La nostra recensione di Star Wars: The Clone Wars 7, l’ultima stagione della celebre serie animata che chiude alla perfezione uno dei periodi più cupi del franchise.

Scrivere la recensione di Star Wars: The Clone Wars 7 non nego faccia effettivamente un certo senso. Dopo la sua chiusura precoce nel 2014, è innegabile che un progetto così vasto abbia sofferto immensamente del taglio netto di molti archi narrativi già approfonditi, ripiegati poi parzialmente su medium cartacei.

Per questo l’annuncio nel 2018 del ritorno della serie animata guidata da Dave Filoni ha avuto del clamoroso, facendo saltare in aria l’entusiasmo della fanbase e soprattutto garantendo una appropriata conclusione per una delle iterazioni più celebri ed apprezzate del franchise di Star Wars, tra alti e bassi.

Con l’arrivo di Disney+ abbiamo quindi l’occasione di mettere la parola fine ad un racconto sviluppato su più fronti e molto sfaccettato, che brilla per l’ideazione di personaggi iconici nuovi di zecca, per la brillante riscoperta di alcune figure trascurate e in generale per essere riuscito a redimere e valorizzare al suo massimo l’immaginario della trilogia prequel.

A prova dell’errore nel sottovalutare, le mille idee di The Clone Wars sono vera e proprio sorgente originaria di buona parte di quanto Star Wars è al giorno d’oggi, a partire dal successo clamoroso di The Mandalorian e arrivando al videogioco con Fallen Order.

 

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La chiusura della serie aveva quindi onore e onere di coronare un percorso, rispondendo anche alle grandi aspettative degli spettatori di mezzo mondo; la semplice domanda rimane: ci sono riusciti? Sono felice di dirvi che la risposta è un gigantesco sì, visto quello che è a tutti gli effetti un lavoro perfetto da ogni lato lo si guardi per i quattro episodi conclusivi. Il finale diviso in atti, grazie pure ad elevati valori produttivi, è semplicemente clamoroso, sostenuto da un’epica sempre palpabile, icone carismatiche e un momento di svolta della galassia drammatico come inevitabilmente affascinante.

Il capolinea di The Clone Wars non ha dunque nulla da invidiare rispetto ai capitoli cinematografici, che anzi in alcuni casi supera abbondantemente per merito, e guarda anzi a testa alta la dignità del suo ruolo nel più grande universo canonico.

Certo, il resto della stagione non si mantiene nemmeno lontanamente su quei livelli, ma l’eccellenza assoluta delle ultime battute è tale da mettere in secondo piano tutto il resto. Andiamo però con ordine, intanto vi ricordo prima di iniziare che Star Wars: The Clone Wars 7 è terminata con lo Star Wars Day su Disney+, dove trovate ovviamente tutta la serie, in aggiunta anche al sequel Rebels.

 

 

La stagione finale di The Clone Wars è divisa in tre archi netti

La stagione finale di The Clone Wars è divisa in tre archi netti; il primo, di cui già in passato erano stati pubblicati story reel, riguarda la squadra di cloni Bad Batch, il secondo invece un pesantissimo e piatto filler con Ahsoka, mentre il terzo come già detto è un vero capolavoro di per sé che ridà dignità a tutta la stagione.

Bad Batch va in pratica a tirare le fila della storia dei soldati della Domino Squad, a seguito della morte di Fives a causa dell’attivazione del chip di controllo (Ordine 66), a dimostrazione di come questa stagione voglia dare importanza all’identità dei singoli cloni per sottolinearne la totale abnegazione e il legame reciproco. Questo è un qualcosa che Lucas non aveva mai veramente perseguito, e appartiene esclusivamente a questo percorso animato, con il risultato di rendere la caduta della Repubblica ancora più drammatica e amara.

Sono puntate in ogni caso piuttosto dense, ben dirette e sufficientemente interessanti, con il nuovo peculiare commando di cloni a contribuire in maniera decisiva alla riuscita della formula. Si tratta in questo caso di soldati con modifiche genetiche specifiche, a vicenda complementari e bizzarri nel loro assortimento, cosa che, al di là della chiara chimica del gruppo, emerge soprattutto nelle sequenze d’azione, abbastanza sorprendenti da riuscire comunque a distinguere e sostenere l’esistenza di questo arco narrativo.

 

 

Il secondo arco narrativo è al limite del superfluo e del ridondante

Se per Bad Batch però parliamo di una più che buona parentesi negli eventi, con il secondo arco, con protagonista Ahsoka e le due inedite sorelle Martez, Trace e Rafa, siamo invece decisamente nel campo del superfluo e del ridondante. L’unica attenuante sta nel fatto che questo racconto sia stato portato avanti e ritoccato esclusivamente per collegare l’ex padawan togruta all’assedio su Mandalore e di conseguenza al migliore finale di serie possibile da concepire.

Questa successione di episodi in realtà probabilmente doveva essere ben diversa, a partire dalla presenza delle sorelle al posto di un singolo ragazzo, ma qualche scelta – evidentemente ad hoc e forzata – sarà appunto stata di sicuro resa obbligatoria dalla necessità di arrivare alla conclusione definitiva ben prima di quanto inizialmente era previsto.

Fatto sta che quattro episodi su dodici di questa settima tornata sono perlopiù meri riempitivi, costruiti su due personaggi potenzialmente anche interessanti, vista la loro backstory che dava possibilità per ampi margini di approfondimento su diversi temi.  In realtà le sorelle si dimostrano al contrario solo come timidi tentativi appena abbozzati – e non necessari – di dare maggiore spessore alla decisione di Ahsoka di abbandonare l’Ordine Jedi (sì, siamo su Coruscant appena dopo la celebre scena con Anakin).

Le due sorelle raggiungono livelli di ingenuità assolutamente allucinanti e pretestuosi

Tra l’altro le due sorelle raggiungono livelli di ingenuità assolutamente allucinanti e pretestuosi, a volte tali da non crederci, con passaggi del racconto che gridano senza grossi cerimoniali il loro essere semplice strumento per avviare il finale e per garantire un contentino ai toni più leggeri dello show, anche mirati ad un target di giovanissimi. Capisco a grandi linee l’intenzione, tuttavia non era certamente obbligatorio passare per modalità così fuori contesto, illogiche e diluite; francamente, come tutti penso, avrei preferito due episodi in meno e una transizione più veloce allo splendido epilogo.

 

recensione di Star Wars: The Clone Wars 7

 

Questi passi falsi fortunatamente vengono invece riscattati dal finale di serie. Sì, vi ho fatto una testa tanta e me ne rendo conto, ma faccio sinceramente fatica a contenere il mio entusiasmo a riguardo.

Diviso esplicitamente in quattro atti, con tanto di tema principale ad aprire il primo, la conclusione di The Clone Wars rivela ancora una volta quanto la timeline de La Vendetta dei Sith sia sostanzialmente la più florida del franchise, per ovvi motivi.

Difatti quello che a tutti gli effetti è un lungometraggio di quasi due ore scorre parallelo agli eventi di Episodio III, partendo leggermente prima, terminando dopo, e avanzando per buona parte nel mezzo. Inutile dire che la quantità di fan service qui sia in grandissima abbondanza, ma risulta sempre funzionale a quanto Filoni vuole raccontare, ovvero essenzialmente un altro punto di vista di quanto già visto al cinema.

 

recensione di Star Wars: The Clone Wars 7

 

Qui però l’impatto ha una messa a fuoco molto diversa, perché come ho anticipato sopra tutto è più sfaccettato, e l’Ordine 66 assume una gravità totalmente inedita, improntata meno sulla caduta dei Jedi e più sull’integrità totalmente violata dell’esercito di cloni. Quei cloni costretti a calpestare la propria essenza umana, il senso di lealtà, il rispetto e talvolta l’amicizia verso i cavalieri loro compagni e comandanti in guerra.

Non a caso l’intimo rapporto di Ahsoka con le truppe da lei guidate, e in particolare con Rex, prende un’importanza fondamentale, caratterizzando buona parte del successo clamoroso di questi episodi e alimentando gli sbocchi più drammatici.

I quattro atti conclusivi di The Clone Wars 7 non solo vantano una scrittura impeccabile per quanto concerne i rimandi ad Episodio III, la definitiva maturazione di Ahsoka e la tragedia incolmabile vissuta alla fine da un Rex disperato e impotente, ma pure per tutto quello che riguarda Maul.

 

 

Lo zabrak ha fatto grandissimi passi da gigante al di fuori del grande schermo

Nato come poco più di una macchietta dal brillante character design in Episodio I: La minaccia fantasma, lo zabrak ha fatto grandissimi passi da gigante al di fuori del grande schermo, piazzandosi forse come il villain meglio delineato della serie dopo Kylo Ren e Vader. Il suo interesse folle e ossessivo per la vendetta, verso Kenobi e verso Palpatine (che lo ha usato e dimenticato), e l’emotività viscerale e incontrollata lo portano ad essere un outsider per definizione, alienato ormai da qualsiasi ordine, schieramento e dottrina.

Le sue parole nel confronto con Ahsoka sono più che lucide, consapevoli di quanto stia per accadere, eppure guidate dall’esclusiva volontà di esigere sangue e riscatto per la propria sorte da esule e per la propria infinita sofferenza, presente e passata.

Il duello si pone a mani basse come uno dei confronti più esaltanti ed elaborati di tutta la serie

Lo scontro tra Ahsoka e Maul – tanto pubblicizzato, giustamente, per questo finale – ha infatti un che di poetico, vedendo il duello tra due individui dopotutto agli estremi opposti di una stessa situazione, entrambe pedine ormai al di fuori della scacchiera. Al di là del significato simbolico, il duello si pone a mani basse come uno dei confronti più esaltanti ed elaborati di tutta la serie, coreografato alla grande ed egregiamente esaltato dai miglioramenti nella qualità dell’animazione (visibili in tutta la stagione), dovuti ad un budget probabilmente più corposo e ad un salto tecnologico.

Interessante notare come Ray Park, ovvero l’interprete di Maul in Episodio I, sia tornato per fare motion capture (poi preso a riferimento) per lo scontro, e il risultato si vede tutto nella resa complessiva, che non lascia spazio a critiche di sorta. Magari Duel of the Fates sarebbe stata la ciliegina sulla torta, ma mi rendo conto di chiedere troppo.

 

 

E qui apro un inciso per il sonoro, centellinato e usato con grande coerenza. Il plauso viene principalmente dagli ultimi due episodi, spesso poco disposti verso temi musicali incalzanti, con una cupa resa complessiva che sembra a tratti davvero rendere l’assenza del suono; preferenza artistica riuscitissima che non fa altro che dare ancora maggiore gravità al capovolgimento della galassia, consumato nel silenzio più assoluto.

La presenza controllata delle composizioni originali è ottima e mai fuori posto, e per questo basta fare riferimento alle due scene di chiusura della serie, tra l’altro dirette con una grandissima cura formale, non fine a sé stessa e ricca di significato per il fan capace di osservare e ricordare.

Allargando i termini, è proprio la regia di tutti i quattro atti finali ad essere inattaccabile, sia nelle frazioni più spettacolari e concitate, che giovano della forza bruta senza freni di Maul, delle capacità dei mandaloriani e della dinamicità di Ahsoka con la sua doppia spada (shoto), sia in quelle più introspettive e di maggiore rifinitura, per concludere con il massimo rispetto possibile l’eclisse di un’era decaduta.  

Star Wars: The Clone Wars 7 è insomma in scala ridotta quello che d’altronde è stata tutta la serie, ovvero una semplice successione di alti e di bassi. Gli alti però qui sono talmente mastodontici da portare a perdonare istantaneamente qualche ingenuità, e il finale di serie è la migliore lettera d’addio alle guerre dei cloni che Filoni potesse ideare e confezionare. Preparatevi ad uno dei picchi più clamorosi mai raggiunti dall’intero franchise.