Spencer, la recensione: Pablo Larraín e la solitudine di Lady D

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1 mese fa

8 minuti

recensione di Spencer

Sapevamo che Pablo Larraín quest’anno sarebbe arrivato alla 78esima Mostra D’Arte Internazionale del Cinema di Venezia più agguerrito che mai; quello che non sapevamo è che lo avrebbe fatto con un film delicato e struggente, un film che ci trascina nell’abisso, nella solitudine, nell’estremo dolore di uno dei personaggi più iconici: Lady Diana Spencer, Principessa del Galles e “Regina Sconvolta”.

Partiamo con questa recensione di Spencer proprio con quelle che in fondo sono le sue parole chiave: delicato e struggente, proprio come lo era la bellissima Principessa Diana, la principessa del popolo, troppo libera, troppo intraprendente, troppo buona e ingenua per la Famiglia Reale capeggiata dall’algida Regina Elisabetta II. Ed è proprio da questo “troppo” che Diana è stata consunta fino all’osso, fino all’esasperazione, alla depressione, solitudine, fino alla malattia, fino alla tragica e accidentale (o forse no) morte. Una principessa proprio come nelle favole, ma quella di Diana è una favola nera che, come dice lo stesso regista cileno aprendo il suo film, è tratta da una tragedia vera.

Pablo Larraín, assieme alla nuova musa Kristen Stewart – che in questo film è meravigliosamente brava e rievoca la memoria di Diana in modo rispettoso e interessante – rielabora il Natale del 1991 di Lady D, quando ormai fin troppo compressa dalla famiglia Reale e dal suo infelice matrimonio con un uomo che non la ama e che, con molta probabilità, non l’ha mai amata, è sull’orlo del precipizio.

Imprevedibile. Disorientata. Disperata.

Diana si muove come un’anima errante tra le mura della Sandringham House nel Norfolk, dove la Famiglia Reale è riunita per festeggiare il Natale con tutte le sue assurde e bizzarre regole, come pesarsi prima del soggiorno e dopo il soggiorno nella tenuta (perché da tradizione tutti devono aver preso almeno un chilo) oppure non alzare il riscaldamento o aprire i regali alla vigilia di Natale (questa è una tradizione condivisa da molti).

Diana si sente vittima e prigioniera di una realtà che non le appartiene più. Una realtà che non le è mai appartenuta. Il Norfolk le ricorda casa, la sua vera casa, il suo cognome, la sua infanzia. La mette di fronte i fantasmi del passato, quelli del presente e quelli del futuro; eppure, Diana sente che non esiste un futuro per la Famiglia Reale. Esiste solo un passato ed un presente che, per sua sfortuna, coincidono e quindi si ritrova ad essere ingabbiata in una serie di regole che non comprende. Una serie di regole che la schiacciano, la distruggono, la fanno sentire un uccellino in gabbia annaspante in cerca di una via di fuga. Eppure una via di fuga sembra non esserci e allora Diana si chiude nei suoi tormenti, nella sua solitudine e depressione fatta di demoni, cene rigettate e dolore auto-inflitto.

Una solitudine vorticante, destinata a crescere ancora, ancora e ancora, fino a quando Pablo Larraín non decide di compiere un “atto di misericordia” nei confronti di Diana. Un gesto d’amore che la principessa del popolo non ha mai percepito né da suo marito né tanto meno da sua Maestà o da tutto l’entourage di corte. Un gesto che, nell’immaginario di Larraín, consente di compiere una scelta, l’unica sensata che, forse, l’avrebbe salvata dal suo tragico ed infelice destino.

C’era una volta una principessa triste e sola

recensione di Spencer

Natale, 1991. La Famiglia Reale è tutta riunita nella Sandringham House. Ci sono tutti, perfino sua Maestà la Regina Elisabetta II e sua Altezza il Principe Filippo. Sembri non mancare nessuno, ma qualcuno manca. E la sua assenza è tanto “violenta” quanto la sua presenza.

La Principessa Diana guida la sua macchina decappottabile, persa nelle stradine tutte uguali del Norfolk. Sembra essere confusa e disorienta, spersa. La sua perdita non è “semplicemente” quella della via per arrivare alla tenuta. Diana si è persa molto tempo prima. La raggiante, brillante, giovane e innocente ragazzina presa in sposa dal Principe Carlo 10 anni prima sembra essere sparita. Sparita tra i titoli, i gioielli, le responsabilità, le regole di un mondo che non sente suo e la sta consumando lentamente, giorno dopo giorno.

Dove mi trovo?

Diana si muove come un fantasma tra le mura e anche tra la brughiera. Un’anima errante. Un spirito dannato incapace di passare il ponte.

Ossessionata dalla “discendente” Anna Bolena che le appare, a sua volta, come spettro guidandola verso una sorte differente dalla sua. Aiutandola salvarsi, a salvare la testa che non vale per un uomo che non l’ama e che le regala le stesse perle che ha regalato alla sua amante, alla vera donna che ha da sempre amato.

Quelle stesse perle che ci regaleranno uno dei momenti più intensi, alti e inquieti di tutto il film. L’esplosione delle nevrosi, dei disturbi alimentarti, degli sguardi su di sé, delle parole origliate e delle tende sigillate.

La perfetta rappresentazione della bulimia, la quale però non si limita unicamente al cibo ma che va anche oltre: una bulimia di regole, di una vita maniacalmente organizzata e che a Diana sta stretta, troppo stretta.

Sono cocci quelli che vengono disseminati lungo Spencer. I cocci persi di Diana che prova a tenersi unita ma che non riesce. Quella routine reale non fa per lei e la sta provando mentalmente e fisicamente, a tal punto da divenire paranoica, vittima di allucinazioni, giramenti e umore ballerino.

Il volto di bambola sfatto, gli occhi tristi e lucidi da bambina ma il corpo “martoriato” di una donna che non riesce più a sopportare il peso di tutto quello. Solo i suoi figli, William e Henry, riescono ancora a darle un barlume di speranza, spensieratezza e felicità, regalandoci anche i momenti più teneri del film.

Eppure tutto appare così effimero, così privo di sostanza e proprio come Diana ci ritroviamo anche noi a sprofondare nella desolazione, nell’angoscia di una mera perfezione dal sapore del veleno.

Pablo e le “sue” donne

recensione di Spencer

Dopo il ritratto di forza ed eleganza fatto alla Jackie di Natalie Portman, portato a Venezia nel 2016, e quello più ribelle e anticonformista della Ema di Mariana Di Girolamo, Pablo Larraín arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con una nuova e travolgente interpretazione, che sottolinea ancora una volta la grande, grandissima sensibilità e gusto artistico del regista cileno.

La Diana di Larraín condivide l’eleganza di Jackie e il senso di ribellione di Ema, al tempo stesso però ci appare più fragile, più docile, ancora più spezzata.

Il suo è un film che si basa sulla solitudine, sull’isolamento e sulle reazioni dell’essere umano in condizioni emotive così estreme. Nelle diversi fasi del viaggio della Lady D di Kristen Stewart, come stiamo vedendo in questa recensione di Spencer, si viene sempre accompagnati da un crescente requiem che quasi preannuncia la nefasta sorte della protagonista, interrotto unicamente sul finale dal più pop “It’s a Miracle” di Barry Manilow che conduce Diana e i suoi figli, un po’ come Thelma e Louise, alla ricerca della libertà.

Ed in fondo si, a Diana servirebbe davvero un miracolo!

Quasi fin dal principio la macchina da presa di Pablo Larraín segue Diana con far asfissiante. Lo spettatore assume un duplice significato: da una parte diventiamo l’occhio attento, vigile e giudicante di una famiglia reale troppo ossessionata dallo scandalo che dal vero interesse nei confronti della salute di Diana; dall’altra diventiamo Diana e la seguiamo nelle sue paure, nelle sue ossessioni, angosce ed oppressioni.

Cominciamo a compiere insieme a lei un viaggio che porta direttamente nella discesa degli inferi dell’animo umano, alla scoperta della depressione e della solitudine; un viaggio destinato a divenire a poco a poco sempre più vorticante, frenetico e disturbante, che non da tempo di riflettere, non da tempo di reagire, la forza di andare avanti ma sovrasta in maniera implacabile senza via di scampo.

Larraín ci fa scoprire il volto più fragile e dolorante di Diana. Lo fa con lentezza, eleganza e rispetto. Nonostante una macchina da presa piuttosto insistente, non c’è mai un’intenzione morbosa nell’uso della macchina da presa o nella scrittura – e qui troviamo le abilissime mani di Steven Knight – ma piuttosto un senso di rispetto, di scoperta e, soprattutto, di comprensione, quella che Diana non ha mai ricevuto.

recensione di Spencer

Ed anche la sua interprete, Kristen Stewart, mostra lo stesso rigore, rispetto e comprensione nel porsi nei confronti di quella donna, icona e simbolo per tante ragazze e donne non solo degli anni ’80/’90 ma anche di adesso.

A 24 anni dalla scomparsa di Lady Diana Spencer, la Stewart compie un lavoro certosino sullo studio dei movimenti del corpo, della camminata, del porsi in pubblico e in solitudine. Sebbene non venga fatta una copia carbone o comunque la somiglianza non è la stessa della strabiliante Emma Corin in The Crown, Kristen Stewart sa difendersi benissimo, regalando un’interpretazione non perfetta – vocalmente parlando – ma profonda ed emozionante. Si vede lo studio, il lavoro certosino fatto sul personaggio, ma così come si vede la mano di un abile regista coma Larraìn capace di dirigere qualsiasi tipo di attore (anche quelli/e che ci rendono più scettici).

Difficile non entrare in empatia con lei, non farsi coinvolgere e travolgere. Viene quasi voglia di abbracciarla, stringerla e consolarla. Ed invece si resta quasi inermi, impotenti di fronte la struggente bellezza che questa tragedia, reinterpretata da Pablo Larraín, ci regala.

 

Spencer sarà distribuito prossimamente nei cinema italiani da 01 Distribution

 

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Segui la 78esima Mostra d’Arte Internazionale del Cinema di Venezia, dal 1 all’11 Settembre, con noi sull’hub: leganerd.com/venezia78

 

 

 

 

90
Spencer
Recensione di Gabriella Giliberti

Pablo Larraín confeziona un nuovo ritratto delicato, elegante ma anche appassionante. Una favola nera tratta da una tragedia vera che vorrebbe dare a Diana quella possibilità di comprensione, redenzione, quell'atto di amore che non le è stato concesso. Vorrebbe salvarla da un destino che è stato già scritto, attraverso un film che sembra già essere pronto per una stagione ricca di premi e grandi soddisfazioni.

ME GUSTA
  • Una regia potente, emozionante e vorticante che restituisce - emotivamente parlando - gli stati d'animo della protagonista
  • La scrittura del film è elegante, rispettosa e mai morbosa, riportandoci una biografia che con delicata passione ci lascia immergere nel privato di un'icona storica
  • Kristen Stewart si lascia dirigere sapientemente da Larraín, studiando attentamente il personaggio e immortalandosi nella sua migliore interpretazione
  • Il carosello di personaggi e attori in questo film è incredibile, uno più eccezionale dell'altro
  • La musica diventa la ciliegina sulla torta di un film emotivamente parlando provante e intimo
FAIL
  • La voce della Stewart, molto concentrata nel ricreare il perfetto accento british, a volte risulta cantilenante ed esageratamente infantile
  • Chi ama fin troppo la "biografia storica" riportata nei minimi dettagli, i più realistici possibili, non amerà le libertà prese da Larraín
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