Botrillo: un aiuto per Parkinson e Alzheimer

botrillo

Uno studio delle Università di Stanford, Padova e Cham Zuckerberg Biohub ha scoperto il botrillo. Trattasi di un piccolo invertebrato marino, valido aiuto per Alzheimer e Parkinson. Il botrillo con l’età riduce i neuroni e abilità comportamentali, come succede all’uomo. Il suo cervello presenta anche dei geni caratterizzanti sindromi neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

I botrilli sono molto comuni nei nostri mari, vivono in piccole colonie e hanno una riproduzione asessuata. In laboratorio possono avere una vita molto più lunga. Infatti, sono al centro di uno studio che ha rilevato in essi la presenza di una degenerazione del cervello simile a quella dell’uomo. Ecco che gli studiosi vogliono scoprire meglio i processi di decadimento del sistema nervoso del botrillo per aiutare tali casi di malattia umana. La ricerca ha preso in esame colonie di botrillo scoprendo che nell’invertebrato avviene una riduzione dei neuroni e delle abilità comportamentali.

 

Ancor più incredibile è stato poi verificare che entrambi i processi di neuro-degenerazione erano associati all’aumento di espressione di geni che caratterizzano le malattie neurodegenerative nell’uomo come l’Alzheimer, il Parkinson, la malattia di Huntington, la demenza frontotemporale e altre ancora. Molti di questi geni erano espressi in entrambi i processi neurodegenerativi, mentre una piccola parte li differenziava. Questi geni, pertanto, svolgono un ruolo anche in questi semplici animali e questo piccolo invertebrato può rappresentare una risorsa per comprendere come l’evoluzione abbia forgiato i processi neurodegenerativi e quali siano le relazioni tra invecchiamento e perdita della funzionalità neuronale.

Chiara Anselmi dell’Università di Stanford

 

 

Approfondire ora lo studio dell’invecchiamento e della neuro-degenerazione in questo animale ci porterà a capire come il botrillo riesca a controllare e coordinare la neuro-degenerazione ciclica rispetto a quella associata all’invecchiamento. Questo potrebbe svelarci qualcosa di inaspettato rispetto alla nostra possibilità di governare i processi neurodegenerativi nell’uomo.

autori dello studio

 

 

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