Ammetto in partenza di questa recensione che non era semplice avere fiducia in Speravo de morì prima. Questa diffidenza si annidava in diversi fattori, primo tra tutti sicuramente il focus su una serie di eventi ancora delicati, caldi e temporalmente vicini nell’immaginario romano e romanista, ovvero quelle situazioni innumerevoli e confuse che ruotano intorno al controverso fine carriera di Francesco Totti e ai suoi contrasti con Luciano Spalletti.

Una comunicazione a mio avviso goffa e poco chiara sulla natura della produzione non è che mi avesse poi particolarmente rassicurato, col risultato che, insomma, da romano e romanista, su Speravo de morì prima fino a qualche giorno fa non ci avrei scommesso mezzo centesimo; lo dico con tutta franchezza.

Il fatto però è che ero completamente fuori strada, perché la serie funziona davvero alla grande, allontanandosi grazie alla base comedy quasi del tutto da una agiografia e dando allo stesso tempo la giusta importanza drammatica a determinati punti (con alcuni dialoghi davvero di spessore che sottolineano un notevole lavoro di scrittura, vedasi quelli con Cassano allucinazione). È una dicotomia che rispetta anche la stessa essenza del pupone, che da sempre accompagna il carisma della sua dignità sportiva e del suo essere simbolo (per il calcio italiano, per la sua tifoseria e per Roma) ad una buona dose di simpatia spontanea e indole autoironica. Anche in questo Francesco Totti ha racchiuso l’anima più vera della romanità, come saprà chiunque ha vissuto nella città eterna.

Un cast molto solido e una regia in grado di accompagnare i toni biforcuti della sceneggiatura completano un quadro semplicemente convincente, che guardando ad un personaggio così iconico non si apre solo ai romani, ai romanisti e in generale ai tifosi di calcio, ma anche al pubblico più generalista. Prima di continuare con questa recensione di Speravo de morì prima, vi ricordo che la serie diretta da Luca Ribuoli parte da oggi per tutti gli abbonati Sky e NOW; noi abbiamo visto metà della miniserie, tre episodi su un totale di sei, ma già c’è molto da dire.

Presente e passato, lo scontro con il tempo

Speravo de morì prima si apre con Totti di fronte all’infortunio che lo costringe a mesi di recupero durante l’ultima fase del periodo di Rudi Garcia alla Roma. La voce del Capitano, introspettiva e fuori campo, discute del tempo, tempo che puoi anche essere in grado di dimenticare quando è lontano, ma quando è vicino ti pressa, condannandoti al minimo inciampo.

Ecco, questa partenza è una sorta di dichiarazione di poetica, perché sicuramente, come confessato anche dagli autori, il tempo potrebbe essere la principale chiave di lettura dell’intera miniserie. Questo in primis per la storyline centrale, che racchiude il ritiro del Capitano, la sua dolorosa insofferenza verso il sentirsi superato, verso la necessità di abbandonare il calcio; Totti guarda il tempo, più che Spalletti, come un nemico, e nella serie (come pure presumo nella realtà) impara con lentezza e mille passi falsi a vederlo con lucidità.

Questo conflitto della psiche, tra razionalità (lo scegliersi il finale e il “se non è oggi, è domani”) e impulsività è comunque uno dei fattori principali di tutto l’intreccio come è ovvio, aiutando pure a vedere con una certa onestà il personaggio di Totti e suoi eccessi negli ultimi mesi di carriera.

Speravo de morì prima

Il tempo tuttavia non richiama solo i temi della serie, ma anche la sua struttura. Se il periodo del ritiro (l’epilogo) è il nucleo, i tanti aneddoti e le tante parentesi della storia sportiva e personale di Totti, tutti quegli episodi in cui ha affrontato lo stato di divinità a Roma, sono l’appendice che aiuta a contestualizzare lo sviluppo centrale.

Emblematico è il caso di Antonio Cassano, interpretato da un grandissimo Gabriel Montesi, che ne è sosia sia fisicamente, sia nelle gestualità, sia nel difficile (e incomprensibile) parlato pugliese del giocatore. Nel passato Cassano viene presentato con le famose cassanate (le follie che faceva), racchiudendo puntuale rispetto al racconto il problema dell’assenza di disciplina, mentre nel presente – come allucinazione – rappresenta con dei bellissimi dialoghi la possibilità di una vita dopo il calcio, addirittura migliore della precedente.

La capacità di integrare così bene, da parte di ogni comparto, differenti periodi della vita di Francesco Totti (oltre che tanti toni diversi) è uno dei guizzi più degni di nota da sottolineare in questa recensione di Speravo de morì prima; questo permette alla miniserie di concentrarsi in maniera strumentale sul periodo più interessante sul piano drammatico (quello del ritiro), senza però finire nel mentre per trascurare tutta la parabola dello sportivo.

Speravo de morì prima Castellitto

Team Totti vs. Team Spalletti

Veniamo ora all’elefante nella stanza di questa recensione di Speravo de morì prima. So bene quanto ancora oggi – seppure molto meno rispetto a quattro anni fa – la dualità Totti/Spalletti sia sentita nel pubblico romanista (e non solo), e di questo sono consapevolissimi anche i produttori, che in conferenza stampa si sono detti aperti al dibattito; magari un commento arriverà proprio dal diretto interessato Spalletti, se mai vedrà la serie. 

L’ottica attraverso cui passa tutta la serie è chiaramente e ovviamente solo quella di Francesco Totti, visto pure che il soggetto della serie è la sua autobiografia, scritta insieme a Paolo Condò. Qualcuno potrebbe quindi aspettarsi un j’accuse verso la figura di Spalletti, un eccessivo rimarcare certe dinamiche. Parlo insomma del pericolo di costruire con una particolare pedanteria una sorta di via crucis del Capitano, con la conseguenza di ammorbare il pubblico, santificare Totti e perdere il mordente di una storia che comunque già nel suo protagonista ha insita una certa leggerezza.

Speravo de morì prima Spalletti primo allenamento

La prima cosa che sgonfia questo pericolo sta nell’aspetto comedy della serie, che senza dubbio in genere funziona alla grande, rende piacevolissima la serie e strappa risate davvero sincere, facendo da contrappeso al drammatico. Per evitare di impattare su questi equilibri, la serie si concentra quasi esclusivamente su Totti, disinteressandosi (almeno per questi primi tre episodi) a Spalletti e relegando la rivalità tra i due ad un qualcosa che talvolta diventa caricatura. Ci si disinteressa pure del perché è nata quella rivalità, si fa solo qualche pigra ipotesi e si passa oltre; quello scontro è il motore degli eventi, ma certo non è né la causa della crisi esistenziale che Francesco Totti vive nella serie (la causa è il tempo), né tantomeno il punto del discorso che si vuole approfondire.

In più comunque, come accennavo sopra, la serie ha una certa sincerità nel caratterizzare la situazione di Totti, e in questo modo emergono tutte le contraddizioni e le storture del suo comportamento, magari dalla voce di una Ilary a tratti un po’ rassegnata rispetto alla cocciutaggine del marito. 

Per finire, a proposito dell’uso intelligente di flashback che ho spiegato sopra, non si mette da parte qualche accenno ai trascorsi positivi tra i due, cosa che aiuta a non vedere Spalletti solo ed esclusivamente come il cattivone di turno.

Speravo de morì prima Spalletti Totti flashback

La somiglianza fisica non è tutto

Posso dire che palle? Che palle i social e in generale mezza tifoseria romanista che produce meme, battute e versi di disappunto sul fatto che Pietro Castellitto interpreti Totti e non sia uguale a Totti? 

Ora, sicuramente la somiglianza è un aspetto importante in un biopic, ed è vero pure che gli eventi raccontati sono recenti, come è vero pure che Totti è ancora un personaggio in vista e certo non è un personaggio storico appartenente ad un’epoca lontana; tutti fattori da considerare per un casting. Direi però che pure con tutte queste premesse una performance in una serie del genere non può essere ridotta solo alla somiglianza fisica.

Al di là delle riserve che molti avranno a primo impatto, Castellitto infatti in questo ruolo si trasforma e convince con praticamente zero incertezze. C’è il biascicare romano, lo sguardo perso e l’espressività marcata che caratterizzano il Pupone, c’è un po’ tutto nei limiti del possibile. Poi certo, concedo che nessun trucco può evitare che si noti la decina d’anni abbondante tra Castellitto ora e Totti a fine carriera, ma non è mai qualcosa di davvero straniante o problematico, e non è che non ho presente il volto di Totti. Dopo un ottimo esordio alla regia con Predatori, Castellitto dimostra in ogni caso di essere sempre più promettente, e c’è decisamente l’impressione che l’ascesa allo stardom italiano per lui sarà molto veloce. Lo rivedremo poi in Freaks Out di Mainetti (chissà quando uscirà).

Speravo de morì prima Greta Scarano Castellitto

Andando avanti, il resto del cast funziona ugualmente in maniera eccellente. Pur non essendo un grande fan della Blasi (nel senso che la seguo molto poco), Greta Scarano nel ruolo di Ilary mi è sembrata molto in parte e molto credibile, per il ruolo sicuramente più serio e meno volto alla commedia dell’intera produzione, inquadrata com’è nei tentativi di dare razionalità a Totti e evitare la debacle a fine carriera. A questo proposito, l’interpretazione di Scarano stupisce proprio in questo dimostrare affettuosità e attaccamento al personaggio interpretato da Castellitto, e la chimica tra i due dà tanta solidità al rapporto di finzione.

Gianmarco Tognazzi, che in Speravo de morì prima interpreta Luciano Spalletti (di cui è il sosia, possiamo dirlo), ha un accento toscano allucinante, replica perfettamente la voce dell’allenatore ex-Inter e specie nelle conferenze stampe e nelle interviste a fine partite (quello che ricordo meglio) che vengono replicate fa abbastanza specie il livello di mimesi raggiunto.

Non sono da meno il resto dei comprimari, tra tutti l’esilarante coppia Sandra e Raimondo, composta da Monica Guerritore e Giorgio Colangeli, che interpretano rispettivamente l’affettuosa Fiorella Totti (la classica amorevole e accogliente mamma italiana, vedasi la parentesi Cassano) e il compianto Enzo Totti (morto di recente per covid).

85
Speravo de morì prima
Recensione di Simone Di Gregorio

I primi tre episodi di Speravo de morì prima sono stati una piacevole sorpresa per il sottoscritto. Una serie leggera, simpatica e allo stesso tempo capace di avere una propria profondità nel mettere in scena il fine carriera di Francesco Totti. Un cast tutto di livello, a partire dal discusso Pietro Castellitto, corona un lavoro riuscito a 360 gradi.

ME GUSTA
  • L'armonia tra commedia e parentesi drammatiche
  • Un cast tutto di livello
  • La struttura impostata su digressioni flashback è molto funzionale e ben ragionata
FAIL
  • Non aspettatevi uno scandaglio approfondito e obiettivo delle dinamiche con Spalletti, ci si concentra solo e esclusivamente su Totti