Il Pentagono ha spedito un pannello solare nello spazio per vedere se sia possibile raccogliere energia da trasmettere via satellite.

Gli Stati Uniti producono elettricità perlopiù adoperando combustibili fossili, il loro interesse verso l’eolico, il solare e il termico non è certamente spiccato. Può quindi sembrare anomalo che la branca governativa della Difesa abbia deciso improvvisamente per questa svolta, soprattutto considerando quanto sia paradossale applicare un sistema potenzialmente ecologico basandolo però sul lancio di missili.

Il “satellite spaziale solare” si basa comunque su un’idea logica: attingere costantemente della “luce blu” – ovvero i raggi solari non filtrati dall’atmosfera -, accumulando grandi dosi di energia che poi possono essere direzionate a piacere sulla superficie del pianeta.

Ecco dunque che inizia a emergere il senso dell’operazione. Nonostante siano stati adoperati dei pannelli fotovoltaici, lo scopo dei tecnici del Pentagono non ha nulla a che vedere con l’ecologia, ma con il “garantire energia in qualsiasi parte del mondo” sotto forma di microonde o elettromagnetismo.

Il Photovoltaic Radiofrequency Antenna Module (PRAM) con cui gli scienziati stanno testando questa possibilità è stato mandato in orbita attraverso il drone X-37B e ogni 90 minuti compie un giro completo del nostro pianeta.

I ricercatori del Pentagono affermano che il piccolo pannello solare possa attualmente generare senza problemi almeno 10 watt, tuttavia non hanno ancora collaudato la trasmissione a terra della suddetta energia.  

Una simile evoluzione tecnica permetterebbe di risolvere certamente i momenti di crisi – come quello appena capitato in Texas -, ma predispone inevitabilmente anche il terreno per strategie belliche aberranti, da droni di sorveglianza che non dovranno mai ricaricarsi a colpi di stato perpetrati attraverso black-out indotti.

 

 

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