USA: anche Joe Biden vuole mettere le mani su Julian Assange

36
4 mesi fa

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Julian Assange è ancora arroccato nelle prigioni britanniche, ma gli USA vogliono sbatterlo nelle loro galere anche sotto Joe Biden.

Il governo degli Stati Uniti si è appellato alla decisione espressa dalla giudice inglese il 4 gennaio. La donna, pur riconfermando la colpevolezza del co-fondatore di WikiLeaks, si era rifiutata di garantirne l’estradizione, citando come causa la fragile salute mentale dell’uomo e l’incapacità degli USA di garantire un trattamento umano al prigioniero.

Anche il nuovo inquilino della Casa Bianca, insomma, vuol mettere le mani su Assange, personaggio che ha dato voce a una celebre fuga di dati, una fuga di dati che ha messo a repentaglio la sicurezza alcuni agenti statunitensi e ha fatto sfigurare l’intera nazione.

Oggi, venerdì 12 febbraio, sarebbe stato l’ultimo giorno utile per appellarsi alla decisione della corte e sembrava che la cosa stesse finalmente per cadere nel nulla, ma l’Amministrazione Biden ha riservato a tutti un ultimo colpo di scena, rinnovando lo scontro su quella che ormai viene vissuta come una battaglia tra stampa libera e lo strapotere dei governativi che cercano di nascondere i propri misfatti.

Una simile posizione ostile non era d’altronde ovvia: nel 2009, l’attuale presidente era il vice di Barack Obama, leader a stelle e strisce che aveva deciso di non perseguire il leader di WikiLeaks e che aveva graziato la sua informatrice, Chelsea Manning.

Le associazioni umanitarie chiedono a Biden di chiudere immediatamente la faccenda, poiché perseguire Assange si traduce trasversalmente come una tacita minaccia a tutti gli organi di stampa, minaccia che mina immancabilmente il diritto di cronaca.

Questa settimana 24 organizzazioni – tra cui Amnesty International e Reporters Without Borders – hanno indirizzato una lettera a Biden, nella speranza di convincerlo ad abbandonare questa soffocante battaglia vendicativa.

I giornalisti che operano nelle principali testate giornalistiche interagiscono regolarmente con le proprie fonti, chiedono chiarimenti e maggiori prove, ricevono e pubblicano i documenti che il governo considererebbe segreti. Dal nostro punto di vista, questo precedente potrebbe concretamente criminalizzare queste comuni pratiche giornalistiche,

recita il testo.

 

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