Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin, la recensione

2 mesi fa

10 minuti

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La recensione di Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin, un nuovo action-rpg ispirato al primo capitolo uscito nel 1987, realizzato insieme al Team Ninja di Koei Tecmo. Dobbiamo dire che sono poche le serie che nel mondo dei videogiochi possono vantare ben trentacinque anni di storia e Final Fantasy ha deciso di celebrare questo traguardo proprio con questo gioco.

Dopo innumerevoli operazioni nostalgia che hanno generato remastered e platform porting di quasi tutti i primi capitoli della serie, Square Enix in questi ultimi anni ha intrapreso un nuovo rapporto con il passato che si è tradotto in remake (come Final Fantasy VII) o ampie e libere ispirazioni ad altri capitoli per introdurre nuovi generi non esattamente canonici per i fan della serie.

Così, mentre Final Fantasy VII The First Soldier si affaccia al mondo dei battle royal, Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin realizza un duplice sogno firmato Tetsuya Nomura, quello di vedere un capitolo della serie dai toni fortemente dark e dal gameplay souls-like.

Quest’ultima affermazione va sicuramente presa con le pinze, ma di sicuro la deriva action intrapresa nel recente passato raggiunge in questo gioco il suo punto massimo e strizza l’occhio verso il genere più di successo delle ultime generazioni.

Non è un caso, ovviamente, che allo sviluppo ci sia il Team Ninja papà dei due Nioh, unica degna risposta all’interno di quel genere dato alla luce dai giochi di From Software, ed è proprio da Nioh che Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin riprende tanti elementi validi, lasciandone però fuori alcuni forse più essenziali in maniera discutibile.

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La base di partenza di questo progetto è quella di realizzare un action-rpg dark che possa spiritualmente celebrare i 35 anni della serie presentandosi come remake re-interpretativo del primo Final Fantasy.
Come già visto ampiamente all’annuncio del gioco e nelle due demo rilasciate, il filo narrativo segue le vicende dei Warriors of Light nella loro avventura per trovare e sconfiggere Chaos, ma i protagonisti e la trama effettiva sono abbastanza distanti dal gioco originale.

Con filmati di intermezzo più confusi che criptici, tagli improvvisi, inquadrature poco convincenti e dialoghi ai limiti dell’ebrezza molesta, il gioco parte con il trio formato da Jack (il protagonista), Ash e Jed alla volta del tempio di Chaos. Anche volendole giustificare come scelte di stile narrativo, Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin mostra sin da subito il suo enorme punto debole e lungo tutta la campagna diventa sempre più forte la convinzione che la sceneggiatura sia stata messa a servire da riempimento quando se ne sarebbe potuto fare a meno, considerando il risultato finale.
Gran parte dei dialoghi sono imbarazzanti e l’unica coerenza che si trova è quella che accomuna la piattezza di tutti i personaggi, a partire da Jack che si rende spesso protagonista di momenti quasi “cringe” di forte ispirazione film action americani scadenti.

Non aiuta nemmeno un comparto grafico che, seppur di buona fattura in gran parte degli elementi, regala qualche animazione facciale di bassa qualità e alcune scelte di fotografia davvero pessime. Colori, nemici, effetti estetici come le scintile o la resa del sangue sono tutti ben realizzati e fanno il loro dovere, ma il risultato finale generale non riesce a lasciare a bocca aperta, soprattutto in ottimizzazione Performance, mentre quella Grafica è praticamente non selezionabile a causa di pesanti e fastidiosi cali di frame rate durante i combattimenti.

Per fortuna, la maggior parte di Stranger of Paradise – Final Fantasy Origin si concentra sul giocare col controller in mano.

Partendo da una schermata hub che mostra la mappa del mondo è possibile dirigersi in dungeon nei quali svolgere le missioni principali legate alla campagna o quelle secondarie dalle quali ottenere ricompense extra.

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Ogni dungeon si ispira ad un capitolo della serie, proponendone la reinterpretazione di un ambiente iconico come il bosco di Macalania per Final Fantasy X o la caverna del fuoco di Final Fantasy VIII, ma in tutti i casi si sviluppa su una mappa molto lineare con pochi e semplici enigmi ambientali prima di arrivare alla zona del “boss” in fondo.

Il gameplay, che nella parte action riprende molti elementi da Nioh, si basa su un articolatissimo job system che rappresenta il vero tema principale di Stranger of Paradise.
Ogni job, o classe, possiede un’abilità speciale unica: così il Mago può lanciare le magie, mentre il Monaco può ripristinare i propri PV (punti vitalità) consumando i PM (punti magia) e così via, per un totale di oltre 25 classi ciascuna con peculiarità uniche. Le abilità “combo”, legate alle differenti combinazioni dei tasti di attacco (dorsali destri), dipendono invece dalla tipologia dell’arma che si sta utilizzando, come spade, spadoni, mazze, guanti, ecc.., a loro volta disponibili per alcune classi e non per altre. Ci sono infine le “tecniche”, equipaggiabili sui tasti direzionali, che variano da colpi speciali a potenziamenti/cure di diverso tipo, e lo status Lux, che si attiva come se fosse una tecnica e garantisce diversi bonus.

Abilità speciali, combo e tecniche consumano tutte PM, che si ricaricano mettendo a segno attacchi standard o “assorbendo” col giusto tempismo gli attacchi nemici tramite lo Scudo Spirituale, una sorta di vortice rosso che unisce alla ricarica dei punti magia il vantaggio di neutralizzare il danno subito.
Usare lo Scudo Spirituale consuma però la barra del Logoramento, una sorta di indicatore dell’equilibrio molto simile a quello visto in Sekiro: Jack possiede la propria che si consuma parando attacchi o usando appunto lo Scudo Spirituale, fino a rimanere storditi e senza difese per alcuni istanti in caso di esaurimento; anche i nemici la possiedono però e consumarla li manda in “crollo”, permettendo a Jack di sferrare l’Impeto Spirituale che elimina istantaneamente il nemico e genera una potente onda d’urto che travolge pure i mostri intorno.

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Oltre a essere visivamente spettacolare, l’Impeto Spirituale rappresenta il metodo più efficace per vincere le battaglie e per poterlo sfruttare al massimo è essenziale utilizzare le classi in maniera adeguata. Ogni arma possiede attacchi con caratteristiche fisiche (lacerazione, impatto, perforazione) e ciascuna di queste può avere un effetto più o meno logorante a seconda del nemico, così come le magie o gli attacchi critici alle spalle.
Jack può alternare rapidamente fino a due classi e questo concede al giocatore di passare ad esempio da un’arma a lacerazione a una perforante, o di sfruttare classi con abilità speciali uniche più adatte a nemici rapidi o volanti in opposizione ad altre più votate alla difesa o a combattere dalla distanza.
Le due classi “equipaggiate” accumulano esperienza e guadagnano punti classe da spendere nella “Evoluzione classi”, una sferografia quasi identica allo sviluppo delle abilità visto in Final Fantasy XV, dove è possibile sbloccare bonus speciali come tecniche, potenziamenti passivi e persino nuove classi.
Progredendo nella campagna e sviluppando le classi via via più avanzate si riescono a sbloccare classi supreme con uno skillset molto più profondo e articolato, oltre che potente, e la costante possibilità di alternare anche in mezzo alla battaglia il job in utilizzo permette di sperimentare costantemente nuove soluzioni e rendere dunque godibili tutti i combattimenti, seppur spesso ripetitivi.

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A supportare il farming necessario a potenziare e sbloccare le classi c’è una caratteristica di Stranger of Paradise che lo distingue da tutti gli altri souls-like: l’upgrade tramite accumulo di esperienza avviene in tempo reale e non si resetta in nessun caso. Nessun rischio di perdere le proprie “anime” o “rune”, così come nessun grande svantaggio a ogni morte: ogni minuto di gioco contribuisce a rendere Jack e compagni più forti, ad accumulare esperienza e a potenziare le classi.

In termini di difficoltà, anche il drop rate di equipaggiamento, anch’esso ispirato a Nioh, aiuta a scacciare via l’etichetta di “punitivo” tipica dei souls. In ogni dungeon i nemici lasciano cadere una quantità esagerata di armi, scudi, elmi, gambiere, schinieri, di rarità diversa e in maniera randomica ma tutti più utili del precedente, tanto che in ogni missione si arriva a cambiare completamente set di equipaggiamento anche una decina di volte. Per questo motivo diventa quasi inutile durante la campagna la Fucina, disponibile nel mappamondo, che permette di potenziare gli effetti aggiuntivi di ciascun equip, e questo perché lo si potrebbe abbandonare di lì a poco.

Il discorso può cambiare un po’ se l’oggetto fornisce anche un’ottima dose di affinità con una specifica classe, parametro essenziale che permette di sbloccare via via importanti bonus aggiuntivi, ma la velocità di avanzamento dei livelli è troppo rapida e non concede di affezionarsi all’equipaggiamento, almeno fino all’endgame, dove tutto il gameplay cambia volto e fa un ulteriore step in avanti, soprattutto per quel che riguarda il bisogno di farmare e ottimizzare abilità, tecniche e classi alle quali affidarsi.

Come nei souls-like, nei dungeon la presenza di nemici viene resettata ogni volta che si toccano i “prismi” (equivalenti ai falò – o grazie – dei titoli From Software), così come vengono ricaricate le pozioni curative che si ha a disposizione.

Manca però l’elemento cardine, la difficoltà, perché se è vero che il giocatore può scegliere tra tre modalità (Narrativa, Dinamica e Difficile) è sempre vero che il giocatore può contare sul supporto di altri due combattenti gestiti dall’IA (o da persone reali se in multiplayer) e su un progresso costante che finisce col rendere anche le missioni più ostiche ogni secondo più abbordabili, per non parlare di come il multiplayer cooperativo renda il tutto ancora più semplice.

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In Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin non si percepisce il terrore di perdere i propri progressi, non si muore perché all’improvviso ci si ritrova un nemico potentissimo, non si finisce per sbaglio a esplorare una zona troppo avanzata per il proprio livello, non si buttano via ore di gioco perché per distrazione si cade da un ponte o un dirupo. Stranger of Paradise non è punitivo né frustrante, i suoi dungeon sono confezionati con nemici sempre uguali e l’esplorazione non ammette digressioni, segreti o sfide nascoste.
In questo fallisce nel suo tentativo di essere un souls-like e si ferma qualche gradino più sotto, come action-rpg con un interessantissimo job system che potrebbe regalare non poche soddisfazioni.
Una piccola oasi nel deserto, però, perché immerso nella sterilità di combattimenti troppo ripetitivi e poco sfidanti, fatta eccezione per qualche boss.

Allo stesso tempo, stavolta Nomura e Nojima non ci provano nemmeno a far contenti i fan di vecchia data e mettono in campo una sceneggiatura tra le peggiori mai viste nella serie e non solo, una scrittura che non merita alcuna attenzione e inutile persino come pretesto per la parte action del gioco.
In questo, Stranger of Paradise fallisce come Final Fantasy, prendendo dalla serie molti elementi tipici come i nemici, le classi, le magie, i dungeon, per poi camuffarci quello che alla fine è un Nioh.
Sia chi cerca un Final Fantasy, sia chi cerca un Nioh però è costretto a una delusione, perché Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin si ispira chiaramente a entrambi ma fallisce nel recuperare gli elementi migliori da ciascuno, affidando tutta la propria forza a un job system che per molti potrebbe non bastare.

 

Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin sarà disponibile dal 18 Marzo

70
Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin
Recensione di Filippo Consalvo

Stranger of Paradise: Final Fantasy Origin non riesce a convincere nè i fan della serie nè chi cerca un ottimo action rpg, ma introduce un job system vario, profondo, dinamico e accattivante che potrebbe piacevolmente ispirare capitoli futuri.

ME GUSTA
  • Job system ampio, profondo e accattivante
  • Tante classi e combinazioni possibili
  • Il battle system ha degli elementi interessanti
FAIL
  • Sceneggiatura pessima
  • Personaggi senza carisma
  • Poca attenzione ai dettagli
  • Troppo lineare
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