Coronavirus: il punto scientifico aggiornato su test, terapie e vaccini

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1 anno fa

21 minuti

Coronavirus: ecco il punto sullo stato della ricerca scientifica sui test e tamponi per diagnosticarlo, sulle terapie per curarlo e sul vaccino per cercare di debellarlo definitivamente.

Sono passati pochi mesi da quando un nuovo Coronavirus ha fatto la sua dirompente comparsa nelle nostre vite facendo ammalare le persone di una malattia, COVID-19, che in molti casi può essere superata, ma, in tanti altri e soprattutto per la popolazione più avanti con l’età, può trasformarsi in una letale polmonite interstiziale.

Come abbiamo già raccontato Sars-Cov-2 si è diffuso, partendo dalla Cina, con molta probabilità ben prima di due mesi fa, almeno alla fine dell’anno scorso.

Mi piacerebbe potervi raccontare quindi che, passati quattro mesi dal momento in cui l’umanità ha iniziato a combattere questo nemico invisibile, “ci siamo quasi” ad avere l’arma giusta, ma purtroppo non è ancora così.

In ogni caso, di cose se ne stanno facendo moltissime, anzi, così tante che a volte probabilmente ci sentiamo addirittura confusi dal flusso di notizie da cui siamo quotidianamente bombardati.

Allora facciamo un punto della situazione. Vediamo dove siamo arrivati nella ricerca di una possibile cura per uscire dall’incubo COVID-19.

Cominciamo con il capitolo vaccini, ma prima di entrare nel dettaglio di quelli che si stanno sviluppando per Sars-Cov-2, devo fare una piccola premessa.

La Coalition for Epidemic Preparedness and Innovations (CEPI), organizzazione internazionale che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo e lo stoccaggio di vaccini contro microorganismi in grado di causare nuove e spaventose epidemie, sta coordinando i numerosi progetti per la preparazione di vaccini contro Sars-CoV-2.

A causa della recente scoperta del virus (a noi questi mesi sembrano infiniti, ma dobbiamo pensare che COVID-19 è nuovissima se la consideriamo nei ragionevoli tempi scientifici normalmente necessari per conoscere dettagliatamente una malattia) e della difficoltà di prevedere il tipo di risposta immunitaria prodotta, le strategie adottate risultano molto diversificate fra loro e, di conseguenza, il tipo di vaccino in grado di proteggere dall’infezione.

In particolare, i ricercatori stanno lavorando in parallelo su tre tipologie di vaccini:

  1. Vaccino a RNA: si tratta di una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria (producendo anticorpi che, conseguentemente, saranno attivi contro il virus)
  2. Vaccino a DNA: il meccanismo è simile al vaccino a RNA. In questo caso viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria
  3. Vaccino proteico: utilizzando la sequenza RNA del virus (in laboratorio), si sintetizzano proteine o frammenti di proteine del capside virale. Conseguentemente, iniettandole nell’organismo combinate con sostanze che esaltano la risposta immunitaria, si induce la risposta anticorpale da parte dell’individuo.

Le modalità e i tipi di vaccini che si possono creare sono molte e non esiste solo quella, forse maggiormente conosciuta, di iniettare nel paziente un virus vivo attenuato, possibilità che, per il nuovo Coronavirus, è pure tra quelle esplorate come riportato da Nature che afferma che la Sinovac Biotech a Pechino abbia iniziato a testare una versione inattivata di SARS-CoV-2 nell’uomo.

Nonostante la forte pressione esercitata dalla pandemia di COVID-19, e la speranza che ognuno di noi ripone nella ricerca scientifica, il futuro utilizzo di un vaccino deve essere necessariamente preceduto da studi rigorosi che richiedono il tempo necessario per valutarne l’efficacia e la sicurezza.

Quali sono quindi le fasi che un vaccino deve superare prima di poter essere considerato sicuro, efficace e venire quindi iniettato in tutta la popolazione?

Per arrivare al vaccino ci sono i seguenti step: valutazione in vitro, fase preclinica, fase clinica (in 4 fasi totali), fase commerciale

Sentiamo parlare spesso di fasi di sviluppo di un vaccino in questi tempi e allora ecco un brevissimo riassunto. Inizialmente si valutano in vitro e, cioè su colture cellulari, alcune delle componenti dell’agente che andrà a costituire la componente attiva del vaccino.

Una volta definito questo aspetto ha inizio la fase cosiddetta preclinica in cui viene testata la risposta immunitaria e/o i meccanismi avversi su organismi viventi complessi non umani.

Superata questa fase ha inizio la vera e propria sperimentazione clinica sull’uomo che si realizza in più fasi (4 fasi) in base al modello sperimentale adottato, la quantità di componente somministrata e la numerosità del campione di popolazione coinvolta.

Le prime tre fasi precedono la commercializzazione del vaccino, mentre la quarta fase viene effettuata quando il vaccino è già in commercio.

Per Sars-Cov-2 siamo già alla fase di sperimentazione sull’uomo, ma è presto per cantar vittoria

Fortunatamente per quello che riguarda il vaccino contro Sars-Cov-2 ci troviamo già nella fase di sperimentazione sull’uomo. Non è però ancora tempo di esultare perché nella scienza le cose possono sempre andare bene o male e nel caso in cui le sperimentazioni in atto dessero risultati negativi bisognerà fare un passo indietro e tornare alla fase preclinica.

Ma non fasciamoci la testa prima di romperla e vediamo nel dettaglio i trial attivi per il vaccino per COVID-19.

 

Se volete un punto più diretto e l’opinione del nostro capo redattore leggete qua:

 

 

 

Vaccini Coronavirus: i trial in corso

Per rimanere costantemente aggiornati è possibile controllare sulla pagina Coronavirus disease (COVID-2019) R&D dell’Organizzazione mondiale della sanità i report sullo stato delle ricerche. Ecco un elenco dei trial clinici attualmente in corso e della loro fase.

 

 

Trial in fase II della CanSino Biologics Inc

In fase avanzata è lo studio condotto dalla CanSino Biologics Inc., azienda leader nella produzione di vaccini e nel settore della biotecnologia con sede in Cina.
In questo caso si tratta di un trial clinico randomizzato controllato, in doppio cieco (Fase II) che prevede il coinvolgimento di 500 partecipanti.

Lo studio è progettato per valutare l’immunogenicità e la sicurezza di un vaccino ricombinante per coronavirus (vettore di adenovirus di tipo 5) che codifica per la proteina Spike di Sars-CoV-2 (Ad5-nCoV). In questo caso i soggetti coinvolti, di età superiore di 18 anni, in buona salute e di entrambe i generi, sono suddivisi in tre gruppi (con modalità randomizzata): un gruppo (250 partecipanti) con somministrazione di vaccino a dosaggio medio; un gruppo (125 partecipanti) con somministrazione di vaccino a dosaggio basso; un gruppo (125 partecipanti) con somministrazione di placebo.

Il follow-up e la valutazione della risposta immunitaria verrà testata periodicamente con cadenza a 0, 14, 28 giorni e a 6 mesi dalla somministrazione. Pur sapendo che la produzione del vaccino può essere interrotta in ogni fase dello studio, il passaggio alla fase II ci lascia intravedere buone speranze.

 

 

Trial in fase I/II dell’Università Jenner Institute e Oxford Vaccine Group

Si tratta di uno studio multicentrico randomizzato, di fase I/II finalizzato a determinare l’efficacia, la sicurezza e l’immunogenicità del vaccino che viene somministrato per via intramuscolare (IM).

Il trial è progettato per arruolare fino a 510 volontari divisi in 5 bracci dai 18 ai 55 anni ed è condotto dall’Università Jenner Institute e Oxford Vaccine Group (UK). Il vaccino (ChAdOx1 nCoV-19) è allestito presso la Clinical Biomanufacturing Facility dell’Università di Oxford e utilizzerà un adenovirus come vettore per un trasporto più efficiente delle sequenze genetiche necessarie alle cellule umane per la sintesi dell’antigene virale.

I volontari parteciperanno allo studio per circa 6 mesi, con la possibilità di venire per una visita di follow-up aggiuntiva al giorno 364.

La data prevista per il completamento dello studio è maggio 2021.

 

 

Trial in fase I del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID)

Per questo studio sono state arruolate 45 persone in buona salute, di entrambi i generi con età compresa fra i 18 ed i 55 anni.

Lo studio è progettato per valutare la sicurezza, la reattogenicità (cioè la capacità di indurre effetti collaterali e reazioni indesiderate) e la immunogenicità (indurre risposta immunitaria) di un nuovo vaccino mRNA-1273 a base di mRNA incapsulato con nanoparticelle lipidiche (LNP) in grado di codificare la proteina Spike del SARS-CoV-2 con conseguente stimolazione della risposta immunitaria da parte dell’uomo.

Il trial prevede la suddivisione dei partecipanti in tre bracci paralleli in base ai microgrammi di mRNA-1273 somministrati (25 microgrammi [mcg], 100 mcg, 250 mcg) attraverso un’iniezione intramuscolare al giorno 1 e al giorno 29. I soggetti saranno seguiti in follow-up per un periodo di 12 mesi dopo la seconda somministrazione.

La data di completamento dello studio è prevista per il 1 giugno 2021.

 

 

Trial in fase I dalla INNOVIO Pharmaceuticals e condotto in collaborazione con Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI)

Il trial è stato progettato per la valutare il grado di sicurezza, tollerabilità e profilo immunologico del vaccino INO-4800 somministrato mediante iniezione intradermica seguita da elettroporazione (EP) (tecnica utilizzata per facilitare il passaggio di farmaci nella membrana cellulare) attraverso l’utilizzo di uno specifico disposititivo CELLECTRA® 2000. In questa fase i soggetti coinvolti sono 40, di età compresa fra i 18 ed i 50 anni, in buona salute e di entrambi i generi, sono suddivisi in 2 gruppi: un gruppo con somministrazione di 1 milligrammo di vaccino INO-4800 per via intradermica al tempo 0 e al 28 giorno (4 settimane) seguite da EP, un gruppo con somministrazione di 2 milligrammi di vaccino INO-4800 al tempo 0 e al 28° giorno (4 settimane) seguite da EP.

La data di completamento stimata dai ricercatori è novembre 2020.

 

 

L’approccio con il “plasma iperimmune”

Un discorso un pochino a parte e a cavallo tra terapia vera e propria e vaccino, anche  se non si tratta di un vaccino, riguarda l’approccio terapeutico con “plasma iperimmune“.

Questa tecnica prevede l’utilizzo del plasma dei pazienti guariti, al fine di fornire ai malati gli anticorpi utili a contrastare l’infezione.

Tra i primi centri ad avviarsi su questa strada figurano l’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Mantova e il Policlinico San Matteo di Pavia, centro, quest’ultimo, presso cui è già partito uno studio clinico per valutare l’efficacia terapeutica delle infusioni del cosiddetto “plasma iperimmune” negli individui colpiti da COVID-19 con gravi difficoltà respiratorie.

A livello globale, l’utilizzo del plasma ricco di anticorpi dei soggetti guariti è un’opzione perseguita anche dai medici americani e canadesi ed è stata precedentemente sperimentata in altre condizioni epidemiche, come spiega la dott.ssa Giustina De Silvestro, direttore dell’U.O. Immunotrasfusionale presso il Dipartimento di Medicina Trasfusionale dell’Azienda Ospedale Università di Padova, dove ha preso avvio un analogo protocollo di studio su cinquanta pazienti affetti da COVID-19.

La sieroprofilassi tramite somministrazione del plasma dei guariti non è una proposta nuova. Infatti, vi siamo ricorsi molto di recente per il trattamento di pazienti con infezione in corso da West-Nile virus e, negli anni scorsi, è stata utilizzata anche nel trattamento di casi di Ebola e di pazienti colpiti da insufficienza respiratoria legata all’infezione da SARS-CoV, comparso nel Sud-Est Asiatico, e da MERS-CoV, diffusosi dall’area Medio-Orientale.

Il vaccino determina un’immunizzazione attiva, il plasma iperimmune aiuta il malato a superare la malattia perché fornisce anticorpi prodotti da un altro individuo.

Il vaccino determina una immunizzazione attiva, grazie alla quale stimola l’organismo che lo riceve a produrre anticorpi specifici contro una determinata malattia. In questo caso, invece, gli anticorpi sono già stati prodotti da un altro individuo e possono essere trasfusi nel malato che non ne abbia in quantità sufficiente da superare in maniera rapida la malattia. Si parla dunque di un’immunizzazione passiva.

 

 

 

Le Terapie

Attualmente non esiste nessuna terapia che si sia dimostrata sicuramente efficace nella cura dell’infezione da Sars-Cov-2.

 

Questa immagine offre la rappresentazione semplificata del ciclo di vita virale della Sindrome respiratoria acuta grave Coronavirus 2 (SARS-CoV-2) e dei potenziali bersagli farmacologici. La figura è tratta dalla review uscita lo scorso 13 aprile: Pharmacologic Treatments for Coronavirus Disease 2019 (COVID-19)

 

Dato però che si tratta di un’infezione virale e che la fase avanzata di COVID-19 è legata anche alla risposta infiammatoria dell’organismo, le classi di farmaci attualmente utilizzate sono:

 

 

Antivirali

Diversi inibitori delle proteasi (come il darunavir o atazanavir) attualmente utilizzati per la terapia dell’HIV, potrebbero inibire la replicazione virale del nuovo coronavirus inattivando le proteasi, che sono fondamentali per la replicazione.

Infatti, fra i principali farmaci utilizzati nell’ambito del piano nazionale di gestione dell’emergenza COVID-19, troviamo il Lopinavir / Ritonavir (Kaletra), che viene utilizzato principalmente nei pazienti COVID-19 con minore gravità e nelle fasi iniziali della malattia, gestiti sia a domicilio sia in ospedale. Precedenti esperienze nell’infezione da SARS-CoV-1 e MERS, suggeriscono che tale farmaco possa migliorare alcuni parametri clinici dei pazienti.

Anche Remdesivir, appartenente alla classe degli analoghi nucleotidici, utilizzato in precedenza nell’epidemia da virus Ebola in Africa, è utilizzato in pazienti con malattia moderata e severa. Negli ultimi giorni stanno però emergendo alcuni dibattiti sulla sua reale efficacia.

Clorochina e Idrossiclorochina (Plaquenil) sono farmaci ad azione antivirale ed entrambi hanno anche un’attività immunomodulante che potrebbe sinergicamente potenziare l’effetto antivirale in vivo.

 

 

Inibitori dell’infiammazione

Numerose evidenze sperimentali e cliniche hanno dimostrato che una parte importante del danno provocato dal virus è legato a un’alterata risposta infiammatoria e in alcuni pazienti a un abnorme rilascio di citochine pro-infiammatorie.

Per questo, anche in base alla precedente esperienza dimostrata nei pazienti con SARS, vengono utilizzati nell’emergenza COVID-19 farmaci anti infiammatori (in particolare anticorpi monoclonali) che da alcuni anni vengono utilizzati in reumatologia al fine di inibire la risposta immunitaria: il Tocilizumab e l’Anakinra.

In particolare il farmaco maggiormente utilizzato nell’ambito delle sperimentazioni cliniche per il trattamento della malattia è il Tocilizumab. Tale farmaco è stato autorizzato dall’Aifa il 3 aprile in uno studio di fase III, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, per valutarne la sicurezza e l’efficacia.

L’efficacia e la sicurezza di Emapalumab, un anticorpo monoclonale anti-interferone gamma, e Anakinra, un antagonista del recettore per la interleuchina-1, sono in valutazione in uno studio di fase 2/3, multicentrico, volto a ridurre l’iper-infiammazione e il distress respiratorio in pazienti con infezione da nuovo coronavirus.

 

 

Terapie di supporto (non farmacologiche)

Per completezza cito infine queste terapie anche se non vanno a colpire la causa della malattia, ma sono alla fine quelle maggiormente utilizzate adesso per i malati più gravi e servono a mantenere in vita il paziente in attesa che altri farmaci siano efficaci o che la malattia guarisca spontaneamente. Di questi fanno parte:

  • l’ossigenoterapia a bassi o alti dosaggi
  • la ventilazione a pressione positiva non invasiva (NIV)
  • la ventilazione meccanica mediante intubazione
  • in casi estremi può essere attuata la extra corporeal membrane oxygenation (ECMO) che consiste nel sostituire l’azione polmonare di ossigenazione utilizzando una procedura di circolazione extracorporea aumentando, così, l’ossigenazione del sangue.

Sul sito dell’AIFA (Agenzia Italiana Farmaco) si possono trovare molte altre informazioni per esempio:

Il numero di trial per la sperimentazione di cure per COVID-19 è in rapidissimo aumento e si possono consultare gli elenchi aggiornati sul sito ClinicalTrials.gov

Doveroso ricordare comunque che il numero di trial per la sperimentazione di nuove terapie anti-COVID19 sono davvero in rapidissimo aumento e possono essere sempre monitorate sul sito ufficiale ClinicalTrials.gov dove le informazioni sono fornite e aggiornate dallo sponsor o dal ricercatore principale dello studio clinico. Gli studi vengono generalmente inviati al sito web (ovvero, registrati) quando iniziano e le informazioni sul sito vengono aggiornate durante lo studio.

Attualmente su COVID-19, sono presenti oltre 650 studi (numero in continua evoluzione) di cui alcuni attivi con reclutamento e altri attivi ma che hanno già terminato la fase di arruolamento. Complessivamente, 11 studi risultano nella fase iniziale 1 (una fase di ricerca utilizzata per descrivere gli studi esplorativi condotti per valutare come o se un farmaco influisce sull’organismo), 36 studi sono attualmente in fase 1, 163 in fase 2, 111 in fase 3 e 28 in fase 4. In particolare, 265 sono ancora in fase di arruolamento dei pazienti, 19 risultano attivi (l’arruolamento è già concluso) mentre 1 trial clinico è terminato.

Per quanto riguarda quelli condotti in Italia, sono stati registrati 39 studi clinici, di cui 19 di intervento (9 in fase 2 e 10 in fase 3) che prevedono la valutazione della sicurezza ed efficacia di alcuni trattamenti fra cui Favipiravir, Remdesivir, plasma iperimmune, Tofacitinib, Baricitinib, Escina, Tocilizumab, Emapalumab, Anakinra, Bevacizumab, Sarilumab. I restanti 20 valutano prevalentemente test sierologici e procedure diagnostiche.

In Italia, nell’ambito dell’emergenza COVID-19, la valutazione di tutte le sperimentazioni cliniche sui farmaci è stata affidata all’AIFA (Decreto Legge Cura Italia Art. 17). Al 23 aprile 2020 l’AIFA ha autorizzato 13 sperimentazioni cliniche controllate che prevedono l’utilizzo su pazienti affetti da COVID-19 dei seguenti trattamenti farmacologici: Colchicina (2 studi clinici), Idrossiclorochina (1 studio clinico), Tocilizumab (3 studi clinici), Sarilumab (1 studio clinico), Emapalumab e Anakira (1 studio clinico a tre bracci), Remdesivir (2 studi clinici), Enoxaparina (1 studio clinico), Bariticinib (1 studio clinico).

L’AIFA raccoglie nella pagina sperimentazioni cliniche  – COVID-19 tutti gli aggiornamenti a riguardo.

 

 

 

I Tamponi e Test sierologici

Col trascorrere dei giorni e il crescere degli individui contagiati, diviene sempre più pressante la necessità di disporre di test di laboratorio che possano restituire un’accurata fotografia della diffusione nella popolazione del virus Sars-CoV-2.

Anche perché, se sei un lettore audace e interessato che mi ha seguito fino a questo punto, probabilmente avrai capito che per trovare una cura ci vorrà ancora parecchio tempo, un tempo assolutamente incompatibile con il mantenimento di un equilibrio socio-economico.

E allora che fare?

Alcune difformità sui dati di mortalità tra parti del mondo insieme all’evidenza che ci sono persone che contraggono e superano la malattia in maniera “asintomatica”, fa sperare che siano molte più le persone che si sono ammalate e guarite rispetto a quelle che abbiamo conteggiato.

Immunità di gregge è la situazione in cui i soggetti immuni proteggono in maniera indiretta chi ancora non ha contratto il patogeno

Se così fosse innanzitutto significherebbe che la mortalità è minore di quella attualmente stimata, ma anche che potremo raggiungere prima quella che viene definita “immunità di gregge“, ossia la situazione in cui i soggetti immuni a un determinato patogeno (o perché sono vaccinati o perché l’hanno già contratto) rendono difficile al virus la diffusione, immunizzando in maniera indiretta anche quei pochi soggetti ancora esposti.

Nella situazione attuale, tuttavia, è difficile che la soluzione dell’immunità di gregge si possa applicare al nuovo coronavirus in tempi brevi per due ragioni: la prima è che per raggiungere questa condizione devono essere immuni dal 90 al 95% delle persone della comunità a seconda della contagiosità della malattia e purtroppo, anche in questo caso, Sars-Cov-2 non ci viene incontro essendo molto contagioso e quindi portando la percentuale al limite superiore. In secondo luogo dovremmo essere davvero certi al 100% che la malattia, una volta effettuata, non venga più presa. In altre parole dovremmo essere certi dell’immunità e purtroppo anche su questo punto, seppur ci siano alcuni indizi che fanno ben sperare in una possibile risposta affermativa, non siamo ancora sicuri.

In ogni caso, anche se non fosse perenne l’immunità, è abbastanza certo che dopo aver contratto la malattia, non sia possibile riprenderla almeno per un certo periodo dal momento che gli anticorpi sviluppati dalla persona rimangono attivi all’interno dell’organismo proteggendolo.

A questo punto quindi entra in gioco l’importanza di poter avere un test rapido, economico e sicuro che permetta di discriminare chi possiede gli anticorpi e chi no in modo da poter gestire in maniera più razionale e sicura la “Fase 2”, ossia una ripresa di una vita più normale dopo il completo lockdown, pur mantenendo il numero dei contagiati tale da poter essere gestito dal Sistema sanitario nazionale.

Lo strumento più idoneo a svolgere un tale compito è certamente quello dell’esame sierologico per la ricerca degli anticorpi sviluppati dall’organismo in risposta al Sars-CoV-2, tuttavia, l’attendibilità di questo metodo è stata messa in profonda discussione da più voci all’interno della comunità scientifica.

I test sierologici assumono una chiara e inoppugnabile rilevanza in un processo di valutazione epidemiologica che preveda il monitoraggio dei pazienti con riscontro positivo al test molecolare su tampone e già posti in quarantena

ha spiegato Mario Plebani, professore ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica dell’Università di Padova e Direttore del Dipartimento Strutturale Aziendale Medicina di Laboratorio dell’Azienda Ospedale-Università di Padova in una intervista rilasciata al sito malattierare.it aggiungendo

Bisogna però ricordare che i test sierologici si suddividono in due filoni: da una parte ci sono i test quantitativi, che si eseguono con saggi in ELISA o in chemiluminescenza, dall’altra quelli qualitativi, categoria della quale fanno parte i test rapidi di cui si è tanto discusso.

Il clamore nato intorno ai test rapidi è relativo al fatto che sono molteplici i kit presenti in commercio e non tutti rispondono ai necessari requisiti di affidabilità richiesti per questa fase di approfondimento. Le aziende che desiderino immettere sul mercato i loro prodotti ne assemblano i vari componenti per poi ottenere la certificazione CE.

Successivamente, devono sottomettere il dossier completo del prodotto all’ufficio competente dell’OMS per un processo di pre-qualifica e pre-validazione, necessario a ricevere una prima certificazione. Infine, per quanto riguarda il nostro Paese, è necessaria la sottomissione della documentazione al Comitato Medico Scientifico (CTS) della Protezione Civile, al Presidente dell’ISS e poi al Ministero della Salute.

C’è poi una notevole differenza tra tamponi e test sierologici.

I primi hanno l’obiettivo, tramite un saggio che utilizza una tecnica standard di laboratorio per l’amplificazione di DNA o RNA chiamata real-time RT-PCR di amplificare il genoma del virus per rilevare la presenza di concentrazioni anche molto basse di RNA virale.

I tamponi possono essere eseguiti sia sulle persone sia sugli oggetti: si è studiato infatti in un modo analogo la presenza del virus su varie superfici.

I test sierologici invece hanno l’obiettivo di rilevare la presenza degli anticorpi anti-Sars-CoV-2.

Ma c’è un “piccolissimo” problema.

Gli anticorpi possono essere anche molto specifici per un tipo di virus ma non è detto che i test che noi abbiamo a disposizione raggiungano la sensibilità tale per discriminarli inoltre essi devono far fronte alla variabilità intrinseca della risposta anticorpale umana, che richiede tempo per essere caratterizzata.

Per tale ragione è fondamentale comprendere al meglio la cinetica di movimento degli anticorpi.

Sempre il dott. Plebani afferma:

Il punto cruciale dei test quantitativi è la specificità del riconoscimento di epitopi e domini virali: gli anticorpi con i quali sono stati sviluppati i test sierologici non sono tutti uguali e riconoscono porzioni diverse del virus. Ciò che stiamo cercando di capire è se tali anticorpi riescano a identificare delle specificità anticorpali di classe IgG e IgM che siano neutralizzanti.

La comprensione di questo passaggio passa attraverso il test di neutralizzazione, mediante cui si fa in modo che un virus infetti una coltura cellulare nella quale sono espressi gli anticorpi contro quello stesso virus. In caso di mancanza di infezione si può desumere che gli anticorpi siano neutralizzanti.

In questo momento quindi non esiste ancora un test per gli anticorpi completamente affidabile ciò significa che, anche appurato – e questo è possibile – che si sia venuti in contatto con la malattia e si siano anche sviluppati degli anticorpi, questo non ci dirà ancora con certezza se si è protetti oppure no dalla malattia.

Capisco che il quadro nell’insieme faccia pensare che siamo nella merda e non vi posso certo nascondere che un po’ sia vero.

Io vi dico, in questa Fase 2 dovremo usare l’app Neuroni, che non ha niente a che fare con Immuni, è molto più sicura, sviluppata da Madre Natura e testata da diversi millenni di evoluzione. Non sfrutta nessuna tecnologia Bluetooth, bensì la più collaudata tecnologia Sinapsi.

Dovrebbe essere installata già in tutti i vostri sistemi operativi. Per un aggiornamento e l’impostazioni delle funzioni corrette vi consiglio, accedendo al menù generale, di spuntare le seguenti funzioni: spirito critico, prudenza, buon senso, empatia e solidarietà.

Disattivate invece hater, delatore e “caccia-alle-streghe”.

 

 

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