West Side Story, la recensione del musical di Steven Spielberg

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10 mesi fa

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Scrivere la recensione di West Side Story, per un’amante dei musical e di Steven Spielberg, è una vera gioia. Il regista è tutta la vita che si prepara a dirigere questo film. Non soltanto perché, come ha raccontato durante la campagna promozionale, il vinile dell’opera teatrale di Arthur Laurents, Stephen Sondheim e Leonard Bernstein, lo ha folgorato a dieci anni, quando lo trovò in casa, rimanendone  ossessionato. Ma soprattutto perché è uno dei più grandi virtuosi del movimento: in ogni suo film, di qualsiasi genere, fa danzare la macchina da presa insieme ai suoi protagonisti.

Non è forse un caso che la cosa più vicina a questo remake di West Side Story, nelle sale italiane dal 23 dicembre, sia la scena di apertura di Indiana Jones e il tempio maledetto (1984): nonostante sia un film di avventura, si apre con un numero musicale. Protagonista Willie Scott (Kate Capshaw, che sarebbe diventata sua moglie), cantante in un locale di Shangai negli anni ’30. E 37 anni dopo, finalmente alle prese con la sua versione di West Side Story, Steven Spielberg, in una sorta di dialogo con sé stesso, ha girato la sequenza iniziale come se fosse Indiana Jones: un lungo piano sequenza tra i vicoli di New York, in cui i protagonisti sembrano voler scappare al loro destino come da un masso rotolante sempre più vicino.

La storia è la stessa dello spettacolo di Broadway del 1957 e del film di Jerome Robbins e Robert Wise uscito nel 1961, premiato con 10 Oscar.

Nell’Upper West Side, quando ancora non era il raffinato quartiere di oggi, il Lincoln Center, ma un crocevia di culture in pieno mutamento, due bande rivali si contendono il territorio. Gli Sharks, di origini portoricane, guidate da Bernardo (David Alvarez), pugile, e i Jets, gang di ragazzi bianchi, figli di alcolisti e criminali. Dopo l’incarcerazione di Tony (Ansel Elgort), ora in libertà vigilata, è Riff (Mike Faist), il suo migliore amico, a guidarli. Quando Tony vede Maria (Rachel Zegler), la sorella di Bernardo, al ballo della scuola, se ne innamora immediatamente, ricambiato. Il loro amore, che ai due sembra così naturale, per gli altri è sbagliato, inconcepibile. Moderni Romeo e Giulietta affidano i propri sentimenti alle strade di New York.

Steven Spielberg ci ricorda cos’è il grande cinema

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Se c’è una cosa che Steven Spielberg ha sempre mantenuto nel corso dei suoi 75 anni di vita (50  dei quali passati sul set) è l’entusiasmo e l’amore per ciò che fa. Il cinema è il suo elemento, lo è sempre stato, e ogni fotogramma di ogni sua opera trasmette la meraviglia per una forma espressiva che padroneggia come pochi. La stessa gioia che prova sul set, il regista ce la trasmette, amplificata, sul grande schermo. Tutte le volte che vediamo un suo film in sala la magia si ripete: l’effetto meraviglia si manifesta. West Side Story non fa eccezione.

Nonostante la storia sia già nota, Spielberg la rinnova a secondo con un’idea visiva, uno stacco di montaggio, un movimento di macchina che ci fa sembrare tutto territorio inesplorato.

Le ombre delle bande rivali, inquadrate dall’altro, che si intrecciano, quasi come fossero i fusi mitotici di una divisione cellulare, ci instillano immediatamente nel cervello l’idea che stiamo vedendo due facce della stessa medaglia, due fazioni che credono di essere in rivalità ma sono destinate a fondersi, mescolarsi. Questa è solo una delle magnifiche intuizioni del regista. Se c’è una cosa che il film fa è ricordarci quanto sia importante il punto di vista, lo sguardo dell’autore. Questo West Side Story è grande cinema: cinema che riempie occhi e cuore, che fa risuonare pensieri ed esplodere sentimenti. La settima arte in tutta la sua meravigliosa bellezza.

… e fa un’interessante riflessione sul presente

Avrebbe potuto fermarsi qui. Ubriacarci di meraviglia, farci sognare a occhi aperti. Grazie anche agli arrangiamenti di David Newman, che ha adattato le musiche originali di Bernstein, aggiungendo anche un nuovo numero musicale, La Borinqueña (inno portoricano scritto nel 19° secolo). Ai costumi di Paul Tazewell e alla fotografia di Janusz Kamiński, facendo ballare perfino i suoi inconfondibili lens flare, uno dei tratti distintivi del cinema di Steven Spielberg. Invece no. Questa volta il regista ha fuso insieme il suo cinema più spettacolare a quello impegnato: se alla base dello scontro tra Sharks e Jets c’è l’odio razziale, la volontà maschile di imporsi sul territorio seguendo la legge del più forte, il West Side Story del 2021 è in dialogo con la contemporaneità.

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Ecco quindi che il cuore del film diventano soprattutto le sue donne: laddove nel ’61 la lotta tra i ragazzi era il maggior punto d’interesse insieme alla tormenta storia d’amore, qui seguiamo con trasporto il percorso di Anita. A interpretarla oggi è la strepitosa Ariana DeBose: atletica, orgogliosa, intelligente, piena di ambizioni per se stessa. Allo stesso tempo empatica e comprensiva: sarà l’unica a tentare di mettere da parte il proprio dolore, o almeno a provarci, per amore di un’altra persona, Maria, offrendole un abbraccio. E, in un passaggio di testimone potentissimo, è sempre lei a confrontarsi con l’interprete originale del personaggio, Rita Moreno (premiata con l’Oscar alla migliore attrice non protagonista proprio per la sua interpretazione di Anita). Qui nel ruolo di Valentina, proprietaria del negozio Doc’s (sostituendo l’originale Doc), in cui ha accolto Tony, Moreno dialoga con il tempo passato. È lei a interpretare uno dei monologhi più forti del film, in cui condanna senza possibilità di appello i ragazzi, colpevoli di aver tentato di stuprare Anita. Nel suo disprezzo c’è tutta la presa di coscienza di questi ultimi anni, in cui, finalmente, si dialoga sempre più sui diritti delle donne e sulle violenze. C’è anche un altro personaggio interessante, Anybodys (Iris Menas), ragazzo in transizione che cerca disperatamente di farsi accettare dai Jets.

West Side Story: un cast stellare

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Se a dirigerti è Steven Spielberg certamente è più difficile sbagliare, ma West Side Story oltre a vivere della regia del suo autore, respira anche grazie ai propri attori. Rachel Zegler, esordiente, ha una voce meravigliosa ed è una Maria inizialmente piena di candore e speranza. Ansel Elgort ci aveva fatto capire di padroneggiare bene musica e tempi già in Baby Driver di Edgar Wright. A rubare la scena sono però, come già accennato, Ariana DeBose, presenza scenica incontenibile e voce poderosa, e Mike Faist, interprete di Riff: una “faccia da cinema” incredibile (e anche corpo da cinema: la sua formazione da ballerino emerge in ogni suo gesto).

Amore, morte, gelosia, vendetta, canto, ballo: si ride e si piange con West Side Story. Uno “spettacolo spettacolare” imperdibile, da vedere sullo schermo più grande possibile, per riempirsi di magia.

West Side Story è in sala dal 23 dicembre.

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West Side Story
Recensione di Valentina Ariete

Come scritto nella recensione di West Side Story, Steven Spielberg si cimenta finalmente con il musical, genere che ha sfiorato più volte durante la sua carriera. Nel realizzare il remake dell'omonimo film del 1961 ci ricorda cosa sia il grande cinema, attraverso invenzioni visive continue. Insieme a uno splendido cast di giovani riesce inoltre a rendere attuale una storia degli anni '50, dialogando con il mondo di oggi.

ME GUSTA
  • Steven Spielberg ci ricorda cos'è il grande cinema facendo danzare la macchina da presa.
  • Le musiche di Bernstein, adattate da David Newman, non sono invecchiate di un giorno.
  • Il cast di giovani attori è perfetto: su tutti spiccano Ariana DeBose e Mike Faist.
  • Il regista rende attuale il racconto, concentrandosi sulle donne protagoniste e introducendo un ragazzo trans.
  • Rita Moreno, interprete originale di Anita premiata con l'Oscar, nel ruolo di Valentina.
FAIL
  • Se non siete amanti del musical potreste trovarvi in difficoltà di fronte a un film quasi tutto cantato e ballato.
  • Il doppiaggio italiano è pessimo: se potete godetevi la versione originale.
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