Instagram e Twitter avevano nascosto i post di denuncia dei palestinesi su Israele, ma per sbaglio

8 mesi fa

gerusalemme moschea al-aqsa

Al momento la situazione in Cisgiordania è bollente: missili da una parte, repressioni violente dall’altra, occupazioni illegali, sassaiole. Inquadrare opportunamente i rapporti tra israeliani e palestinesi richiederebbe migliaia di pagine, tuttavia non possiamo che rimarcare che anche in questo contesto i social abbiano una parte importante, se non altro perché Instagram e Twitter hanno pensato bene di censurare alcuni contenuti chiave nel descrivere la situazione.

Il contesto: il popolo palestinese ha passato le ultime settimane a organizzare sit-in di protesta davanti alla Moschea Al-Aqsa per sostenere che la propria comunità stia venendo espulsa dal quartiere di Gerusalemme Sheikh Jarrah per fare spazio all’avvento di cittadini ebrei.

Con il crescere delle tensioni, la polizia israeliana ha sgomberato con la forza la suddetta area, punto di ritrovo dei contestatori. Una vera e propria incursione con almeno 200 feriti, ma perlomeno le vittime si sono affrettate a denunciare le violenze su internet. Ci hanno provato almeno, ma, a partire da questa settimana, i loro post sono stati sistematicamente oscurati, quando non addirittura censurati.

Contattati da associazioni per i diritti dei palestinesi, Instagram e Twitter hanno giustificato la situazione come un semplice inciampo tecnico, un “glitch” di sistema che aveva confuso la Moschea Al-Aqsa con un gruppo terroristico che si fregia del medesimo appellativo.

Per essere chiari – non abbiamo mai designato la Moschea Al-Aqsa nella nostra policy delle organizzazioni pericolose, piuttosto la cosa riguarda un’organizzazione con il nome “Al-Aqsa”. Qualsiasi rimozione basata solamente sulla menzione del nome della moschea è certamente un errore e, stando alle nostre policy, non sarebbe mai dovuto accadere,

ha riferito Facebook, proprietaria di Instagram, in un post interno all’azienda.

Accettando per buona la giustificazione puramente informatica, resta il fatto che gli algoritmi automatizzati dei social si siano dimostrati per l’ennesima volta incapaci di gestire le dinamiche socio-culturali di un’etnia che sia diversa da quella dello statunitense bianco caucasico.

Molti sollecitano dunque le Big Tech di investire maggiormente su uffici presenti sul territorio, nonché su sistemi di moderazione più competenti. Magari non sarebbe neppure male se Facebook inserisse nella propria Commissione esterna un professore palestinese, anche solo per bilanciare la presenza di Emi Palmor, ex-Direttrice Generale del Ministero della Giustizia israeliano anche nota per aver guidato la Israel’s Cyber Unit.

 

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