Vita da Carlo, la recensione: la realtà, raccontata da Carlo Verdone

18
3 mesi fa

8 minuti

Vita da Carlo

Il cinema, così come tutte le attività umane, vive di stagioni, momenti, tendenze, congiunzioni astrali, allucinazioni collettive (il nome che volete, scegliete in base a cosa vi fa battere il cuore). Tutte volubili, tutte passeggere, tutte pronte a tornare. L’unica costante alla fine siamo sempre noi e tanto basta. Una di quelle del 2021 per diversi cineasti italiani ha corrisposto alla volontà di esprimersi con un formato seriale. Una novità, un nuovo mettersi alla prova dopo tanto tempo. Due di loro hanno deciso di rifarsi a propri lavori filmici, chi riadattando e chi ispirandosi. Poi c’è un terzo caso, che, pur dando seguito ad una certa volontà autobiografica espressa già in ben due libri (La casa sopra i portici e La carezza della memoria) un po’ tetri, come un po’ lui è, merita un’attenzione diversa, che può aprire ad una riflessione interessante o, quantomeno, meritare un paio di righe dedicate.

Vi parliamo di questo terzo titolo nella recensione di Vita da Carlo, la nuova serie Filmauro e Amazon diretta da Carlo Verdone e Arnaldo Catinari, di cui abbiamo visto le prime 4 puntate in occasione della presentazione alla XVI Festa del Cinema di Roma e, successivamente, abbiamo avuto modo di completare l’intera visione dei 10 episodi di cui è composta la serie.

Molte volte la realtà è diventata riferimento per un prodotto audiovisivo, solo in alcune di queste però lo è stata non per creare fiction, ma per lavorarci al punto da rendere fiction essa stessa. Niente alter eghi, solo versioni funzionali, frutto di una autoriflessione profonda. Ce lo hanno insegnato nel corso del tempo soprattutto note serie americane, da Seinfield fino ad alcuni esempi più recenti, ma anche da noi c’è qualche caso eccellente. Il salto che fece Nanni Moretti in Caro Diario per esempio, quando abbandonò Michele Apicella per essere dichiaratamente sé. Una tendenza che ha colto diversi cineasti nostrani e che ha contagiato ora anche Carlo Verdone, una delle ultime istituzioni rimaste nel nostro Paese, faro per diverse generazioni, anche al di là dell’importanza del suo peso nel mondo cinematografico.

Assecondando questa volontà e questa “contagiosa idea” Verdone stesso, insieme alle penne eccellenti di Nicola Guaglianone, Menotti (Roberto Marchionni), Pasquale Plastino, Ciro Zecca, Luca Mastrogiovanni hanno dato vita alla serie.

La vita come fiction, persone come personaggi, seguendo la cara vecchia linea di mischiarne i confini, fino a non far capire più, neanche a chi è coinvolto nei lavori, dove inizino gli uni e finiscano gli altri.

Il cast è guidato dallo stesso Carlo Verdone, accanto a lui Max Tortora, Anita Caprioli, Monica Guerritore e Andrea Pennacchi.

“Piacere, Carlo”

Nella sua splendida villa in uno dei quartieri più belli di Roma, che condivide con sua figlia Maddalena (Caterina De Angelis), fidanzato di lei Chicco (Antonio Bannò) e la domestica dal pugno di ferro Annamaria (Maria Paiato), Carlo “si gode” la vita, tra una sigaretta sul terrazzo, le piante da innaffiare, tentativi di massaggio in salone e 2/3 gocce per dormire la notte.

La notte. Il momento della giornata in cui Carlo può dedicarsi solo a se stesso, ma anche quello che fa venire fuori tutte quelle paure che da sveglio lo tormentano, se possibile, ancora di più.

Chi sono io oggi? Chi sono a questo punto della mia carriera? Cosa ho ancora da dare? Cosa voglio che il pubblico sappia ancora di me? E poi, guardandomi indietro, cosa sono stato in grado di costruire?

Consapevole solo della sua senilità, Carlo da essa decide di lasciarsi guidare e lei gli suggerisce di sparire dallo schermo per dedicarsi alla regia, magari di un film drammatico, profondo e definitivo. L’incrocio delle ombre si chiama, a voi piace l’idea? Al suo produttore un po’ meno. Lui preferisce ancora Furio, Mimmo e Ivano.

Carlo Verdone e Max Tortora

Nel mezzo di questa contesa aspra e senza fine spunta Roma, una delle presenze più importanti dell’uomo e dell’artista Carlo Verdone, che della sua città è un esponente intellettuale ed educato, ma soprattutto riservato e discreto e proprio per questo ancora più importante, tra i mille caciaroni che fanno affannosamente a gara per chi deve essere il suo primo emissario e il suo primo esponente. Carlo ama Roma, tifa Roma e non nega un selfie a nessuno cittadino romano che lo ferma per strada, neanche in farmacia, neanche davanti ad un incrocio.

E se di Roma Carlo divenisse anche il protettore e l’amministratore? È l’idea di Signoretti (Pennacchi), che, dopo una prova video di pubblico consenso, non perde tempo a proporglielo, fidando sul senso civico e sulla serietà del potenziale candido. Oltre al fatto che non riesce quasi mai a dire di no.

Roma capitale d’Italia, Roma metropoli, ma Roma che è anche paese, che è anche provinciale. Roma chiacchierona, Roma che non ci mette neanche mezza giornata a far trapelare la notizia, anche se una notizia certa ancora non c’è. Roma che risponde, alla fine, solo ad un imperatore.

Roma croce e delizia per un uomo riservato e discreto, che preferisce fermarsi a fare due chiacchiere in più con la sua dottoressa di fiducia piuttosto che fare comizi in Senato, anche perché in uno dei due casi finisce male di sicuro.

La notte, fortuna lei, porta consiglio.

Sogni di gloria

Guaglianone scrisse già una sceneggiatura per un film di Verdone, sempre in collaborazione con Menotti. L’anno era il 2018, il film era Benedetta follia e anche quello si apriva con una sequenza onirica, come accade nella serie.

Quest’ultima è ancora più significativa, così come quelle che seguono, e ancora più impattante, piena di riferimento cinematografici attinenti alla cosmologia da cui Vita da Carlo prende a piene mani, rimescolandoli e personalizzandoli. La scrittura gioca benissimo nella resa dell’uomo e l’autore Carlo in chiave fiction, portando sullo schermo le sue mille e più sfaccettature e creando intorno a lui una costellazione di visi, luoghi e maschere straordinariamente tradotte in un linguaggio da “dark comedy alla Verdone”.

Vita da Carlo

Aurelio (De Laurentis) diventa Ovidio (Stefano Ambrogi), Zingaretti diventa Signoretti, Tortora rimane Tortora, anche se lo scambiano per De Sica, c’è un Alessandro Haber comicamente ubriaco che recita a memoria lo straziante monologo di Shylock e poi annaffia un mezzo busto in marmo con una birra e la prima fan di Carlo è anche la sua prima critica, ma ha le ore contate.

Una miscela di ingredienti brillantemente equilibrata per una serie dal ritmo giusto per collocarsi nei gusti fruitivi dello spettatore moderno, pur rimanendo originale.

Da soli con se stessi

La trama orizzontale quasi passa in secondo piano rispetto agli avvenimenti che riempiono la vicenda esistenziale del protagonista, sapientemente divisa in sketch significativi e dalla splendida autoironia. La serie si prende i suoi tempi nello sviscerare i suoi tanti argomenti, perché, a 70 anni, Verdone ha tanto da mostrare di ciò che è stato ed è ancora abbastanza buffo e contraddittorio nelle sue autoriflessioni da proporre un racconto di sé movimentato. Ipocondria, famiglia, gentilezza, Roma, altruismo, nostalgia e, naturalmente, anche il lato romance, di cui Verdone è stato un grande esponente, in tutto il suo cinema.

La serie pecca un po’ quando esce fuori da Carlo, lidi dove non basta la solita leggera eleganza per non scadere ogni tanto in un eccesso di moralismo dato da una completa assenza di cinismo. Ciò porta a delle soluzioni facilotte e un po’ banali riguardo argomenti sociali di cui si poteva anche non parlare. Questo è il difetto anche della trama orizzontale, ancora, che per andare avanti porta ad evoluzioni banali e un po’ confusionarie. Come se non fosse questo quello che importi davvero (e probabilmente è così).

Un mezzo per un fine. Ma non un grande mezzo, che insieme a dei camei improbabili ci porta alle parti più basse della serie.

Altra nota stonata è quella della resa registica e fotografica (c’è anche un montaggio un po’ strano), le quali, pur essendo in linea con l’impronta editoriale e drammaturgica della serie, sono a tratti un po’ troppo finte e poco all’altezza della qualità dei lavori medio alti del panorama seriale attuale (la serie ha delle ambizioni di un certo tipo, quindi questo è da sottolineare).

In conclusione della recensione di Vita da Carlo vi lasciamo con un bilancio comunque più che positivo, date le tante qualità della serie e la sua strana compattezza, che pur nel suo vivere di situazioni più che di un racconto organico, intrattiene e risulta coerente, soprattutto nel raccontare le sfaccettature del suo protagonista. Il fatto è che neanche Carlo in realtà è ancora formato del tutto, pur nella ricchezza della sua persona e nella forza del suo timbro. Magari per questo fa ancora fatica a stare da solo con se stesso, pur ambendo ad una Roma che evochi questo particolarissimo tête-à-tête, possibile solo verso le 5 del mattino.

Vita da Carlo arriva in streaming su Amazon Prime Video dal 5 Novembre.

70
Vita da Carlo
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Vita da Carlo, la serie Filmauro e Amazon ispirata alla vita e all'uomo Carlo Verdone, da lui interpretata, co-scritta e co-diretta, è stata presentata in anteprima alla XVI Festa del Cinema di Roma con la proiezione dei suoi primi 4 episodi. Un titolo interessante, che accosta Verdone ad altri autori molto importanti del nostro cinema e gli conferisce il merito di mettersi in gioco in un genere che ha conquistato tutti in tempi non sospetti anche oltreoceano. Una serie pensata e scritta molto bene, in cui troviamo tutte le mille facce e tutto il linguaggio artistico di Verdone, anche decidendo di far prevalere alcuni momenti narrativi su altri e prendendosi il suo tempo per arrivare a pieno regime fruitivo. Peccato per il calo di qualità generale quando la narrazione esce fuori da Carlo, un divario un po' troppo grande e un freno, che insieme alle soluzioni visive, impedisce al lavoro di sintonizzarsi in pieno nei termini ottimali della modernità, pur mantenendo un'ottima coerenza editoriale.

ME GUSTA
  • La serie gioca benissimo con l'uomo e l'autore Verdone.
  • Efficacissime l'autoironia e la riflessione meta su cosa significa essere se stessi sullo schermo.
  • Bello il cosmo di personaggi che diventano la costellazione della vita del protagonista.
  • Ottima la resa del linguaggio verdoniano nel formato seriale.
FAIL
  • Funzionano più dei momenti narrativi verticali piuttosto che la trama orizzontale.
  • La serie ha delle legnosità in termini di integrazione delle varie velocità di scrittura.
  • La regia e la fotografia non tengono il passo con la modernità a cui la serie giustamente ambisce.
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