II solca le spesse lastre di ghiaccio sul Mare di Weddell, che è ancora una delle regioni più remote e proibitive del pianeta. (Fotografia di ©Esther Horvath / NATIONAL GEOGRAPHIC)

Dopo che la rompighiaccio ha raggiunto quella che era stata identificata come l’area target l’equipaggio ha iniziato l’attività di ricerca subacquea dell’Endurance. Per perlustrare il fondo marino a 3.000 metri di profondità sono stati usati due AUV (Autonomous Underwater Vehicle), sottomarini autonomi dotati di sonar e strumenti per il rilevamento visivo. I “droni” sottomarini di circa 3,5 metri di cui era dotata la spedizione sono in grado di operare autonomamente fino a 150 km di distanza dall’imbarcazione che li controlla e progettati per resistere a pressioni e temperature estreme e proprio loro sono riusciti a recuperare le prime immagini del relitto dell’EnduranceBound e Shears erano usciti a fare due passi sulla banchisa quando sono arrivate le prime immagini trasmesse dagli AUV, ricorda Bound.

Quando siamo tornati sulla nave, siamo andati sul ponte. C’era uno degli addetti agli AUV, con un sorriso da parte a parte. Quando mi ha mostrato il primo fotogramma, mi è sembrato di aver raggiunto l’obiettivo di tutta una vita.

Il Direttore della spedizione di ricerca Bound spiega che quando ha visto le prime immagini dal sottomarino, lui e gli altri membri del team, composto da sessantacinque persone, erano sicuri che si trattasse dell’Endurance e non di un altro relitto. Ma la prova inequivocabile è stata presto messa letteralmente a fuoco con un primo piano della poppa che ha mostrato le lettere in bronzo che componevano la scritta Endurance sopra una stella polare.

Vado in cerca di relitti da quando avevo 25 anni, e non ne ho mai trovato uno così ben conservato – ha raccontato l’archeologo marino Mensun Bound, 69 anni, attraverso un telefono satellitare, mentre insieme ai suoi compagni dell’equipaggio intraprendeva il lungo viaggio di ritorno verso Cape Town – Si vedono ancora chiaramente i fori dei bulloni, e tutto il resto.

Nulla è stato portato via e sarà portato in superficie: i sottomarini si sono limitati a fare riprese video e rilievi che saranno utili agli studiosi. Questo mentre intanto, in superficie, altri scienziati effettuavano studi e rilievo sulla situazione e l’evoluzione del ghiaccio marino.

Il relitto dell’Endurance resterà sul fondale antartico, vero monumento all’era delle esplorazioni polari e a una incredibile storia vera di sopravvivenza.

Fonti

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