C’è stato un momento di rottura nel cinema contemporaneo americano in cui si è cominciato a porre di nuovo la lente su uno story telling che ha raccontato la natura umana nel suo substrato più primordiale, attraverso allegorie e archetipi individuabili in miti, racconti folkloristici, leggende pagane e cristiane o testi sacri. Ad ognuno le sue perversioni, come sempre. Una riappropriazione di un antico modo di parlare, scrivere e dunque anche di guardare all’evoluzione dell’uomo dal punto di vista sociale e culturale. Lo si è fatto con un linguaggio indie, di nicchia, non ancora granché masticato dal grande pubblico internazionale, in cui tanti occhi diversi hanno cominciato a riunirsi. Uno dei più interessanti e dotati, se non il più, è quello di Robert Eggers e non è un caso se a lui sono state consegnate le chiavi per aprire questo nuovo filone alle più ampie prospettive possibili. Purtroppo, sempre molto americanocentrico.

Con la recensione di The Northman parliamo del terzo lungometraggio del cineasta nordamericano, il primo non prodotto dalla A24 (la casa, di fatto, della corrente cinematografica di cui sopra), ma dalla Universal, che lo distribuisce da noi dal 21 aprile 2022, e dalla Focus Features, capaci, insieme, di stanziare quasi 100 milioni di dollari di budget.

Un progetto proposto ad un autore che ha sempre ragionato in una comfort zone non tanto per l’aspetto indie che si traduce in “poco denaro”, quanto per quello che promette di operare in una bolla cinefila priva di tutta quella serie di vincoli commerciali che raggruppano necessità di un cast importante, scelte in sceneggiatura mirate allo spettatore (in questo caso ad aiutarlo c’è stata la mano di Sjón, scrittore e paroliere islandese, fedele penna di una certa popstar che appare nel film e co-autore del recentissimo Lamb) e via dicendo.

Il timore per molti era che Eggers potesse sparire dietro a tali vincoli, a nomi come Ethan Hawke, Nicole Kidman, Alexander Skarsgård, Claes Bang e Bjork (non parliamo di Willem Dafoe e Anya Taylor-Joy per motivi di ormai consumata “affettività artistica”) o a riferimenti altisonanti come l’Amleto (Hamlet), che fu di Saxo e poi di Shakespeare.

Quello che invece regge maggiormente l’intera esperienza, per quanto vittima di un problematico ibridismo, è proprio la mano coerente del regista, autore sino in fondo, non solo per i movimenti di macchina e la direzione attoriale, ma anche per la cura filologica, storica e scenografica. Se si lasciano, infatti, da parte i continui riferimenti transletterari, artistici e, in sintesi, mediali e l’ermetismo di scrittura a cui il regista è solito ricorrere, si può ancora ammirare la sua potenza visiva e il lavoro dosato sugli attori, essenziale per un cinema che abbozza solo di fronte all’altra sua anima, quella popolare e aliena. Qui c’è lo scontro tra presentazione e rappresentazione, che penalizza l’autore, anche dal punto di vista estetico, e trova il suo compromesso nella rivisitazione.

In bilico tra blockbuster e cinema d’autore, americano e slavo, Eggers ritorna alle origini, affidandosi alla sua incredibile visione cinematografica e recuperando molto di ciò che c’era nel perfetto The VVitch e che aveva lasciato da parte per fare The Lighthouse.

 

Amleto contemporaneo

895 d. C., il re Aurvandill War-Raven (Hawke) fa ritorno al suo regno dopo l’ennesima spedizione oltremare condotta con il suo fedele, quanto valoroso, fratello Fjölnir (Bang), benedetta, ancora una volta, dal favore degli dei. Ad aspettarlo, affacciato dalle mura sopra il cancello, c’è il principe ed erede al trono, Amleth (Oscar Novak), così impaziente di riabbracciare suo padre da irritare persino la madre e regina Gudrún (Kidman).

Il re è però gravemente ferito e la sua mente, persino di fronte alle manifestazioni di amore e stima dei suoi congiunti e del suo popolo, indugia su dei pensieri angoscianti e perciò decide di iniziare quanto prima suo figlio al cammino per diventare sovrani. Le sue paure si rivelano ben riposte, in quanto la lama del suo amato fratello non attenderà molto prima di presentarsi alla sua gola, decisa a prendere il regno con la forza.

È l’Amleto ragazzi, non mi parlate di spoiler.

The Northman

Qui c’è la prima manipolazione sulla storia dell’autore, quella che apre a tutte le altre. Egli decide infatti di far fuggire il giovane principe, invece che riproporre il piano di vendetta tradizionale (c’è in realtà una frase che accenna a quanto bisogna essere intelligenti per convincere tutti della propria follia), decidendo di affidarsi invece alla violenza come via preferibile per raggiungere il proprio riscatto.

Con il mantra del destino che rimbomba nelle sue orecchie e risuona nella sua voce, Amleth (Skarsgård) si fa (molto) grande e (molto) grosso, preparandosi al momento in cui potrà riprendersi quello che era suo e che gli è stato portato via con tanta crudeltà.

Nulla potrà però prepararlo a ciò che il fato ha realmente in serbo per lui. Esso che, meglio di qualsiasi altra forza del cosmo, riesce a farsi salutare spesso come un compagno benevolo, salvo poi ricordare che nessun uomo nella storia è riuscito a renderlo un suo pari.

Un film in bilico

Si è parlato delle mille incognite che hanno accompagnato la pellicola sin dal momento del suo annuncio, dovute soprattutto alla necessità di far conversare due mondi cinematografici naturalmente inconciliabili. Se questa parola può avere ancora un significato applicabile nel panorama contemporaneo se ne può parlare per ore, me ne rendo conto.

Per quanto un cinema indie, soprattutto applicato all’horror e alla rivisitazione di storie tradizionali, sia ormai abbondantemente apprezzato in America, dove ha conquistato una sua dignità artistica riconosciuta non solo dalla critica, e dove vince ai festival e viene nominato ai premi più importanti, qui si è voluta tracciare una linea con cui si ha l’intenzione di creare un nuovo punto di riferimento mirando ad orizzonti ancora più lontani.

Occasione ghiotta per Eggers che aveva il compito di dimostrarsi prima di tutto un regista solido e consapevole, capace di gestire un tale onere.

Björk

Quindi un film con una storia essenziale, più dei suoi precedenti, che come prima cosa decide di accomiatarsi da quell’ermetismo colto, seducente ed affascinante, ma estremo, per sincronizzarsi su di una linea molto più chiara, in cui le ambiguità riscontrabili nei multipiani della storia sono per lo più accessorie.

Una storia di vendetta classica raccontata secondo un immaginario che guarda John Milius, ma non rinuncia all’art house (com’è giusto che sia, il regista è pur sempre Eggers), vissuta tra concretezza e fantasy, crudezza del realismo e artificio spettacolare della teatralità.

In mezzo alla nebbia di contaminazione esce ancora una volta il regista americano, forte delle sue qualità tecniche e del suo cinema potentissimo, improntato sull’incontro/scontro tra uomo e natura, sulla ferocia primordiale delle sue immagini, sulla cura maniacale per i dettagli.

The Northman

Il cast fa un lavoro straordinario (la peggiore forse è la Joy, ma dei motivi ne parliamo tra un attimo), applicandosi con estremo rigore alle richieste di Eggers, che lo fa suonare come uno straordinario direttore d’orchestra, lavorando quasi sempre per sottrazione, silenziando e poi sonorizzando i suoi tenori in modo da lasciare spazio alla storia e ai suoi significati, riscontrabili in iscrizioni, luoghi, visioni, animali, armi e cerimonie.

Una delle forze motrici di The Northman è il suo mondo, così finemente pensato e coerentemente assemblato.

La riappropriazione del libero arbitrio

Eggers ripropone un antico schema narrativo, che, se dal punto vista visivo trova efficacemente un modo accogliente e affascinante di presentarsi al grande pubblico senza snaturarsi, è invece costretto a scendere a compromessi evidenti per arrivare al medesimo risultato anche dal punto di vista della scrittura.

In un mondo che poteva vivere benissimo sullo schermo, incurante di creare un dialogo accessibile allo spettatore del XXI secolo (guardare The Lighthouse), viene scelto di porre un ponte narrativo molto importante proprio nello svisceramento del rapporto tra l’uomo e il suo destino, rivelando però, una volta per tutte, i problemi di coerenza e l’eccessiva didascalia della pellicola. La figura della Joy è centrale in questo senso, come quella della Kidman (la prima totalmente asservita a questa funzione, mentre la seconda sensibilmente meno e per questo anche meno depotenziata come interprete), sintomo di una volontà di ricollocazione soprattutto del femminile in questo gioco del fato che è solito proporre il maschio come figura centrale.

La riappropriazione di una struttura tradizionale che regola i rapporti e la vita solo per porre al suo interno delle figure in grado di far saltare in banco, di rompere gli schemi prefissati, di mettere in discussione dei dogmi come quello del dominio della paternità e della concezione di giustizia.

Così il regista vuole arrivare a descrivere una lotta tra il destino e l’uomo in cui i due possano arrivare veramente a dialogare per trovare un punto in comune moderno e comprensibile.

Anya Taylor-Joy

The Northman mette in discussione il passato per provare ad ipotizzare un futuro che può nascere, se nascerà, solo con la sua morte. Una violenta, primordiale, sanguinosa e spettacolare marcia funebre di un’intera era, che trova i suoi crocevia più importanti nelle stanze buie, nei letti, nei marchi sulla pelle ancor di più che nelle visioni apocalittiche e negli scenari mozzafiato. Un’ambizione enorme e da molto tempo nelle menti dei cineasti americani e drammaticamente (ma naturalmente) ancorata ad una visione tutta loro, incapaci per cultura a mettersi da parte, soprattutto nella descrizione dei modi con cui si arriva al distacco da questo mistificato passato.

The Northman è al cinema dal 21 aprile 2022 con Universal Pictures.

80
The Northman
Recensione di Jacopo Fioretti

The Northman è la terza pellicola di Robert Eggers, uno dei registi più importanti e riconoscibili del panorama del cinema indie nordamericano. La prima lontano dalla A24 e con dietro un budget di circa 100 milioni di dollari, sinonimo di premesse commerciali e produttive assolutamente inedite per un autore che ha fatto dell'esaltazione della libertà autoriale il suo cavallo di battaglia, nonché la chiave del successo della sua carriera. Suo il compito di concepire un film in grado di trovare un'armonia a tratti molto delicata, perciò la decisione di affidarsi ancora una volta agli archetipici del racconto mitologico e folkloristico, su cui ha trovato sempre una base forte su cui costruire le sue impalcature colte, primordiali e filologicamente curatissime. Ne esce una pellicola epica e mozzafiato in cui il regista si pone come un direttore d'orchestra in grado di far suonare una melodia coerente a tutti gli elementi della sua complessa quanto potente visione cinematografica che abbozza solamente davanti all'incontro con la sua parte popolare e accusa una visione americanocentrica durante il suo sviluppo, specialmente nelle parte risolutiva del discorso uomo e destino. Una violenta, primordiale e sanguinosa marcia funebre di un'intera era, che ha l'ambizione di mettere in discussione il passato per provare ad ipotizzare un futuro che può nascere, se nascerà, solo con la sua morte.

ME GUSTA
  • La straordinaria mano di Eggers e della sua squadra, sia dal punto di vista registico che scenografico.
  • La prova degli attori, totalmente devoti alla causa.
  • La pellicola è visivamente impressionante.
  • Molto importante il lavoro sulla tradizione per trovare il modo di immaginare la possibilità di un futuro.
  • La capacità del regista di ricollocarsi al di fuori della sua comfort zone.
FAIL
  • La difficile integrazione tra cinema d'autore e commerciale, soprattutto dal punto di vista della scrittura.
  • La costruzione ancora troppo americanocentrica del nuovo rapporto tra uomo e destino.