Sound of Metal, la recensione: un momento di quiete

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4 settimane fa

5 minuti

Sound of Metal

Trovare il proprio posto nel mondo è il compito più arduo che ci è affidato, ma è anche il solo per cui valga la pena impegnarsi, figlio dell’unico amore che può aprire alle sue altre forme e su cui si può realmente basare un’esistenza appagante, quello per noi stessi. Eppure ci si affanna costantemente a trovare un modo per evitare di compierlo questo dovere, di privarsi di una mattonella fondamentale, illudendosi di poterla trovare in proiezioni più o meno considerate degni oppure, semplicemente, affannandosi a non pensare. A volte è però la vita a porci di fronte ad esso. Nel modo più doloroso possibile o il tanto che basta per costringerci a fermarci.

Nella recensione di Sound of Metal, primo lungometraggio di finzione di Darius Marder candidato a sei premi Oscar, analizziamo una storia che parla di questa eventualità. Una vicenda in cui il protagonista si è trovato a dover perdere qualsiasi cosa pensasse potesse essere il giusto modo di rapportarsi con la sua vita per poter ricominciare da capo. Costretto, stavolta, ad ascoltare, prima di tutti e per il bene di tutti, se stesso.

 

 

Il film di Marder è prodotto da Amazon Studios e gli è stato “donato” da Derek Cianfrance, con cui aveva lavorato in Come un Tuono (o, meglio, The Place Beyond the Pines). Un pegno d’amore, perché la storia nasce da eventi reali ispirati proprio alla vita del regista del Colorado, e un attestato di enorme stima, sicuramente ben riposta, dato il risultato.

 

Sound of Metal: Ruben e Lou

Ruben e Lou sono i Blackgammon, un duo metal itinerante, aggressivo sul palco e tenera coppia nella vita. Hanno un tour fissato e girano l’America su di un camper, bevendo centrifugati orribili, ma salutari, ballando sulle note dei Commodores e parlando delle loro fantasie giovanili. Un America luminosa percorsa su un veicolo che sa di casa e sa di pace, anche se i segni sul braccio di lei suggeriscono un cedimento nel caloroso idillio da due cuori e una capanna formato on the road.

 

Sound of Metal

Improvvisamente nelle orecchie di Ruben (Riz Ahmed) scatta qualcosa e il mondo acquisisce completamente un altro aspetto, diventando uno sfondo claustrofobico e ovattato, privo di musica e di suoni. Ma il ragazzo non batte ciglio: la sua Lou ha bisogno di lui, non si lascerà fermare dal suo udito. Il passato però è un altro paio di maniche. Rivelato il suo status, la tenera coppia cerca di correre ai ripari e Ruben, dopo il suggerimento di quello che potrebbe essere il suo manager (o il suo sponsor per quello che ne sappiamo), si reca in una comunità per sordi ex tossicodipendenti. Ad attenderlo, tra le pieghe del legno e il verde degli alberi c’è il suo passato. Lui lo puoi solo accettare, fuggire non è previsto, neanche su un camion o tra il frastuono di un palco.

La comunità diventa il nuovo nido di Ruben, che tra la sua gente impara a parlare di nuovo, cercando di trovare il giusto modo per rapportarsi con il mondo senza suoni in cui è costretto a vivere, ma anche il luogo dove si trova, finalmente, obbligato ad ascoltare se stesso, intrappolato nel silenzio e abbandonato dalle sue orecchie. Condannato a cercare un momento di quiete.

L’importanza del silenzio

Sound of Metal di Marder gioca tutto il suo impianto narrativo sull’importanza della sottrazione, mostrando piano piano allo spettatore come le voci più potenti, più dure e spaventose non sono quasi mai quelle che ascoltiamo con le orecchie.

Nell’incipit della trama (un batterista che perde l’udito) si rischia di cadere nella trappola che la pellicola parli del dramma di non potere più seguire la propria vocazione. E i primi minuti sembrano confermare questa tesi, specialmente nello splendido gioco di rilettura per immagini di una quotidianità uguale, ma completamente diversa a causa dell’incidente di Ruben. Ma il film va avanti verso un filone psicoanalitico che trasfigura la crisi del corpo del ragazzo in una di stampo freudiano: una ribellione psicosomatica per un futuro più appropriato, opposizione ad un mostro che deve andare via, sparire nel silenzio. Ovvio poi che il mostro si difenda e, come nelle migliori tradizioni, lo faccia assumendo forme diverse, fino a quella di un’illusoria salvezza.

Bellissima l’idea di trasformarlo nella distorsione di ciò che il ragazzo pensa possa restituirgli la cosa che gli manca più di tutto.

 

Sound of Metal

Il suono dunque si fa linguaggio, si fa scrittura, così come il silenzio. Qui sta la prova straordinaria di Riz Ahmed (con un look in stile Handsome Luke), che con i suoi sguardi, il tono educato e il lavoro sul corpo riesce a comunicare allo spettatore l’evolversi di una tempesta interna squarciante, ma che non fa rumore. Lou, dal canto suo, è il metronomo della pellicola, una presenza assenza che misura la trasformazione della vita dei protagonisti e l’efficacia della terapia sul suo amore: demone truccato dalla voce graffiante e col braccio segnato sul palco iniziale ad angelo malinconico e senza più graffi nel bellissimo finale.

In conclusione della recensione di Sound of Metal diciamo che l’esordio di Marder ci regala un regista ispirato, che se non avesse peccato troppo di delicatezza e in qualche velo di scolasticità di troppo avrebbe elevato ancora di più il livello della pellicola. Nella speranza che il sodalizio artistico tra le due menti dietro al film si faccia meno centellinato attendiamo il prossimo titolo comune, Empire of the Summer Moon. Uscita ancora ignota. Appunto

 

Sound of Metal è disponibile su Amazon Prime Video

79
Sound of Metal
Recensione di Jacopo Fioretti

Sound of Metal, esordio in un lungo di finzione di Darius Marder, è un film intelligente, delicato e sentito per lavorazione e storia produttiva. Vanta una scrittura centrata, gode di un'idea narrativa potente e spiazzante e può contare su delle prove attoriali magnifiche, soprattutto quella di Riz Ahmed, che qui si consacra come un attore importante per il futuro del cinema americano.

ME GUSTA
  • Il lavoro sul senso diegetico del silenzio è straordinario.
  • Le prove degli intrepreti sono sentite e toccanti.
  • Splendido montaggio sonoro.
  • Il soggetto è intelligente, potente e originale.
FAIL
  • La regia a volte non riesce a dare il respiro adatto ad elevare al massimo la scrittura.
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