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Michael Jordan, l’uomo che sapeva volare

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12 mesi fa

21 minuti

Il mito di Michael Jordan è immortale: uno degli sportivi più di successo della storia e un modello comportamentale studiato e analizzato. Ma quanto è stato veramente grande Michael “Air” Jordan? Proviamo a ripercorrere la sua storia sulla scia di The Last Dance.

Michael Jordan è il basket; di più, Michael Jordan è la quintessenza dello sportivo che ha dedicato la sua vita ad essere sempre un vincente, senza risparmiarsi, senza cedere di un millimetro, diventando la leggenda immortale che tutti conosciamo.

Il bellissimo documentario in dieci episodi prodotto da ESPN e in corso di serializzazione su Netflix, The Last Dance, sta appassionando nuovamente tanti fan della pallacanestro e non solo, a riprova di quanto MJ sia sempre stato un personaggio pubblico trasversale, impossibile da ignorare.

Ma Michael Jordan non è solamente uno degli sportivi più di successo della storia, è anche oggetto di analisi e di studio, dato che il suo modello comportamentale è stato riconosciuto da tanti formatori professionali come uno dei più efficaci e redditizi per raggiungere determinati obiettivi.

Ma chi è veramente Michael Jordan?

La sua è una storia sempre bella da raccontare e vale la pena fare un breve excursus per fotografare non solo il campione ma anche l’uomo che sapeva volare.

 

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Michael Jordan ChildMichael Jordan nasce a Brooklyn il 17 febbraio del 1963, quarto di cinque fratelli.

Una figura chiave, più che fondamentale della sua vita, è stato il padre James Jordan Sr., quasi un migliore amico per lui, che nonostante un atteggiamento severo e spesso al limite, gli ha trasmesso il valore della crescita e dell’impegno per arrivare a conquistare gli obiettivi, una cosa che Mike imparerà bene e metterà sempre in pratica in campo e negli allenamenti, arrivando ad essere anche spesso odiato da compagni ed avversari per i suoi modi provocatori eccessivi.

Mike cresce nella Carolina del Nord a Wilmington, una città tristemente nota per essere stata teatro di uno dei più crudeli massacri di afroamericani ad opera di bianchi razzisti nel 1898. Anche questo sarà importante ad un certo punto della sua vita.

Da sempre interessato più allo sport che allo studio, si cimentò nel baseball, spinto dalla grande passione del padre e del fratello maggiore James Jr., i quali vedevano in lui un potenziale futuro all’interno del diamante, e successivamente anche nel football. In entrambi i casi la sua potenza fisica e la costituzione non gli hanno consentito di raggiungere importanti risultati.

Ma il destino aveva in serbo il basket per il giovane Mike: quando arrivò al liceo Laney High School, nonostante una statura un po’ inferiore alla media, fece intuire una particolare bravura e propensione.

Il primo fatto significativo della sua vita avvenne proprio in quegli anni. Escluso dalla prime scelte del roster per i suddetti problemi di altezza (era alto 178 cm contro i 185 della media della squadra) il giovane Mike passò l’estate ad allenarsi costantemente nel campetto di casa e nei vicini playground arrivando – così narra la leggenda – a guadagnare 12 cm entro l’inizio del quarto anno di liceo. Fu proprio coi Laney Buccaneers che indossò il suo leggendario numero 23 che lo ha poi accompagnato per (quasi) tutta la vita.

Jordan prese quell’iniziale esclusione come una sfida personale per migliorare e crescere e questo fu solo il primo di numerosi altri avvenimenti del tutto simili che hanno caratterizzato la sua intera carriera e personalità.

MJ NCAA

 

Diventato un fenomeno delle giovanili per lui si spalancarono le porte della prestigiosa Università della North Carolina, una fucina di talenti sportivi notevole e a fianco ad alcune future star del basket professionistico.

Diventato un fenomeno delle giovanili per lui si spalancarono le porte della prestigiosa Università della North Carolina, una fucina di talenti sportivi notevole e a fianco ad alcune future star del basket professionistico. Dopo aver vinto il titolo NCAA nel 1982 Michael Jordan continuò a sottoporsi a duri allenamenti, crescendo ancora in statura e tecnica e diventando una star a livello collegiale riconosciuta e apprezzata. I successivi tre anni di università furono costellati da un crescendo di successi e considerazione e lo portarono ad essere convocato nella nazionale americana di basket che affrontò le olimpiadi di Los Angeles, con il quale vinse l’oro assieme a futuri compagni e rivali tutti provenienti dal mondo universitario.

La strada dell’NBA stava per spalancarsi, e più precisamente il 12 settembre del 1984, durante il Draft NBA considerato tra i più importanti della storia. Michael Jordan risultò terza scelta per i Chicago Bulls, preceduto dal leggendario pivot Hakeem Olajuwon (colonna portante degli Houston Rockets) e Sam Bowie per i Portland Trailblazers.

In quello stesso draft arrivarono in NBA giocatori come Sam Perkins, Charles Barkely, John Stockton e molti altri.

 

NBA DRAFT 1984

 

Peccato che i Chicago Bulls non fossero certo una stella di prima grandezza nel mondo dell’NBA.

La squadra era considerata tra le meno dotate di talento e carismatiche dell’intera Eastern Conference e la caratteristica era rispecchiata non solo dal roster, spesso dedito al consumo di alcol e droghe, ma anche dal proprio stadio e da un tifoseria piuttosto sonnecchiante.

Ma Air Mike cambiò tutto.

Per prima arrivò la Nike, che al tempo era una piccola realtà con un fatturato allora davvero bassissimo a confronto con le blasonate Reebok e Adidas.

Il talento di Jordan, nonostante non avesse ancora toccato un pallone in NBA, non era passato inosservato e subito gli fu proposto l’endorsement per una linea di scarpe da basket innovative, dotate del sistema rivoluzionario “air” che divenne poi uno dei brevetti più redditizi al mondo. Da notare che Air Mike avrebbe preferito Adidas…

Nacquero le Air Jordan, non solo sneaker leggendarie, ma ad oggi il brand di abbigliamento sportivo più popolare, longevo e costantemente di moda del mondo intero.

 

 

Curiosità: il contratto milionario proposto a Michael valeva 3 milioni di dollari in 5 anni più le royalties per ogni paio venduto con il suo cognome sopra, ai tempi una cosa stratosferica.

Solo nel primo anno il brand Air Jordan portò a Nike un fatturato di 120 milioni di dollari/anno, dai 25 di partenza. Oggi i tempi sono di certo cambiati (LeBron James per la sua partnership con Nike firmò un contratto per 90 milioni di dollari in 7 anni), ma per l’epoca possiamo dire che Nike fece la sua più grande scommessa della vita.

Non a caso, circa un anno dopo, il brand finì in primo piano in pellicole come Ritorno al Futuro e in altri importanti contesti che la lanciarono nell’iperspazio dei grandi brand mondiali.

Al suo primo anno da professionista Michael, senza neanche troppa fatica, ottenne il titolo “Rookie of the year”, superando più volte i 35 punti a partita, segnando record personali di punti match dopo match. Fu convocato anche per l’All Star Game e divenne uno degli atleti più apprezzati, chiacchierati e interessanti di tutto il basket americano.

Questo portò a due conseguenze, che si sono riproposte spesso nella carriera di Michael Jordan: da un lato l’interesse nei tifosi dei Bulls crebbe in maniera esponenziale, portando nello stadium decine di migliaia di spettatori e contribuendo in maniera molto significativa alle entrate economiche della società, dall’altra il suo talento era così strabordante da risultare parecchio fastidioso in molti altri giocatori, i quali durante l’All Star Game misero in atto il famoso episodio del “freeze-out”, rifiutandosi di dargli la palla per le troppe attenzione che il ragazzotto della Carolina del Nord stava ricevendo. Brutto errore.

Già perché una delle caratteristiche più riconoscibili di Michael Jordan è sempre stata proprio la sua incredibile smania di competizione.

Non mi passi la palla? Vedrai alla prossima partita quanto ti demolisco.

Per ben cinque volte in carriera ha superato la soglia dei 60 punti in partita

Aveva il talento per farlo e aveva un’abnegazione davvero unica e lo sapeva. Per lui ogni momento era una sfida con degli avversari, e quando non ne trovava direttamente traslava la stessa sfida a sé stesso, come se bramasse l’idea di avere sempre un qualche ostacolo dinnanzi da oltrepassare. E forse è proprio questo il segreto del suo successo e anche dell’unico (brutto) vizio che ha sempre avuto, ovvero la passione per le scommesse e il gioco d’azzardo.

Questo livello di competizione estrema lo ha portato ad ottenere risultati formidabili anche in condizioni di assoluto svantaggio.

Per ben cinque volte in carriera ha superato la soglia dei 60 punti in partita, la prima volta ai playoff contro i Boston Celtics di Larry Bird, a pochi mesi dal rientro da un brutto infortunio al piede. In quell’occasione lo stesso Bird ammise che forse in campo “c’era Dio vestito da Michael Jordan”.

Ma se i picchi sono ovviamente altisonanti quello che più fa paura di questo immenso atleta è stata la costanza. La sua media punti in carriera è tuttora la più alta nella storia con un pauroso 30,123 in una carriera iniziata nel 1984 e conclusasi ufficialmente nel 2003 (con due ritiri nel mezzo).

Solo il leggendario Wilt Chamberlain gli è di poco inferiore con 30,066 (ricordiamo che Chamberlain ha superato per ben 32 volte il record di 60 punti a partita e mantiene ancora l’indiscusso primato dei 100 punti in un singolo match).

 

Michael Jordan 6 rings

 

Michael Jordan ha vinto 6 anelli NBA, conquistando l’incredibile traguardo di tre campionati di fila nel 1991, 1992 e 1993 con i Chicago Bulls (cosa che non era riuscita ai mitici Magic Johnson coi Los Angeles Lakers e Larry Bird coi Boston Celtics), serie poi ottenuta nuovamente nel 1996, 1997 e 1998.

Ogni motivo era buono per Michael Jordan per trovare un nuovo stimolo agonistico e personale sia con gli avversari che nella stessa palestra coi propri compagni di squadra.

E questo segna l’altra grande caratteristica di Air Mike: la mitica guardia dei Bulls è stato un leader, un trascinatore, un motivatore, ma a suo modo, che al 90% non è quello che avresti voluto o saputo accettare. Per gli avversari era il cosiddetto “pain in the ass”, abilissimo artista del trash talking che mentre lo stavi marcando arrivava a chiederti cose del tipo “sei stato dal barbiere stamattina? Perché sto per schiacciarti in faccia e domani mattina sarai sulle copertine di tutti i giornali, devi essere bello per questo” (fatto vero).

 

 

Michael Jordan è sempre stato follemente competitivo in campo. Ne sono un esempio le batoste rifilate ad atleti eccezionali come Charles Barkely (finale NBA del 1993 vinta 4-2 dai Bulls), Gary “The Glove” Payton (miglior difensore del campionato, sconfitto nella finale del 1996 contro i Seattle Supersonics), tutti colpevoli di aver preso in giro Jordan o di aver fatto dichiarazioni altisonanti che mettessero anche parzialmente in ombra il nome di Sua Maestà Aerea. All’indomani dalle dichiarazioni Air Mike tirava fuori gli occhi della tigre e li disintegrava.

Lo stesso vale per il fortissimo Dominique Wilkins degli Atlanta Hawks che per un attimo ha messo in dubbio lo scettro di “Re delle Schiacciate” di Jordan e per questo sconfitto nella Slam Dunk Contest del 1988 (in cui ci fu la famosa ed iconica “air walk” dalla lunetta – oltre 2 metri di balzo in avanti).

 

Jumpman 23

 

Per non parlare della rivalità mai davvero risolta con Isaiah Thomas, dei fisici e violenti Detroit Pistons, che prese di mira Jordan colpendolo in tutte le maniere per indebolirlo e deconcentrarlo nella famosa finale del 1991 che consegnò il primo titolo ai Bulls.

Quando Jerry Krause, il general manager dei Bulls degli anni ‘90 (con lui eternamente in conflitto e poco amato per i suoi modi, ma con il merito di aver costruito una delle squadre più forti di tutti i tempi) si “innamorò” del talento croato Toni Kukoč volendolo in squadra, ci penso Michael a demolirlo durante le olimpiadi del 1992 a Barcellona per far capire che NESSUNO doveva permettersi di desiderare qualcosa che non fosse da lui approvato.

Un’altra curiosità che arriva dal passato e testimonia il livello di permalosità che lo contraddistingueva. Vi ricordate quando vi ho detto che inzialmente, al liceo, Jordan non fu scelto per il Varsity Team locale? La scelta ricadde su un tale Leroy Smith, che non ottenne mai nella sua carriera particolari traguardi professionistici, specie in NBA.

Bene, Michael Jordan nella sua cerimonia di ingresso nella Hall Of Fame lo ringraziò perchè fu grazie a quel primo rifiuto/sconfitta che in lui si sviluppò la fame che lo portò a diventare il più grande giocatore di tutti i tempi. Ma non solo, pensate che Leroy era il nome che era solito dare negli alberghi per evitare di essere riconosciuto e disturbato.

 

Phil Jackson aka Coach Zen

 

Ce ne sarebbero tante da raccontare in effetti e The Last Dance è meravigliosa nel dare il giusto spazio a tutti questi grandi momenti della carriera di Air Mike.

Ma parlavamo della sua attitudine estremamente aggressiva e competitiva anche coi propri compagni di squadra.

Se Phil Jackson, il mitico coach che ha portato alla vittoria i Bulls era soprannominato “Coach Zen” per la sua perenne calma e pacatezza, Michael Jordan era una tigre in tutto e per tutto.

Ogni compagno veniva insultato, preso in giro fino ad arrivare alla lacrime (come accaduto con Scott Burrell nella stagione 1997-1998) e in un singolo caso addirittura colpito, come accaduto a Steve Kerr, abilissimo tiratore di Chicago.

Se non rientravi nei canoni che Jordan riteneva accettabili (ovviamente altissimi) lui non ti passava il pallone. Non lo ha mai fatto perché contrario all’etica del gioco di squadra ma perché dai suoi compagni pretendeva un’abnegazione e una perfezione che dovevano essere in tutto e per tutto simili a quelle che metteva in pratica lui.

Forse le uniche eccezioni in tal senso sono state riservate ai cosiddetti membri del Breakfast Club, i compagni con cui era solito fare colazione al mattino prima degli allenamenti e con cui codivideva molto, ovvero i mitici numeri 33 e 91 dei Chicago Bulls, Scottie Pippen e Dennis Rodman, assieme a Ron Harper e Steve Kerr, gli unici che trattava da veri suoi pari e per i quali nutriva una immensa fiducia, oltre che per il suo allenatore Phil Jackson. Certo che a voler parlare di loro bisognerebbe scrivere un altro articolo intero.

 

Un’alchimia perfetta: Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman

Vi immaginate che vita d’inferno poteva essere quella di avere ogni giorno sempre a fianco un mostro di talento che ti ricordava a parole e coi fatti che tu valevi di meno?

Non tutti potevano giocare una partita con 38 di febbre e un’intossicazione alimentare in corso. Anzi diciamoci la verità quasi nessuno. Jordan lo ha fatto nella finale del 1997 contro gli Utah Jazz in gara 5 e ha segnato 38 punti, come se niente fosse, ma in realtà sottoponendosi ad uno sforzo disumano (il celebre The Flu Game).

Ecco, se volevi la sua fiducia, lui doveva sapere che anche tu eri pronto a tanto.

Michael Jordan si allenava quando gli altri uscivano a festeggiare. Quando si ritirò nell’ottobre del 1993 per giocare a baseball, al suo rientro in squadra il suo corpo era fuori forma perché si era abituato ai diversi movimenti dello sport praticato sul diamante. A fine stagione, anziché prendersi una vacanza, decise di intensificare gli allenamenti per recuperare la forma fisica perduta e tornare ad essere “il migliore che ci sia mai stato e il migliore che ci sarà mai” (come recita la frase posta sulla sua statua davanti allo United Center). Nelle successive tre stagioni giocò ai massimi livelli (quella del 1996 fu una delle migliori di sempre) e vinse tre titoli di seguito.

In quell’anno Michael Jordan era impegnato anche nelle riprese di Space Jam per Warner Bros, arrivando a recitare di giorno ai ritmi delle grandi produzioni (mattina e pomeriggio) e allenandosi e giocare partite di training con amici e compagni fino a sera tardi. Tutto per essere sempre il più grande.

Amato dai fan con i quali si è sempre dimostrato cordiale e disponibile, odiato e rispettato dagli avversari, temuto, a volte mal sopportato, ma di certo adorato dai compagni, Jordan ha avuto sempre un solo obiettivo nella vita: essere il migliore. E questa cosa non è priva di costi.

Non ha concesso molti spazi della propria vita privata ai media. Non era certo come Rodman o altre star che amavano la vita mondana. Si allenava, giocava, riposava e tornava ripetere la routine, sempre in maniera diligente e precisa.

Amava il golf, i sigari (un vizietto risaputo e tollerato) e l’azzardo. O meglio, probabilmente non amava di per sé il gioco d’azzardo ma la sfida celata in esso a riprova di questa sua malattia competitiva. Scommetteva e parecchio anche (cifre che comunque confrontate con il suo patrimonio potrebbero risultare “modeste”) e forse qualche volta si è cacciato in qualche cosa spiacevole, ma nulla è mai stato comprovato.

 

 

E proprio su questo si sono accaniti diversi giornalisti, perché era quasi noioso continuare a ripetere quanto fosse forte e vincente. Anche se i Bulls perdevano (e succedeva più di quello che la leggenda vorrebbe farci ricordare) lui comunque segnava più di 30 punti a partita, uscendone a testa alta.

La tragica scomparsa del padre nel 1993, ucciso con un colpo di arma da fuoco al petto in quello che è stato un tentativo di rapina andato male, lasciò un segno profondissimo in MJ.

Jordan era già provato dall’immensa pressione mediatica e atletica a cui era sottoposto, aveva raggiunto il suo obiettivo di tre titoli vinti consecutivamente, era già sul tetto del mondo e non ce la faceva più psicologicamente. La scomparsa del padre, suo eterno alleato e presenza costante dagli spalti agli spogliatoi, fu il colpo di grazia. I giornalisti hanno inventato di tutto: dall’omicidio del padre a causa dei debiti di gioco di MJ fino addirittura a una sospensione voluta dal general commissioner dell’NBA David Stern, proprioper motivi disciplinare. Tutte balle. Tutte cose che delusero così tanto Jordan da convincerlo a mollare.

Decise di “onorare” il padre James dedicandosi al baseball, forse l’unica vera sfida che Michael Jordan non ha vinto nella sua vita, visto che i suoi 18 mesi da giocatore professionista nei Chicago White Sox e nei Birmingham Barons (in lega minore). Le sue statistiche, nonostante i duri allenamenti e una certa convinzione, non raggiunsero mai livelli alti e anzi nuovamente i giornalisti fiutarono una crepa nel muro di impenetrabilità di Jordan e lo attaccarono per questi suoi modesti traguardi.

E lui che fece? Si arrese all’evidenza, lasciandosi tutto alle spalle?

Nossignore, gli Occhi della Tigre erano ancora lì, pronti a dimostrare che dopo ogni provocazione Michael Jordan ne usciva più forte, più determinato, magari con qualche oro in più.

Dopo il suo famoso “I’m Back”, nel 1995 la squadra lo riaccolse, lui mantenne il numero 45 per un brevissimo tempo e dopo un iniziale periodo di ripresa dimistichezza, mise a segno la sua stagione più brillante e incredibile, quella del 1996.

Ecco il motivo per il quale Jordan è un caso di studio interessante.

La vita di Jordan sembra essere il vademecum dell’uomo che ambisce al successo, alla perfezione, senza mai tirarsi indietro.

La sua intera carriera mostra come da ogni sconfitta lui sia riuscito a trarre il meglio, sacrificandosi e allenandosi e raggiungendo ogni obiettivo. Jordan sembra non aver mai quasi mai ceduto alle pressioni degli avversari, dei giornalisti, dei politici che lo avrebbero voluto dalla propria parte (e lui non si schierò mai in carriera anzi, assunse atteggiamenti se vogliamo un po’ ambigui e egoistici privilegiando la propria immagine di sportivo a dispetto di quello che avrebbe rappresentato anche come simbolo sociale per la popolazione afroamericana).

 

The First Title

 

Michael Jordan è un carro armato di motivazione. Anche adesso lo potete apprezzare su The Last Dance, lo splendido documentario di ESPN che racchiude oltre 20 anni di contributi video e racconti, nel quale lo si vede ancora ridere sarcasticamente alle battute dei vecchi avversari e compagni, quasi a voler dire “si, parla pure, se scendiamo al campetto di faccio il culo a strisce anche adesso”.

Se un uomo è dotato di talento naturale, la carriera di Jordan dimostra che da solo non basta, deve essere coltivato, allenato, messo costantemente in dubbio. Il destino lo ha donato di una dialettica pazzesca (da cui nasce anche il suo trash talking e la sua capacità di rispondere per le rime a chiunque), di un senso del controllo micidiale e di un acume raro, che spesso in allenamento lo vedevano parlare ai compagni come se fosse lui stesso il coach (anche se non ha mai messo in dubbio il totale rispetto nutrito per Phil Jackson).

Tutte cose incredibili se si considera che già da molti anni gli è stata diagnosticata la cosiddetta ADHD, cioè il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, una condizione neanche troppo rara che può portare a numerose . Non chiedetemi come questo tipo di patologia possa coniugarsi con la sua capacità di gioco e di focus in game, né se la sua iper-competitività possa essere in qualche modo ricollegabile.

 

 

Mettere in pratica il modello Jordan può renderci uomini di successo?

Di certo è la migliore, se non unica, maniera per un individuo che ambisce al successo personale.

Impegno e costanza sono alla base di tutto, ma soprattutto il modello evidenzia un’incredibile capacità di rialzarsi, come poche altre volte si è riscontrato nel mondo dello sport e in generale dello show business.

Questa condizione però ha anche un rovescio della medaglia che non tutti possono sopportare. Si finisce col diventare dei veri e propri predatori, affamati di vittoria e pronti a tutto pur di ottenerla (una cosa che Michael Jordan ha sempre ripetuto e lo si nota anche in The Last Dance).

Non tutti accettano di buon grado di stare al fianco di un individuo così concentrato sul proprio successo da risultarne ossessionato. A volte verrebbe da chiedere a MJ: “ma tu, quanto ti sei divertito nella tua carriera? E qual era il confine tra soddisfazione e ossessione personale?”

 

Jordan Three Peat

 

Si è detto in tanti ambiti, non tutti possono reggere il peso della corona sul proprio, Michael Jordan la indossa ancora con fierezza e in tutto e per tutto non sembra aver perso il suo mordente, anche se l’età e qualche bicchierino di certo hanno lasciato qualche chilo in più nel campione.

Ah, una nota: molte persone, guardando The Last Dance, hanno notato un colore un po’ anomalo negli occhi di MJ, spesso arrossati e a volte lievemente viranti al giallo. Ne sono nate numerose teorie che vorrebbero Jordan affetto da qualche patologia epatica o con problemi legati all’abuso di alcol.

Nulla è mai stato dichiarato in tal senso e ogni sua apparizione, sia nel documentario che pubblica, non lascia immaginare alcun problema fisico per Sua Maestà Aerea, che ancora calca i campi da golf e si dedica alle mille attività (finalmente anche sociali e benefiche) che riguardano la sua vita e il suo business.

Ennesima riprova che quando uno è troppo perfetto non si sa davvero dove aggrapparsi pur di “riportarlo” a livello degli esseri umani. Ecco, è più probabile che sia veramente un alieno come molti hanno ironizzato.

Michael Jordan resterà per sempre l’uomo che sapeva volare, un mito assoluto che trascende le epoche e le generazioni, ispirando la mia e affascinando quelle attuali.

Oggi il logo del jumpman è ancora estremamente di moda, specie nei giovanissimi che di certo non lo hanno mai visto giocare; è quindi davvero molto bello che finalmente sia arrivato su Netflix The Last Dance, un documentario sportivo tra i migliori che io abbia mai visto, con un taglio quasi da serie tv, ricco di curiosità e di esempi di auto-realizzazione davvero interessanti.

Da ragazzino avrei voluto essere Michael Jordan, chi non lo avrebbe desiderato? Oggi non sarei sicuro di volere una vita come è stata la sua, ma resterà per sempre il mito che ricorderò per tutta la vita.

 

Space Jam Monstars

 

Ah, ultima curiosità…nonostante Air Mike sia diventato un nonno sicuramente affettuoso e di compagnia ancora non è bravo a “perdonare” del tutto i vecchi rivali.

Ricordate Space Jam? Quando i Nerdluks si impossessano dei talenti dei vari campioni NBA diventando i Monstars l’unico di loro a sbagliare un tiro è Bang, l’alter ego del muscolare e piuttosto odiato pivot dei Knicks Patrick Ewing.

Birichino MJ, non è che per caso c’entri qualcosa?

 

 

 

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