Minari, la recensione: semi coreani in terra americana

2 settimane fa

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Minari

Il racconto di una saga famigliare è uno degli escamotage narrativi da sempre più utilizzati in letteratura. Si presta al classico racconto di formazione, ad indagine di un’emancipazione personale, analisi sociologica di un cambiamento generazionale e anche microcosmo di un grande romanzo popolare. Ma può anche essere un modo per raccontare una crescita insperata, un germoglio inatteso, un’infanzia passata in una casa su ruote in mezzo al verde.

Nella recensione di Minari, affresco rurale semiautobiografico del regista americano (ma di origine sudcoreana) Lee Isaac Chung, candidato a sei premi Oscar, analizziamo un ritratto familiare intimo, in cui si racconta il tentativo di un’integrazione culturale difficile, anche solo a livello concettuale, e che troverà la sua soluzione nella scelta di quali semi piantare.

 

 

Si tratta della quarta fatica del regista. Una pellicola speciale, attesa e sperata, quella che si vuole fare a tutti i costi, protagonista di un percorso da subito all’insegna del successo, visto che già il suo battesimo al Sundance è stato bagnato dalla vittoria del Gran Premio alla Giuria. Ma dove c’è successo c’è polemica (cosa che in realtà sta bene un po’ su tutto, come il minari del film) e quindi già il proseguo della campagna trionfale ai Golden Globe è stata segnata dalle perplessità circa la vittoria per miglior film straniero, vista come una negazione nell’accettare la pellicola come americana (la natura fortemente e volutamente ibrida del lavoro potrebbe comunque trarre in inganno).

Il film è stato comunque molto considerato dall’Academy, che ha infine però solo premiato la bravissima Yoon Yeo-jeong, vincitrice anche di un BAFTA e di uno Screen Actor Guild Award. Insieme a lei nel film c’è un cast in stato di grazia, composto da Steven Yeun (che dopo il bellissimo Burning – L’amore brucia continua la sua carriera all’insegna del ritorno ad un cinema vicino alle sue origini), Han Ye-ri, i piccoli e bravissimi Alan Kim e Noel Kate Cho e, infine, un sorprendente Will Patton.

Minari: The Korean Dream

Anni 80, pieno periodo reaganiano. La famiglia Yin si trasferisce dalla California alle campagne sperdute dell’Arkansas in cerca di un luogo dove poter finalmente piantare i semi di una rinascita, emancipandosi dal proprio passato.

Un desiderio non proprio di tutti i membri, ma più che altro del capofamiglia, Jacob, stanco di essere un sessatore di pulcini h24 e finalmente libero dall’onere che lo costringeva a badare economicamente alla sua famiglia di origine. È lui a trascinare la sua non entusiasta famiglia in una casa su ruote, in mezzo a circa 20 ettari di terreno, giardino dell’Eden dover poter piantare (metaforicamente e non) i semi di una nuova vita, ma ad un’ora dall’ospedale più vicino, lontana dalla comunità e, soprattutto, dalla Chiesa, punto di riferimento storico degli immigrati coreani in suolo statunitense, essendo per lo più cristiani praticanti. Sua moglie Monica è invece più tradizionalista, meno propensa al sacrificio e al sudore della fronte e più incline alla preghiera e ad una piuttosto creepy fatalista rassegnazione, già nostalgica della sua vita in California e in grado di commuoversi alla vista di un peperoncino portato dalla sua terra natale.

David e la nonna

Tra i due fuochi i loro due figlioletti: la bambina già signorina Anne e il piccolo David, il delicato ometto di casa con un soffio al cuore. Una situazione in procinto di esplodere e a cui le pareti di una casa senza fondamenta rischiano di non reggere.

Poi però arriva Soon-ja, la nonna più irriverente di tutta la Corea del Sud, che, sfatando tutti i miti intorno alla tanto mistificata visita della suocera, sarà colei che rivelando una dopo l’altra le insicurezze, le incomprensioni e i non detti della famiglia (“Ciò che si nasconde è più pericoloso e terrificante“), riuscirà a dare modo di germogliare ad una vita che sembrava essere condannata ad una morte prematura, strangolata, suo malgrado, dalle paure e le ansie di chi doveva darle modo di crescere e che invece ne ha sottovalutato forza e vigore. Un po’ come un prezzemolo comune, non ricercato, non prelibato, ma a cui basta solo un po’ di rugiada di montagna per crescere, a patto che qualcuno lo pianti e ne abbia cura.

Il pulcino maschio

Minari è una pellicola gestita con un apparente appiattimento di momenti tensivi, se non una scintilla iniziale e l’apice di un climax molto lento, ma ben costruito, che però passa sempre sotto la lente di una delicatezza che ne fa un racconto ovattato, tenue. Una scelta che gli permette di essere traduzione eccellente del linguaggio di un bimbo educato, che fa i capricci solo con chi sente di poterlo fare, che è diffidente al cambiamento che lo può portare alla crescita e che esprime un terrore interno con lo stesso, innocente, tono di quando gli tolgono la sua bevanda preferita. Un modo di fare illuminato da una saggezza insita, inconsapevole, che accomuna infanzia e vecchiaia.

 

Minari

Jacob è un sessatore di pulcini (il più veloce della California), una professione che lo porta sempre davanti alla consapevolezza che chi non nasce con certe caratteristiche sarà scartato perché ritenuto inutile. Il pulcino maschio, come suo figlio David, vittima sacrificale socialmente accettata, non salvabile perché non avente, appunto, le caratteristiche giuste per vivere e dunque neanche più oggetto di sentimenti come la pena per chi lo dovrebbe amare, dal canto suo già intento, con le armi che possiede, a portare a termine il percorso di accettazione.

Jacob però è ancora in tempo per non essere un pulcino maschio. Può fuggire al suo destino e salvare la sua famiglia: basta usare la testa, cosa in cui i coreani sono bravissimi, molto più bravi degli americani, anche quando si tratta di cavalcarne il sogno. Una via che Isaac Chung, come molti altri autori nel corso del tempo, hanno inquadrato come una sorta di patto con il diavolo, qui esaltato dalla presenza del personaggio di Paul, un veterano della guerra in Corea (guarda un po’) che lavora nella fattoria della Yin family, intonando canti religiosi e auspicando esorcismi. Il contraltare di questa mentalità è rappresentata da Monica, che da subito denuncia questo modo di pensare del marito, rivendicando l’importanza dell’unità famigliare anche di fronte all’autorealizzazione, ma lo combatte con delle armi altrettanto cieche e distruttive.

Fortuna nonna Son.

La ricchezza della diversità

Yoon Yeo-jeong

Concludiamo la recensione di Minari parlando della sua caratteristica principale: è una (semi) autobiografia del suo regista, magari non fedelissima nel suo dovere di cronaca, ma quasi devota al suo spirito ibrido.

Nel suo racconto di inseminazione di una famiglia coreana in terra americana, Lee Chung riesce ad integrare due linguaggi molto differenti tra loro (cinema coreano e cinema indie americano), soprattutto nel respiro e nei tempi di costruzione drammaturgici, suggerendo il ragionamento allo spettatore localizzandoli in luoghi fisici. La costruzione dei tempi tra interno ed esterno, le dinamiche tra i protagonisti, i sussulti emotivi dei momenti di tensione e i successivi allentamenti negli attimi di distensione regalano una pellicola che ha la capacità di germogliare dentro lo spettatore senza che lui se ne accorga, schiudendosi gradualmente verso la fine e congedandosi con una chiusura quasi dolce. Un epilogo carezzevole, definizione nel cui film trova il suo spirito.

 

Minari è in sala dal 26 Aprile e disponibile su Sky Cinema dal 5 Maggio

 

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80
Minari
Recensione di Jacopo Fioretti

Minari è un affresco rurale di una saga famigliare che ha nell'autobiografia del regista Lee Isaac Chung il suo principale riferimento. Il racconto di una difficile inseminazione in terra straniera, costruito secondo i toni di una storia d'infanzia dolce e delicata. Una pellicola che parla di un'integrazione tra due mentalità lontanissime e apparentemente inconciliabili, ma che nel suo scorrere ci dimostra come la ricchezza si possa trovare anche e soprattutto in ciò che sembra non avere speranza. Candidata a sei Premi Oscar.

ME GUSTA
  • Splendida interpretazione del cast.
  • Regia equilibrata nell'integrare due linguaggi cinematografici differenti.
  • La potenza della metafora scelta nel racconto della storia.
FAIL
  • Scrittura che può risultare di faticosa assimilazione.
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