Nessuno si è mai domandato il perché usiamo strane vocine quando ci rivolgiamo ai bambini? Uno studio di 40 scienziati con nazionalità diversa spiega finalmente il perché. Il prestigioso gruppo di ricerca è guidato da Courtney B. Hilton della Harvard University di Cambridge (Stati Uniti). In collaborazione con Cody J. Moser e della University of California di Merced (Stati Uniti). I risultati provengono da più di 1.600 registrazioni vocali tratti da 21 società differenti disseminate in sei continenti.

Analisi dati e teorie

Gli autori della ricerca sono partiti da una specifica domanda. Anche individui di culture differenti e con lingue diverse usano modulazioni con strane vocine per parlare con i bambini? Di solito quando parliamo con un bambino il nostro tono di voce diventa quasi quello emesso, se aspiriamo elio da un palloncino. Ecco che lo studio ha motivato il perché di un simile comportamento. Facendo così si favorisce l’apprendimento del linguaggio da parte del bambino mitigando il suo umore e i suoi stati d’animo. Ciò succede anche in culture diverse? Per conoscere la risposta si sono analizzati 410 partecipanti. Si è chiesto loro di rivolgere un discorso a un bambino “imbronciato” e dopo a un adulto. Successivamente di immaginare di cantare una canzone prima al bambino e poi all’adulto. Alla fine sono venute fuori 1.615 registrazioni, poi esaminate con il computer per studiare 15 differenti tipi di peculiarità acustiche: tono, timbro e ritmo.

I risultati dell’esperimento

Il responso del test è stato che le caratteristiche acustiche dei discorsi e dei canti verso i bambini hanno elementi simili. Il tutto confrontando le 21 differenti culture dei partecipanti. Il discorso fatto a un bambino risulta più acuto e con una più ampia diversificazione di intonazioni. Esse assomigliano a quelle di differenti specie animali che si trovano in pericolo. Gli studiosi quindi pensano ci siano dei legami con la bioacustica, scienza che vede l’impiego di varie forme di comunicazione animale in specifici contesti.

Lo studio ha coinvolto gruppi di persone casuali chiedendo loro di individuare i suoni che gli davano da ascoltare. Si tratta dei naive listeners (uditori consapevoli) selezionati fra i partecipanti con residenza in differenti paesi del mondo. Hanno saputo riconoscere un discorso fatto a un bambino da quello rivolto a un adulto, anche solamente dal tono della voce. Il canto è molto più associato rispetto al parlato nella comunicazione con i bambini.

I limiti dello studio

Lo studio ha le sue limitazioni, perché nonostante l’esperimento sia su un numero vario e cospicuo di partecipanti, non rappresenta l’intera umanità. Le registrazioni vocali sono state richieste dai ricercatori e quindi influenzate. Un modo per avere registrazioni standard e ottenere campioni omogenei con risultati di studio sistematici.

Le dichiarazioni degli studiosi

Il team, con al vertice Courtney Hilton, ha scritto:

 

Abbiamo mirato a massimizzare la diversità linguistica, culturale, geografica e tecnologica. Le registrazioni documentano vocalizzazioni in 18 lingue di 12 famiglie linguistiche e rappresentano società situate in sei continenti, con vari gradi di isolamento dai media globali, tra cui quattro società su piccola scala che non hanno accesso alla televisione, alla radio o a Internet e quindi hanno un’esposizione fortemente limitata alla lingua e alla musica di altre società. I risultati si aggiungono alla nostra comprensione del linguaggio e del canto umano e suggeriscono che alteriamo le nostre vocalizzazioni nei confronti dei bambini in un modo che sia coerente tra le culture e ampiamente riconoscibile, e possa avere una funzione comune.

 

Baby talk

Sottolineiamo il concetto di baby talk: non è altro che uno stile di discorso fatto dagli adulti mentre si parla con un bambino. L’Università di Harvard rivela che il baby talk è universale, perché tutte le persone quando parlano tramutano le loro voci in strani acuti suoni. Il baby talk è caratterizzato da un tono sempre più alto con una frequenza della voce più lenta e una cadenza somigliante a una canzone. Inoltre, i baby talk fanno espressioni facciali esagerate: alzamento delle sopracciglia, tanti sorrisi e la bocca più aperta.

Baby Babble

Esiste un dibattito su quanto sia importante parlare con strane vocine ai bambini. C’è chi afferma che un discorso fatto lentamente con voce canora e parole strane sia abitudine con i bambini. Nel passato dicevano che era dannoso. Altre ricerche invece dicono che sia fondamentale farlo. Il baby talk da molti viene considerato un valido aiuto per le prime abilità nel linguaggio legate a scrittura e lettura. I bambini comprendono il significato generico delle parole di un adulto ancor prima di riuscire a parlare in modo chiaro.

Ecco infine i consigli per la comunicazione con i bambini.

  • conversazioni avanti e indietro in baby talk
  • imitazione vocalizzazioni del bambino (ba-ba o goo-goo)
  • rafforzare comunicazione con sorrisi ed espressioni facciali
  • ripetizione dei gesti del bambino
  • osservare il bambino mentre fa rumori