C’era davvero una grande attesa per la nuova e chiacchierata opera dei Fratelli D’Innocenzo. Dopo Favolacce, pellicola che due anni fa aveva fatto molto discutere di sé, arrivando anche al pubblico mainstream e meno propenso alla cinematografia viscerale, ricercata e tortuosa del duo romano, arrivano per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia con una pellicola che sembra avere un grande principale scopo: far parlare di sé.

Esatto, perché con questa recensione di America Latina, andiamo a vedere come Fabio e Damiano D’Innocenzo siano riusciti ancora una volta a colpire, a turbare, inquietare ed anche un po’ indispettire lo spettatore con una pellicola respingente, contorta ma al tempo stesso carismatica, enigmatica dalla quale è davvero difficile staccarsi. Un film che torna e ritorna, ti resta attaccato sulla mente, si evolve nella testa e chiede di essere digerito, di essere assimilato e ragionato. Un film dal quale non si può pretendere di uscire dalla sala e avere in tasca la risposta alla fatidica domanda: ti è piaciuto?

America Latina deve essere elaborato. Molteplici sono i significati nascosti all’interno del terzo lungometraggio dei due gemelli, tutti da sviscerare e che prendono si sviluppano man mano che passa il tempo, prendendo sempre più forma tanto nella mente quanto nella pancia dello spettatore.

C’è da dire che – critici o meno – il buon gusto di far maturare un film, qualsiasi film, dopo la visione senza lanciarci immediatamente in dibattiti all’ultimo sangue su quanto ci è piaciuta o non ci è piaciuta una pellicola, è cosa ormai persa nel tempo. Nel caso di pellicole così profondamente articolate, che giocano con la storia, con le immagini e i dettagli e che chiedono allo spettatore di non subire passivamente ma di partecipare alla messa in scena, di prenderne quasi parte e calarsi nelle sequenze, nei personaggi, nelle suggestioni che hanno spinto gli autori a spingersi tanto, sarebbe invece necessario fare uno sforzo in più.

recensione di America Latina

Possiamo però prendere il film dei Fratelli D’Innocenzo, e di altri autori come loro che si sono da sempre distinti per un cinema sicuramente non mainstream e di facile comprensione, come un esperimento sociale: quanto le persone vogliono davvero comprendere un film? Quanto vogliono entrare in quella meccanica, nella sua struttura, e spendere qualche attimo della propria esistenza per ragionarci su?

Ecco, una scrematura fatta in partenza: chi ama il cinema e ha voglia di interrogarsi, anche se poi il suo responso finale sarà negativo, e chi invece ingurgita storie senza chiedersi nulla, subendo passivamente e poi lasciando andare tutto nel momento in cui esce dalla sala.

Se fate parte della seconda categoria, allora non perdete neanche tempo: America Latina non è un film per voi. Non c’è nulla di male, capita. Del resto, chi dice che il cinema è di tutti, non ha fatto i conti con tutte le sfumature che fanno effettivamente parte del cinema.

Fatta questa doverosa premessa, andiamo avanti con la nostra recensione di America Latina e cerchiamo di comprendere in cosa la terza opera dei D’Innocenzo Bros. è tanto sorprendente.

Il lato oscuro della perfezione

recensione di America Latina

La storia di America Latina parte, continua e finisce con Massimo. Massimo (Elio Germano) è un uomo tranquillo, ha un lavoro redditizio e di tutto rispetto, una bella casa con la piscina a Latina con una moglie, Alessandra (Astrid Casali) e due figlie, Laura (Carlotta Gamba) e Ilenia (Federica Pala), che sembrano essere quasi uscite da un libro di fiabe. Una volta a settimana si vede con il migliore amico Simone (Maurizio Lastrico), bevono, fanno le solite chiacchiere tra uomini e poi tornano a casa.

Massimo è di buon cuore, se serve aiuta Simone nei momenti di difficoltà più grande. Non ha un buon rapporto con il padre che, a quanto pare, mina sull’autostima di Massimo più di quanto all’uomo piaccia ammettere ma, nonostante questo, Massimo non può che prendersene cura, andandolo a trovare e lasciandogli dei soldi per mantenersi.

Tutto nella vita di Massimo sembra perfetto, ordinario, tranquillo. La classica famiglia e vita da Mulino Bianco che tutti agognano di avere. Eppure piccoli e quasi impercettibili dettagli ci lasciano intravedere minuscole crepe in questa apparente perfezione.

A volte è un vialetto stranamente deserto. Una macchia sopra al muro. Una piscina sporca. Uno sguardo più teso. La vita di Massimo cambierà, mettendo in discussione tutto quello a cui si era aggrappato, a cui aveva creduto, su cui aveva fatto affidamento per la sua stabilità mentale, quando un giorno l’anomalia si fa troppo più grande e, proprio sotto ai suoi piedi, una folle scoperta farà crollare la perfezione come un castello di carte.

recensione di America Latina

La parola chiave per comprendere un’opera tanto complessa e articolata come America Latina è proprio questa: anomalia. Come detto prima, il film dei D’Innocenzo parla attraverso i dettagli. Sebbene i primi minuti vadano avanti con un’atipica scorrevolezza e una narrazione lineare, logica, man mano che la tensione aumenta e ci avviciniamo al “matematico” incidente scatenante che segna il passaggio dal primo al secondo atto, tutto della pellicola comincerà a parlarci attraverso i dettagli ed il disagio, sempre più crescente ed asfissiante del suo protagonista.

Non voglio dirvi cosa succede. La sorpresa deve sconvolgere tanto voi quanto ha sconvolto me e, inevitabilmente, il suo protagonista. L’anomalia nella vita di Massimo assume una forma che potremmo definire terribilmente inquietante. Imprevista. Illogica. Tutto quello che accadrà nei successivi 80/70 minuti è un turbinio di emozioni, sensazioni, micro avvenimenti che stringono le pareti della casa del nostro protagonista in una morsa dalla quale non sembra esserci una vera via d’uscita.

Sebbene circondato dalla bellezza ed innocenza balsamica della moglie e delle due figlie, Massimo è sul baratro della sua mente, cominciando a chiedersi cosa sia vero e cosa sia falso. In preda ad un vero e proprio delirio onirico che lo mette di fronte a quei traumi, quelle turbe, quelle fratture interne che lo hanno reso un uomo a metà. Un uomo che non ha mai davvero avuto il coraggio di essere se stesso, reprimendo impulsi, emozioni e fantasie, fino al punto di non ritorno.

America Latina: un thriller di emozioni, tra mente e anima

recensione di America Latina

Continuando la nostra recensione di America Latina, quello a cui assistiamo è un vero e proprio tour de force nei meandri più pericolosi della mente. Un viaggio emotivo nella psiche di un uomo dalla vita apparentemente perfetta, o comunque una di quelle figure a cui non manca davvero nulla e che spesso ci si ritrova ad invidiare pensando che forse sarebbe più semplice portare avanti una vita abbastanza classica, lineare, priva di stimoli, con una posizione lavorativa stabile e ben retribuita e una famiglia modello.

E quando inizia il viaggio, inizia ufficialmente il film. La sensazione è estraniante. Respingente. Un po’ come se i registi e sceneggiatori della pellicola ci chiedessero di andare via. Lasciare il nostro posto, abbandonare l’oscurità della sala e immergerci nella luce, prima che la tossicità delle loro immagini possa contaminarci a nostra volta.

Ed un po’ lo desiderate di riemergervi nella luce e dimenticarvi tutto quanto. Ma non si può. Se avete accettato di prendere tutto da questo film, di farvi coinvolgere, di diventare complici dell’opera di Fabio e Damiano D’Innocenzo, ormai è troppo tardi e lo sapete pure voi. All’improvviso con America Latina si diventa un po’ schiavi di quel masochistico gioco di dove non vorremmo più fare una cosa ma non ne possiamo fare a meno, di quando si vorrebbe distogliere lo sguardo, disgustati e nauseati, ma al tempo stesso si rimane magneticamente incollati con gli occhi rivolti allo schermo.

È magia? No. È bravura. Genio. E come tutte le cose geniali, soprattutto quando vengono partorire da persone particolarmente giovani, non sempre vengono capite. O peggio, accettate.

Massimo non si sente accettato, in primis da se stesso. E mentre noi siamo costretti a discendere morbosamente nella sua mente, un po’ come dei guardoni con l’occhio incollato allo spioncino di una porta o guardando tra le fessure di un armadio nel quale siamo stati nascosti (cogliete la cit.), Massimo comincia ad avvelenarsi del suo stesso veleno: la paranoia.

recensione di America Latina

E qui arriva la grande particolarità del film che, rispetto alle opere precedenti del duo romano, non presenta una trama chissà quanto articolata ma anzi, la successione degli eventi e delle azioni che vedremo su schermo è anche abbastanza esigua, si trasforma un vero e proprio thriller di emozioni.

Il seme della follia che germoglia nella testa del suo protagonista, proprio a causa di uno strano e misterioso avvenimento di cui Massimo agogna a trovare una risposta, ben conscio che più andrà avanti più sarà impossibile tornare indietro, dona al film tanto la sua struttura da giallo quanto la sua essenza principale, il suo fulcro, che affonda le mani nel disturbo mentale.

Vittima della sua stessa paranoia, Massimo affronta a sua volta un viaggio in sé stesso. Un viaggio reso attraverso una regia di inquadrature distorte, un ritmo sospeso e dilatato che conduce lo spettatore a fare attenzione ai dettagli. Ogni piccolo dettaglio, ogni singola inquadratura, nasconde un segreto per interpretare il film.

Una poetica dei sentimenti esasperata da un linguaggio cinematografico articolato, viscerale e violento; accompagnata da una fotografia, quella di Paolo Carnera, sospesa nel tempo. In continuo contrasto tra l’Odissea di Massimo, dipinta da colori marci, spenti oscuri, e quella favolistica, sognante, vintage un po’ come quei filtri di Instagram che sfumano la precisione delle linea conferendo al tutto un aspetto più morbido, con cui vengono illuminate le tre donne del focolare che osservano quasi con indifferenza la perdizione del padre e marito.

recensione di America Latina

Sentimenti che si traducono, come detto prima, non solo nell’angoscia vissuta dal protagonista alla ricerca della verità, ma anche attraverso le reazioni che manifesta con le persone che lo circondano: sospetto e complotto nei confronti della moglie e delle figlie; rabbia e tradimento nei confronti del migliore amico; rancore e disprezzo nei confronti del padre, pur agognando ancora di entrare nelle sue grazie.

Il terrore di non essere abbastanza, di non essere uomo, prendendo in prestito dalla stantia cultura machista secondo cui un “uomo vero” è uno che non piange, non soffre, non si piega alla vita, non mostra le sue fragilità. Un uomo vero non si piega mai, di fronte a nulla. È colui che detta regole. Prevede. Non si lascia sorprendere. Un uomo vero non ama. Non odia. Reagisce e non subisce.

Dogmi che ritroviamo spesso nella poetica dei fratelli D’Innocenzo e che hanno manifestato spesso e volentieri anche osando con la loro stessa figura, scardinando pre-concetti legati al genere o all’essere maschile. E forse è proprio con America Latina che arrivano ad esprimere al massimo questo ideale, mostrandoci un protagonista stanco della vergogna, visceralmente bisognoso di essere amato, capito e accettato, ma che finisce col diventare da vittima a carnefice di se stesso e degli altri.

Oltre l’attore, essere Elio Germano

recensione di America Latina

Come visto in questa recensione di America Latina, un film d’autore di questo genere è un film “inaccessibile” alla massa; un film dai molteplici significati dove, ad ogni minuto, ora, post proiezione non si può fare a meno di chiedersi, domandarsi, ricordarsi di piccole immagini, dettagli e sfumature e come se fossimo di fronte a piccoli pezzi di un puzzle, costruire un altro segmento del nostro progetto finale.

America Latina è un mondo in continua evoluzione, che prende forma più dopo che prima.

Un film che pretende, pretende tanto da chi guarda. Una pellicola che ci mette anche un po’ di fronte alle nostre di paure, quelle più recondite, marce e nascoste. Ma che gioca anche con la sensazione di onnipotenza da parte dello spettatore, come se il protagonista fosse una formica intrappolata in un labirinto. E noi osserviamo, osserviamo. Le strade da poter prendere sono molteplici, tutte con un nuovo ostacolo, imprevisto. Non c’è una via semplice.

Non c’è una via semplice per America Latina. Non c’è una via semplice per il suo protagonista. Ecco perché una pellicola di questo tipo, dove i fratelli D’Innocenzo curano maniacalmente l’immagine spesso a discapito delle narrazione, privandoci di quelle parole cariche, quei dialoghi e monologhi a cui siamo tanti abituati nei loro film, ad una storia fatta di sospensioni, di silenzi, di solitudine. Una storia che non poteva essere creata se non attraverso un’interpretazione folle, assolutista ed intimista come quella messa in scena da uno straordinario Elio Germano nei panni del protagonista Massimo.

recensione di America Latina

Di certo non c’è più motivo – ormai da molti moltissimi anni – di chiedersi se Elio Germano sia o non sia un grande attore. Molteplici sono le interpretazioni di questo attore che ci hanno fatto stupire del suo talento, portandolo sulla cima degli interpreti nazionali più promettenti e di cui andare più fieri. Detto questo, è sempre un enorme sorpresa vedere attori di questo calibro superarsi, volta dopo volta.

Quello di Massimo non è un ruolo semplice. America Latina è Massimo. Massimo è America Latina. Così come Germano stesso diventa Massimo, plasmandosi, diventando un tutt’uno con questo ma senza mai lasciarsi soffocare. L’intera pellicola – e riuscita di questa – è dettata dalla performance di Elio Germano che quel malessere, quel disagio, quell’angoscia destinata a diventare disperazione e poi perdizione, lo vive per davvero.

Ce lo mostra con una violenza e al tempo stesso grazia da far gelare il sangue. Come si può non credere a tutto ciò di fronte ad un attore come Germano che fa suo il dolore di Massimo, le sue fragilità, le sue paure, i suoi traumi e ce li riporta su schermo in modo realistico ed intimo.

Il film si regge praticamente sulle sue spalle. È lui, lui soltanto, senza ovviamente togliere agli altri interpreti della pellicola, in primis fra tutti Astrid Casali, che esalta, fa spiccare la pellicola e questa discesa nell’instabilità emotiva, alla scoperta della fragilità e follia umana.

recensione di America Latina

In conclusione della recensione di America Latina, possiamo dire senza troppi problemi che l’ultima opera dei Fratelli D’Innocenzo non è un’opera semplice o immediata.

Non è un’opera che si preoccupa di dare risposte, quanto più di porre domande, interrogare lo spettatore.

Una pellicola che parla di fragilità emotiva e stabilità mentale, ma che nasconde molti sottotesti da scoprire e interpretare, molti dei quali affondano le radici in tematiche sociali, scardinando dogmi che fanno ancora parte di quella nostra società di stampo estremamente patriarcale e riduce il discorso in un binarismo di genere e non solo, dove gli uomini non mostrano emozioni e le donne vengono ancora rappresentate come angeli del focolare.

Una pellicola che disturba, respinge e fai discutere. Provoca e sfida. Vi chiede di andare oltre. Non vuole mettervi a vostro agio e, soprattutto, vi resta attaccata addosso per tanto, tantissimo tempo.

Un film che porta i fratelli D’Innocenzo ad un livello successivo. Ancora più alto. Ancora più grande.

America Latina vi aspetta al cinema dal 13 Gennaio

 

 

85
America Latina
Recensione di Gabriella Giliberti

Sebbene si presenti come un film respingente, poco chiaro e definito, America Latina è invece una pellicola fatta di grande regia, minuziosa attenzione ai dettagli che diventano parte fondamentale di una storia che altro non è che la parabola di un uomo irrisolto. Un uomo schiacciato dalla mascolinità tossica, dall'insicurezza ed incertezza. Dall'impossibilità di essere chi desidera e vedere scoppiare le sue paranoie e frustrazione in un girotondo di follia e perdizione. La pellicola lascia confusi e smarriti, carichi di domande nella testa e lugubri sensazioni sulla pelle, per poi crescere giorno dopo giorno mostrando la sua reale potenza ed efficacia.

ME GUSTA
  • La regia è ricca, elevata, carica di dettagli ed intuizioni. La migliore mai firmata dai D'Innocenzo.
  • Elio Germano si supera ancora una volta, questa volta mettendosi alla prova con un ruolo davvero complesso, stretto e violento.
  • La storia procede per immagini, dando più spazio al frame carico e ricco che alle parole o ai dialoghi tipici delle sceneggiature più elaborate del duo romano
  • L'atmosfera è plumbea, angosciante e tenebrosa, permette di immergersi subito nel mood del film
FAIL
  • Sicuramente respingente nella sua prima visione, chiedendo lo sforzo in più di aspettare che il film cresca dentro di sé per avere un giudizio più chiaro
  • Non decisamente una pellicola per tutti, per chi si aspetta i D'Innocenzo di Favolacce troverà una pellicola molto diversa (e questo potrebbe anche essere un pro)