La recensione di Suburra 3: la terza e conclusiva stagione della serie originale Netflix è ambientata durante i preparativi per il Giubileo del 2000. Il cerchio si chiude. O meglio: si spezza. Dal 30 ottobre in streaming.

La loro storia per immagini è cominciata nel 2015, quando Stefano Sollima ha portato sul grande schermo l’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Interpretati da due giovani attori di talento, allora sconosciuti al grande pubblico, Aureliano Adami, detto Numero 8, signore di Ostia (la parte di Roma che si affaccia sul mare), e Spadino, principe degli zingari della Capitale, hanno  catturato l’attenzione degli spettatori. I loro sguardi e il modo sfrontato e ironico di parlare li hanno resi immediatamente accattivanti. Anche grazie a chi ha dato loro anima e corpo, ovvero Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara. Non possiamo non cominciare a scrivere la recensione di Suburra 3 senza partire proprio da loro.

 

 

La chimica tra i due era palpabile e da quella manciata di minuti sul grande schermo è nato un altro progetto: Suburra – La serie, ambientata qualche anno prima dei fatti visti nel film, con Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara confermati nei rispettivi ruoli. Con loro di nuovo anche Adamo Dionisi nei panni opulenti di Manfredi, fratello di Spadino, mentre il resto del cast è cambiato (compreso Samurai, non più affidato a Gianni Amendola ma a Francesco Acquaroli). Grazie alla serie, primo prodotto originale italiano di Netflix, abbiamo quindi potuto scoprire le origini di questi due criminali in grado di farsi amare dalle folle come rockstar. Arrivata sulla piattaforma di streaming il 6 ottobre 2017, è stata sempre presentata come un prequel del film di Sollima.

 

recensione di suburra 3

 

Nelle prime due stagioni ad accompagnare i due protagonisti anche Eduardo Valdarnini nel ruolo di Lele, figlio di un poliziotto che si fa ricattare da Samurai, Claudia Gerini in quelli di Sara, revisore dei conti che lavora in Vaticano ed è l’aggancio con la Chiesa, e soprattutto Barbara Chichiarelli, strepitosa attrice di teatro rivelatasi proprio grazie al ruolo di Livia Adami, sorella maggiore di Aureliano, biondissima e assetata di potere proprio come il fratello. Anzi, forse anche di più. Suburra 3, che conclude il progetto, doveva quindi rispondere alla domanda che ci siamo fatti per tre anni: come sono arrivati a odiassi così tanto Aureliano e Spadino? Come sono passati a essere da alleati, amici e quasi fratelli, a nemici giurati? Questi sei episodi, diretti da Arnaldo Catinari, ci danno una risposta. Ma non è detto che sia quella che tutti ci aspettavamo.

 

 

 

 

Aureliano e Spadino sul trono criminale di Roma

All’inizio di Suburra 3 troviamo Aureliano e Spadino di nuovo alleati: decisi a liberarsi di Samurai, cercano l’aiuto di Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), assessore comunale che, grazie proprio all’eminenza grigia del crimine capitolino, sta facendo un’incredibile carriera politica. In ballo non c’è soltanto il trono degli affari loschi di Roma, ma anche un’occasione irripetibile: il Giubileo, con tutti gli interessi economici che lo circondano. A ostacolare l’ascesa del giovane Adami e del giovane Anacleti c’è però anche il vecchio Anacleti: Manfredi si è svegliato dal coma e non ha nessuna intenzione di cedere lo scettro di capofamiglia al fratello minore.

 

recensione di suburra 3

 

All’inizio di Suburra 3 troviamo Aureliano e Spadino di nuovo alleati: decisi a liberarsi di Samurai, cercano l’aiuto di Amedeo Cinaglia.

Facendo fronte comune, grazie anche alle loro compagne, Nadia (Federica Sabatini) e Angelica (Carlotta Antonelli), che è incinta e sta per dare un erede a Spadino, i due cercano di “prendersi Roma”, puntando al ricambio generazionale. Un tema trasversale in Italia, dal mondo criminale a quello istituzionale. Per riuscirci si rivolgono a una donna importante per gli affari di Samurai (interpretata da Marzia Ubaldi, bravissima, che dopo la mamma di I predatori, il film di Pietro Castellitto, mette a segno un altro personaggio memorabile in questo fine 2020), che lo dice in modo chiaro:

Roma si governa con il potere, non con le pistole, e loro due non ce l’hanno.

Per Aureliano e Spadino però, nonostante siano due criminali, non è mai stata davvero una questione di potere: ecco perché prendono un sacco di decisioni affrettate, corrono rischi evitabili per affetto, antepongono i sentimenti a tutto. Cinaglia invece fa il percorso opposto: mette da parte tutto ciò che ha di più caro, i figli, la moglie, la famiglia, la sua onestà, pur di ottenerne sempre di più. E ci riesce, in un modo che fa molto più paura delle sparatorie da clan rivali.

 

 

 

 

Angelica e Nadia: l’altra coppia vincente

Tra Aureliano e Spadino, che sembrano Jack e Rose sul Titanic, ci sono le loro compagne, Angelica e Nadia: testimoni di questo rapporto sempre più forte, alle due non resta che farsi forza l’un l’altra. Inizialmente in competizione, il mondo difficile che le circonda le fa avvicinare. Trattate come pedine, mortificate nella loro femminilità, prese poco sul serio perché donne, non ci stanno e anche loro vogliono essere padrone del proprio destino, sognando un futuro diverso, in cui ognuno può autodeterminarsi, a prescindere dal sesso, dalla religione, dalla provenienza.

 

 

Anche se appartengono al mondo del crimine, queste donne sembrano portare avanti la speranza come una fiaccola.

Un sono utopistico, come quello di Aureliano e Spadino di diventare i re di Roma, ma che, nonostante si allontani sempre di più a ogni tentativo di rivalsa, non impedisce alle ragazze di provarci, di sperare. Anche se appartengono al mondo del crimine, queste donne sembrano portare avanti la speranza come una fiaccola.

 

 

 

 

Bisogna che tutto cambi perché resti com’è

La speranza però è un’arma a doppio taglio: quella dei personaggi, ma anche quella degli spettatori. Con un colpo di coda finale frenetico e inaspettato (sei puntate non permettono sbavature, ma portano necessariamente a sacrificare qualcuno, come il personaggio di Claudia Gerini, Sara, importante nelle prime due stagioni e qui congedato frettolosamente).

Suburra scardina le nostre convinzioni, si trasforma, cambia pelle sotto i nostri occhi e si prende quella libertà, quella voglia di autodeterminazione che hanno i due protagonisti.

Spiazzante e sorprendente: è così questa stagione conclusiva di Suburra, che sembra dirci, come farebbe il principe di Salina di Il Gattopardo, che “bisogna che tutto cambi perché resti com’è”. Lì dove il film di Stefano Sollima mostrava una Roma in preda all’apocalisse, a una tempesta quasi sovrannaturale, la serie rimane molto più concreta, facendoci capire che il male più pericoloso non è quello che si presenta come tale, ma quello che ha due facce, una delle quali magari molto rispettabile. La politica corrotta, i traffici tra “colletti bianchi” forse devono preoccuparci molto di più (intuizione a cui è arrivata anche Gomorra – La serie, con Genny Savastano che da Scampia va a fare i broker in giacca e cravatta a Londra). Roma si governa col potere: e chi ha più potere di chi ci governa? Tutti gli altri sono illusi, che possono scegliere di vivere la vita in modo più o meno consapevole e soprattutto con il peso della propria coscienza. Criminali compresi.

 

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In conclusione della recensione di Suburra 3, possiamo dire che è stato bello sognare con Aureliano e Spadino: nonostante i loro crimini, nonostante tutto, sotto quei vestiti sgargianti batte un cuore, che è esattamente come si presentano entrambi. Al contrario di cardinali, consiglieri comunali, avvocati e cittadini rispettabili, che si nascondono dietro una facciata.

È quindi comprensibile che gli autori e gli attori, totalmente innamorati di loro, abbiano voluti consegnarceli così, tragici, destinati a cadere, sempre privati di ciò che amano. Come Butch Cassidy e Sundance Kid (sì, un altro paragone con una coppia storica del cinema) ci piace immaginarli sempre a bordo di quella macchina, mentre scherzano sulla vita e sul futuro, tenendo per un momento basse le pistole e alto lo spirito. Immaginando tutto quello che poteva (e potevano) essere ma non è. E mai sarà. Per via della loro natura matrigna, di mamma Roma che sta sempre lì e non si cura di un figlio in particolare.

Solo Roma è eterna.

 

 

 

Suburra 3 è su Netflix dal 30 ottobre