Documenti e e-mail suggeriscono che Facebook barava sui conti

2 mesi fa

Alcune carte depositate in tribunale dimostrerebbero che Facebook barava nel fornire i dati agli inserzionisti, facendoci la cresta.

Sono stati recentemente desecretati dei documenti depositati nel 2018 in occasione di una class action contro il social, documenti che riportano diversi scambi che dimostrerebbero come la Big Tech avesse la tendenza a gonfiare le stime dei suoi servizi, ricavandoci un guadagno extra e non dovuto di oltre il 10 per cento.

Il modello aziendale stabilito da Facebook fa sì che l’azienda si interfacci con gli inserzionisti proponendo una Potential Reach delle loro campagne promozionali, ovvero segnala quante persone possano essere raggiunte dalle ads.

Almeno fino alla data d’acquisizione dei carteggi, la Big Tech avrebbe quindi ideato uno stratagemma, ovvero enumerare nei propri calcoli anche account doppi e profili fasulli, riconoscendoli ufficialmente come “persone”.

Senza mezzi termini, Facebook barava e lo faceva consapevolmente: scambi di missive dimostrano come la COO Sheryl Sandberg “abbia riconosciuto in una email interna che fosse a conoscenza dei problemi legati al Potential Reach già da anni”.

 

 

Altri documenti sono ancora più espliciti, se non addirittura smaccati. Alcuni dipendenti hanno esplicitamente chiesto “quanto a lungo” potessero “farla franca” con le sovrastime della Reach, altri ancora cercavano timidamente di suggerire di cambiare qualche termine burocratico, così che il Reach non tenesse più in conto le “persone”, ma gli “account”.

L’azienda ha declinato quest’ultima proposta, sottolineando che il nucleo del marketing di Facebook sia basato sulle persone. Calare le stime, d’altro canto, avrebbe inferto un colpo “significativo” agli incassi dell’azienda. Incassi che, come fa notare il product manager Yaron Fidler, non dovrebbero esistere a prescindere, “visto che si basano su dati errati”.

 

 

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