E noi come stronzi rimanemmo a guardare, la recensione: nell’algoritmo we trust

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3 mesi fa

6 minuti

Ilenia Pastorelli e Fabio De Luigi

Ci sono certi autori che, nonostante il linguaggio adottato e a prescindere dal media di cui si servono, sono riconoscibili soprattutto per le tematiche che affrontano e l’obiettivo che si prefissano quando lo fanno. Il faro che direziona la loro poetica, materia poco mutevole anch’essa (ma magari più per motivi commerciali che altro), che può cambiare nell’approccio e nello sviluppo, ma sempre in funzione del tanto caro messaggio. Che poi è ciò da una riconoscibilità, un’importanza sociale e poi artistica sia alla figura professionale sia all’uomo intellettuale. La bravura poi sta nell’esplorazione possibile e auspicabile.

La recensione di E noi come stronzi rimanemmo a guardare, terzo lungometraggio di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif), presentato alla 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, non può prescindere da questo tipo di discorso, dato che l’autore siciliano (qui ne parliamo in termini di professionista per il mondo del cinema, attenzione) ha sempre lavorato per un’interesse che fosse prima sociale e poi cinematografico, al netto di tutti i limiti che ne caratterizzano visione.

In questo ultimo lavoro c’è però una maggiore volontà di mettersi da parte (non abbiamo neanche il canonico voice over per esempio) e lavorare di più con i generi cinematografici e con gli attori, in questo caso Fabio De Luigi e Ilenia Pastorelli. Elementi che però non garantisco (anzi, non hanno garantito) una riuscita maggiore della sua pellicola, che lascia ancora la sensazione che La mafia uccide solo d’estate rimanga tutt’ora il suo lavoro più compiuto.

Forse si poteva osare un po’ di più per tentare proprio di imboccare una strada del tutto nuova.

“È arrivato Fuuber”

In un mondo che vive nel continuo paradosso di battersi per avere maggiore libertà solo per poi rifiutarla a causa del terrore che gli siano riconosciute più responsabilità, lasciamo che a decidere della nostra vita siano le app. Questo riguarda sia la nostra sfera sentimentale che quella professionale, poco importa, basta che qualcuno ci dia la ricetta giusta per evitare di sbagliare e, se siamo fortunati, modo anche di lamentarci che la ricetta non sia proprio quella che fa per noi. Almeno un poco. Se siamo fortunati.

Ne è un’emblema Arturo (De Luigi), che ci rimette la fidanzata Lisa (Valeria Solarino), che lo lascia perché un test di affinità la convince che uno a cui non piacciono le lasagne bruciacchiate non potrà mai essere l’uomo della sua vita, e anche il lavoro, dopo che l’algoritmo che lui stesso ha inventato ha deciso che il suo ruolo non è più utile all’azienda di cui è manager da più di dieci anni.

La cosa buona è che l’algoritmo è magnamino e trova sempre il modo per ricollocare sempre i talenti (anche se si è sorpassata la data di scadenza) e anche di riempire le vite tristi e solitarie vita. E meno male è?

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Succede quindi che anche un disoccupato senza più prospettive possa essere assunto da una multinazionale che fa dell'”interazione empatica” e del mai troppo adoperato motto capitalista “sii l’imprenditore di te stesso”, possa rimettersi in sella. Anzi, in sellino.

Ed è così che Arturo entra nel magico mondo di Fuuber, per cui comincia a fare il rider no stop, trascorrendo le sue giornate a volare tra una casa e l’altra per consegnare ogni tipo di pasto e ad aspettare la chiamata successiva, a patto che abbia soddisfatto i criteri di merito. A ricordaglielo c’è un odioso controllore virtuale con una grafica post-Sims anni 2000. Certo, non solo lui deve spaccarsi la schiena per arrivare a fine mese, poco vittimismo, il mondo è duro per tutti. Prendete per esempio Raffaelo (Pif), neocoinquilino dell’ex manager, un professore di filologia romanza (che è un buon modo per dire “allora hai deciso di rimanere povero per tutta la vita”), che per arrotondare fa l’hater di professione.

Parlavamo di riempire la propria vita privata, giusto? Ebbene, se il fatto che l’algoritmo ti abbia trovato un lavoro non ti basta (avido maledetto) a fidarti di lui, speriamo lo faccia la possibilità che ti offre di vivere una vita da sogno con la tua anima gemella. Al modico costo di 200 euro a settimana. Ma stai a guardare il capello!

Si può dare un valore alla sentimenti? A quanto pare si.

Nello specifico l’anima gemella personale di Arturo si chiama Stella (Pastorelli), un’ologramma su misura, che lo capisce, lo ascolta, lo consiglia e lo accompagna anche a mangiarsi quelle cavolo di lasagne non bruciacchiate in alto. Attenzione però a non innamorarsi, la cosa potrebbe diventare realmente spiacevole, specie se si è ricambiati…

L’algoritmo ha il tuo ritmo

Ilenia Pastorelli e Fabio De Luigi

Per il suo ultimo lavoro, Pif, insieme a Michele Astori, adatta per il grande schermo Candido del collettivo I Diavoli, sfornando un’opera veramente molto complessa, che probabilmente nella sua trasposizione si è complicata ulteriormente, dovendo mischiarsi con la poetica dell’autore siciliano.

Il film è brillante nell’affrontare temi sociali importanti e a noi molto vicini, nonostante l’ambientazione di una Roma distopica (e non molto inquadrabile a dire il vero), come l’alienazione nel mondo del lavoro, lo schiavismo tecnologico, i salari inesistenti, lo sfruttamento senza nessun tipo di garanzia, l’incapacità di instaurare relazioni reali con gli altri e via dicendo.

Tutto frutto della dittatura di un algoritmo visto come una divinità pagana a cui noi stessi abbiamo regalato le chiavi della nostra vita.

Diliberto però decide di farne una commedia sentimentale, spalmando così delle tematiche da horror sci-fi ansiogeno su più linguaggi, confermando i suoi limiti nel lavorare con il genere e finendo per usarlo quasi come una scorciatoia per far andare avanti la storia, giustificando anche le dichiarazioni esplicite e didascaliche che i personaggi fanno a favore di camera per essere sicuri che il pubblico capisca bene di cosa si sta parlando. Ne esce un film dalla natura ibrida e imperfetta, che depotenzia anche le prove dei due attori protagonisti. Soprattutto Fabio De Luigi, un genio della commedia messo in un contesto che non lo esalta per niente.

C’è anche spazio per delle parodie dai riferimenti lapalalissiani che mirano ad Amazon, Uber, Just Eat e alla Apple, soprattutto nella figura di Steve Jobs, e per dei piccoli riferimenti, inquadrabili nella presenza di Nina Simone e in quella di Maurizio Nichetti, nel cui cameo in bici sembra quasi di vedere la versione in vecchiata del suo Colombo, protagonista di Ratataplan.

In conclusione della recensione di E noi come stronzi rimanemmo a guardare diciamo che Pif prova a mettersi in gioco, confezionando una pellicola molto piena, di difficile lettura e con molti padri. Un tentativo apprezzabile di sperimentazione, in cui l’autore si è messo in gioco, ma non ha avuto la forza di staccarsi un po’ di più dai toni consueti del suo cinema, magari anche per motivi di produzione. Provare ad esplorare oltre i propri confini con lo scopo di allargarli, senza romperli, non sempre funziona e spesso ti manda fuori giri.

 

E noi come stronzi rimanemmo a guardare è al cinema il 25, 26 e 27 ottobre in sale selezionate distribuito da Vision Distribution.

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

E noi come stronzi rimanemmo a guardare, presentato alla 16edizione della Festa del Cinema di Roma, è il terzo lungometraggio di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) con protagonisti Fabio De Luigi e Ilenia Pastorelli. Pellicola molto complessa e imperfetta, che cerca di miscelare una prepotente ed efficace critica alle derive più nere (e non per questo più fantasiose) a cui sta andando incontro il mondo del lavoro e il nostro rapporto tossico con la tecnologia con un linguaggio da commedia romantica. Sintomo di una volontà di sperimentazione purtroppo rimasta incompiuta.

ME GUSTA
  • La parte di critica sociale è intelligente ed efficace.
  • È molto apprezzabile il fatto che Pif si sia messo così in gioco, avrebbe dovuto farlo ancora di più.
FAIL
  • I toni da commedia complicano la resa filmica.
  • Nella parte di rivelazione finale diventa tutto un po' troppo didascalico.
  • Le prove degli attori non sono così centrare come potrebbero essere.
  • Questa Roma distopica è un po' sfuggente.
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