The Adam Project, la recensione: non si ha mai abbastanza tempo

5 mesi fa

6 minuti

Ryan Reynolds e Walker Scobel

Già di per sé i film a tema viaggi nel tempo rappresentano un ritorno al passato. Fin dal trailer o dai primi character poster nello spettatore si riaccende una luce che lo fa risentire a casa, memore di un genere che lo ha accompagnato fin dalle sue prime visioni. Voglio dire, chi non si è mai imbattuto in una storia in cui il protagonista si è fatto un giro in anni in cui i genitori avevano ancora la faccia infestata dall’acne giovanile? Netflix lo sa e non si nasconde dal sapore del già visto, ne è stato anzi grandissimo beneficiario grazie a più di una produzione seriale dal successo ancora piuttosto recente, e lo fa capire già dalle locandine al gusto dei classici della Amblin (parola che racchiude probabilmente anche tutto il buono della pellicola) del suo nuovo originale, il quale vede la riproposizione della coppia Ryan Reynolds / Shawn Levy, reduce da Free Guy – Eroe per gioco e che qui risulta ottima per la funzione editoriale del lavoro. Una delle più grandi star della Hollywood commerciale contemporanea e un regista che si destreggia benissimo sia con lo sci-fi che con le storie familiari (vedi alla voce Real Steel). In fin dei conti il film stesso è una riesumazione del passato, visto che l’idea alla base dell’opera era un film Paramount con Tom Cruise protagonista.

Nella recensione di The Adam Project vi parliamo dunque di una pellicola che altro non è che un ennesimo esponente del genere di fantascienza nella sua variazione con i viaggi nel tempo adoperati al servizio di una storia che parla di relazioni tra figli e genitori (quindi elaborazione del lutto, accettazione di se stessi, comprensione dell’altro) piuttosto che di derive sociali e tecnologiche in un futuro prossimo.

In realtà non parla neanche troppo di viaggi nel tempo, almeno nella loro eccezione esistenziale e le loro implicazioni logistiche.

Il tutto legato al solito impianto produttivo dello streamer del Tudum, deciso quando si tratta di film di puro entertainment, con tanto di cast di stelle fuori scala. Oltre al protagonista sopracitato troviamo infatti Jennifer Garner, Mark Ruffalo, Zoe Saldana e Catherine Keener, anche se il vero coprotagonista è sicuramente Walker Scobell.

 

Ma non dovevamo vederci più?

2022. Adam Reed (Scobell) è un ragazzino vivace, simpatico, irriverente e chiacchierone. Piuttosto minuto per la sua età. Una serie di qualità che lo rendono la vittima preferita del solito bulletto di classe. Il bambino vive da solo con la madre, Ellie (Garner), a causa della morte del padre Louis (Ruffalo), arrivata appena un anno prima, in seguito ad un incidente d’auto. Un evento traumatico per entrambi, ancora intenti a cercare di assestarsi secondo un nuovo equilibrio. Con più di qualche problema.

2050. Adam Reed (Reynolds) è un uomo vivace, simpatico, irriverente e chiacchierone. Piuttosto atletico per la sua età. Una serie di qualità che lo portano ad un essere il perfetto ribelle che per salvare colei che ama sarebbe disposto anche a tornare indietro nel tempo, persino a quell’età da cui ha cercato di fuggire per tutta la vita. Quella in cui ha avuto più di qualcosa di cui pentirsi nel modo in cui ha trattato la madre e affrontato la perdita del padre.

Inevitabile che i due non vadano così d’accordo.

Ryan Reynolds e Walker Scobel

L’intento dell’Adam adulto quando si presenta nel garage del se stesso dodicenne non è solo quello di salvare sua moglie Laura (Saldana), a sua volta una “pilota del tempo”, vista per l’ultima volta in viaggio per il 2018, ma scongiurare un futuro apocalittico, reso invivibile dalla malvagia Maya (Keener), mecenate del lavoro del padre dei due Adam, lo scienziato che inventò la formula che ha rivoluzionato il mondo e che, non volendo, lo ha anche condannato.

I due si ritroveranno dunque costretti a collaborare, o meglio, a cercare un modo di far funzionare una relazione difficile, ma dal potenziale enorme, come solo quella tra passato a futuro può essere, per poter andare alla ricerca dei Louis e sventare questa minaccia cancellandone l’avvio.

Sentirsi a casa

Come già detto, questo non è film “puro” sui viaggi del tempo, ma un film che si serve dei viaggi nel tempo per parlare di altro e, data la sua natura, si prefissa di adoperarli per portare lo spettatore in quella dimensione fantastica che gli permette di essere al riparo da qualsivoglia strappo o tradimento della crescita. Quella bolla a prova di dolore che costringe i suoi abitanti, nel peggiore dei casi, solo a dover accettare una separazione dal sapore dolce amaro.

Dunque, con una trovata neanche troppo chiara, costruisce una storia che si sbarazza sin da subito della parte razionale del genere, tralasciando discorsi di coerenza riguardo paradossi o logiche spazio temporali e si rivela subito per quello che è: un film che parla di formazione, di ricongiunzione familiare, di riappropriazione di rapporti andati male per incomprensioni e incongruenze, soprattutto dovute all’età. In primo piano troviamo quindi posta quella parte melodrammatica che si sposa benissimo con un protagonista dall’esistenza macchiata di qualche rimpianto. Ovviamente nulla che una sana scampagnata facendo scorrere le lancette all’indietro non possa riparare.

Shawn Levy compone un mosaico quasi completamente derivativo e trasporta tutto in una comfort zone ovattata in cui persino i nemici (dal design che è un misto tra Star Wars e Halo) non esistono veramente.

The Adam Project

C’è Ritorno al Futuro, c’è qualche logica dei film Pixar, qualche aspetto stilistico della Marvel e tanto altro (citano anche Terminator) ed è tutto, quasi brutalmente, palese, così come è palese la scelta di servirsi di un tono in cui Reynolds può sentirsi legittimato, ancora una volta, a fare solo e semplicemente Reynolds.

Nonostante il già visto e il facilmente “sgamabile”, compresa la mente dietro il format del prodotto (il famoso Algortimo che tanto sa di Grande Fratello), The Adam Project funziona nella sua dimensione da film per ragazzi e/o bambini, scimmiottando talmente bene i classici da ereditarne anche i punti di forza. Non parliamo della trama, della suggestione della trovata, delle battute metacinematografiche e, in generale, irriverenti o delle scene di azione, quanto di quella spolveratina di malinconico “innocuo” che sta nella sfera del confronto tra passato e futuro. Ingrediente al quale si va ad aggiungere quel non so che di drammaticamente confortante in un’epoca in cui è bello sapere che il futuro è ancora lì per noi e a noi, almeno un po’, ci tiene.

The Adam Project è disponibile su Netflix dall’11 marzo 2022.

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The Adam Project
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

The Adam Project è il nuovo film sci-fi originale Netflix che ripropone la coppia formata dal regista Shawn Levy e Ryan Reynolds, al fianco del quale troviamo Jennifer Garner, Zoe Saldana, Mark Ruffalo, Catherine Keener e Walker Scobell. Si tratta di una pellicola puramente, ingenuamente e, come spesso capita al colosso dello streaming, funzionalmente derivativa, che pesca a piene mani dai film che parlano di viaggi nel tempo, specialmente i titoli della Amblin, per parlare di relazioni familiari. Divertente, veloce, persino coinvolgente in qualche tratto a dispetto di una logica e di un sottotesto completamente già visti. La prova che quando sai catturare e riproporre i risultati positivi si possono ottenere, anche se in questo caso si è veramente al limite con il copia e incolla in alcuni momenti.

ME GUSTA
  • La modalità con la quale ripropone il già visto è di una qualità tale che riesce a funzionare.
  • Come i progetti commerciali targati Netflix anche questo risulta ottimamente centrato per il pubblico di riferimento.
  • I protagonisti della famiglia Reed sono tutti sufficientemente credibili.
FAIL
  • Non c'è praticamente nulla di originale, tanto nella trama quanto nelle tematiche.
  • L'unico ruolo di Ryan Reynolds è, ormai, solo quello di Ryan Reynolds.
  • Si avverte la presenza un tono di artificioso che può estraniare in alcuni passaggi.
  • La logica dei viaggi nel tempo è confusa, per quanto non sia granché importante nel bilancio del film.
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