Algoritmi e disinformazione, il Congresso USA non vuole agire

3 mesi fa

Una delle strategie di difesa storiche delle Big Tech che promuovono atteggiamenti distruttivi è quella di sottolineare come queste situazioni non debbano essere risolte dai privati, ma dai Governi. Peccato che spesso i Governi non vogliano affrontare queste crisi per paura di rimetterci. Questo è il panorama che emerge dalle discussioni del Congresso USA, impegnato a inquadrare il dilemma di come gli algoritmi promuovano la disinformazione.

Oggi, con una discussione dal titolo “Algorithms and Amplification: How Social Media Platforms’ Design Choices Shape our Discourse and Our Minds“, i legislatori statunitensi si sono lanciati in un confronto che, tuttavia, sembra arenato a discussioni ipotetiche e prive di scopo, il tutto nonostante la stessa Facebook abbia di fatto ammesso di aver contribuito alle bugie che hanno fomentato le sommosse di Capitol Hill.

Un’inefficienza che sarebbe disarmante, se non fosse palesemente sistematica. Lo rende chiaro il Senatore Chris Coons, il quale non vede “nulla di male” nel fatto che le aziende facciano di tutto per fomentare l’engagement, anche se una tale priorità finisce regolarmente con lo scatenare tossicità.

Sono stimolato dal vedere come queste tematiche siano d’ampio interesse e come offrano un terreno, credo, in cui si possa trovare una vasta soluzione bipartisan. Tuttavia sono anche consapevole del fatto che non vogliamo imporre costrizioni non indispensabili a uno dei settori commerciali più innovativi e in rapida crescita dell’Occidente. Infierire un colpo su questo equilibrio necessiterà di ulteriori conversazioni,

ha dichiarato esplicitamente Coons, omettendo deliberatamente che le discussioni inerenti la disinformazione endemica agli algoritmi abbia un dibattito aperto ormai nel lontano 2016, ovvero da che le “bugie strategiche” e le fake news hanno contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca.

Gli USA, in altre parole, non vogliono applicare normative orientate all’interesse delle persone, perché una simile strategia renderebbe le aziende a stelle e strisce poco competitive, soprattutto in un panorama globale sempre più dominato dalla tecnologia cinese.

 

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