Coronavirus: ecco le peggiori bufale in circolazione

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11 mesi fa

23 minuti

Bufale, allarmismi e disinformazione: dall’inizio dell’emergenza Coronavirus non si contano più. Ecco per voi una raccolta delle peggiori in circolazione, divisa in categorie.

La quantità di bufale circolanti negli anni aumenta sempre di più. Tutti possono scrivere quello che vogliono sui social ed essere letti da migliaia di persone. Ed è così che tra buontemponi (per non dire peggio), chi interpreta male le notizie scientifiche e – ahimè – gli stessi giornalisti, fioccano nelle fitte trame della nostra rete virtuale una quantità a dir poco allarmante di fake news.

Però probabilmente con il nuovo Coronavirus abbiamo superato ogni limite. Sarà che non si parla d’altro, sarà che la gente è in ansia, annoiata, non sa che fare, sarà quel che sarà ma io così tante fake news come in questo frangente non ne ho mai lette.

E credetemi, non solo non so da dove cominciare a elencarvele ma so già che non sarò esauriente.

Non solo perché mi ci vorrebbe tutto lo spazio in Terabyte occupato dall’intero sito di Lega Nerd, ma anche perché so che mentre sto scrivendo queste righe altre bufale stanno nascendo o serpeggiando già potenti tra i nodi della nostra rete.

La mia scelta allora è: le divido per categoria e ve ne elenco alcune delle “migliori”, a mio parere, di ogni tipo. E se non avessi scritto quella che vi ha più fatto ridere (o piangere) oppure se voleste aggiungere qualche chicca continuiamo a parlarne nel nostro Social Club su Facebook o segnalatemelo in qualunque altro modo.

Potete anche mandarmi un piccione viaggiatore infetto da un virus chimerico per metà trasmissibile agli umani e per metà, ovviamente, ai piccioni, artificialmente prodotto, nell’ormai famosissimo, laboratorio segreto di Wuhan.

 

BonsaiKitten è la nostra rubrica dedicata al debunking e al fact checking.

 

 

 

Bufale e disinformazione da fonti ufficiali

Comincio la raccolta con la categoria che per me è la più dolorosa: le bufale provenienti da “fonti ufficiali” o testate giornalistiche riconosciute.

 

 

Il virus è sfuggito per sbaglio dal laboratorio di Wuhan

A seguito della circolazione del servizio del 2015 di TGR Leonardo, su uno studio relativo a un coronavirus modificato in laboratorio, è partito il secondo atto usando un nuovo servizio, ma questa volta del 2020 dove si parla di uno studio di due ricercatori cinesi sulla presunta origine del virus. Quale? Un laboratorio a poca distanza dal mercato di Wuhan.

Ne hanno parlato diverse testate tra cui TgCOM24, Ilgiornale, Rainews e Libero e sono usciti post su twitter come questo:

 

 

Peccato che lo studio scientifico in questione a firma di Botao Xiao e Lei Xiao della South China University, era stato pubblicato su un social network che permette ai ricercatori di caricare i propri lavori, ResearchGate, ma che non va confuso con una rivista scientifica. Era solo un “preprint” caricato (e anche peraltro già rimosso, ne rimane solo una copia cache) senza validazione da pari (“peer-reviewed”).

Inoltre più che un articolo scientifico si tratta di un paio di pagine dove gli autori non hanno a disposizione dati scientifici reali ma oltre a loro considerazioni sulla posizione di laboratori e mercato di Wuhan, citano due episodi in cui un ricercatore avrebbe rischiato di essere contaminato dai pipistrelli, entrando in contatto col loro sangue e urina, decidendo di mettersi in quarantena due volte. Le fonti sono un articolo del Changjiang Times del 2017 e uno del Thepaper del 2019. Si tratta di quotidiani online, non di riviste scientifiche.

Nel documento vengono citati anche Nature e Lancet, fonti autorevoli queste, ma solo ed esclusivamente per l’introduzione sul tema e non come prova della teoria.
Addirittura Nature prende le distanze da questa vicenda pubblicando una nota editoriale in calce all’articolo del 2017 e sottolineando che “non ci sono prove che il virus sia legato a un laboratorio a Wuhan. Gli scienziati ritengono che la fonte più probabile sia un mercato di animali.”

 

 

Il tutto, dunque, è una proposta alternativa basata su elementi presi online, inoltre non era riportato alcuno studio sul genoma del nuovo coronavirus che potesse provare minimamente le opinioni dei due autori.

 

 

Lo studio scientifico che dimostra che la vitamina D previene il contagio

Questa purtroppo ha il dolce-amaro sapore della beffa oltre il danno visto che la vitamina D si sintetizza principalmente con l’esposizione al sole, cosa peraltro difficile ai più (tolti i fortunati che hanno un terrazzo o un giardino), considerata la forzata quarantena.

A diffondere al grande pubblico questa bufala sono stati principalmente Repubblica e La Stampa con articoli usciti il 26 e 27 marzo scorsi.

 

 

Fanno entrambi riferimento a uno scritto a firma dei professori Giancarlo Isaia e Enzo Medico, i cui risultati sarebbero stati giudicati molto interessanti dagli esperti dell’Accademia di Medicina di Torino. Il testo del 25 marzo 2020 è stato caricato online in formato PDF su Lavocediasti.it ed è consultabile qui.

Leggendo bene il contenuto si comprende che si tratta di una raccomandazione, non di uno studio sottoposto a peer-review e pubblicato in una rivista scientifica. Di fatto quindi si tratta di considerazioni, magari anche ragionevoli, che si fanno forza di letteratura scientifica a supporto.

Ma questo documento non ha nulla a che vedere con qualcosa di realmente scientifico, non ci sono dati, non ci sono analisi né conclusioni e tantomeno una revisione da pari. Inoltre il documento non parla affatto di prevenzione per evitare il contagio anche se il titolo “Possibile ruolo preventivo e terapeutico della vitamina D nella gestione della pandemia da COVID-19” può essere assai fuorviante. L’articolo inizia così:

In riferimento alle misure utili per contrastare gli effetti della pandemia da Coronavirus, riteniamo opportuno richiamare l’attenzione su un aspetto di prevenzione, meno noto al grande pubblico, l’Ipovitaminosi D il cui compenso, in associazione alle ben note misure di prevenzione di ordine generale, potrebbe contribuire a superare questo difficile momento.

Sulla base di numerose evidenze scientifiche e di considerazioni epidemiologiche, sembra che il raggiungimento di adeguati livelli plasmatici di Vitamina D sia necessario anzitutto per prevenire le numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, ma anche per determinare una maggiore resistenza all’infezione COVID-19 che, sebbene con minore evidenza scientifica, può essere considerata verosimile.

 

Quindi se compensiamo l’ipovitaminosi D possiamo, se contraiamo la malattia, reagire meglio e avere più possibilità di guarire (forse). Consideriamo che, come riportato nell’articolo, “l’Italia è uno dei Paesi Europei (insieme a Spagna e Grecia) con maggiore prevalenza di ipovitaminosi D.

Nel Nord Europa la prevalenza è minore per l’antica consuetudine di addizionare cibi di largo consumo (latte, formaggio, yoghurt ecc.) con Vitamina D”. Inoltre l’ipovitaminosi colpisce soprattutto gli anziani che sono anche i più fragili nell’affrontare questa nuova patologia e quindi risulta comprensibile che bisogni fare attenzione per evitare ulteriori complicanze. Ma:

  1. Il Covid19 non genera ipovitaminosi
  2. Se ci imbottiamo di vitamina D di sintesi non abbiamo meno possibilità di contrarre questo nuovo virus ma anzi, come riportato dall’Istituto Superiore della Sanità: un eccesso di vitamina D può causare calcificazioni diffuse negli organi, contrazioni e spasmi muscolari, vomito, diarrea.

 

 

Le miracolose “megadosi” di vitamina C

La convinzione che la vitamina C (acido ascorbico) sia un rimedio antivirale non è una novità venuta fuori adesso, ma quale migliore momento per portarla alla ribalta?

Tra l’altro questo composto organico spopola tra i no vax che la considerano addirittura sostitutiva all’uso del vaccini. Ma questa è un’altra storia che è meglio non aprire qui.

È un antiossidante, vero, ha diverse funzioni nel nostro organismo e una delle principali è quella di stimolare le difese immunitarie. Certamente può essere utile integrare questa vitamina, per chi ne fosse carente. Tra l’altro si chiama “acido ascorbico” proprio perché una sua carenza provoca lo scorbuto. Ma assumerne massicce dosi non serve anche perché quella extra viene semplicemente rilasciata nella nostra urina.

Gli accaniti sostenitori del fatto che grandi dosi di vitamina C aiuterebbero a combattere Covid19 portano acqua al loro mulino citando un trial clinico di ZhiYong Peng, reperibile online sul sito della National Library of Medicine.

Attenzione però: un trial clinico non è una evidenza scientifica, inoltre la ricerca in questione è ancora in cantiere, in attesa di raggiungere 140 volontari entro il 30 settembre, non è uno studio concluso e sottoposto a peer review. E se ancora non vi avessi convinto potete leggere il disclaimer riportato:

La sicurezza e la validità scientifica di questo studio sono di responsabilità dello sponsor dello studio e degli investigatori.

Elencare uno studio non significa che sia stato valutato dal governo federale degli Stati Uniti.

Conoscere i rischi e i potenziali benefici degli studi clinici e parlare con il proprio medico prima di partecipare.

 

 

 

I 50 milioni di euro che l’Italia regalerebbe alla Tunisia per l’emergenza in atto

L’annuncio è partito dall’Ambasciata italiana in Tunisia tramite un post Facebook apparso sulla pagina ufficiale dell’Ambasciata ma che ora è stato rimosso.

In ogni caso rimane ancora online sul sito ufficiale tunisi.aics.gov.it una parte della notizia  in particolare si legge che “L’Italia e la Tunisia continuano la loro collaborazione per superare insieme questo momento difficile.

L’Italia, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, ha erogato 50 milioni di euro (circa 157 milioni di dinari) a titolo di credito di aiuto alla Banca centrale tunisina. Tale importo è destinato a sostenere le imprese tunisine e potrà essere utilizzato per rispondere all’impatto socioeconomico del coronavirus in Tunisia, sostenendo le misure attuate dal governo tunisino. Questo è il primo passo, intrapreso insieme dai due Paesi, per affrontare il COVID19.”

Alcune testate italiane hanno sostenuto che si trattasse di un “regalo alla Tunisia”:

L’ambasciata italiana parla di 50 milioni di euro a titolo di «credito di aiuto», il che fa pensare più a un prestito e non a un regalo. Che cosa significa? Per scoprirlo bisogna andare a leggere quanto riportato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in merito alla cooperazione Finanziaria nei paesi in via di sviluppo.

Si parte citando la legge n. 49/87, per la precisione l’articolo 6, dove è prevista l’autorizzazione del Ministro del Tesoro su proposta di quello degli Affari Esteri:

Il Ministro del tesoro, previa delibera del CICS, su proposta del Ministro degli affari esteri, autorizza il Mediocredito centrale a concedere, anche in consorzio con enti o banche estere, a Stati, banche centrali o enti di Stato di Paesi in via di sviluppo, crediti finanziari agevolati a valere sul Fondo rotativo costituito presso di esso.

All’interno della sezione del sito del Ministero degli Affari Esteri vengono riportate le caratteristiche principali dei crediti di aiuto legati ai Paesi in via di sviluppo limitrofi all’Italia:

I crediti di aiuto concessi dal Governo italiano sono spesso destinati al finanziamento di lavori, di forniture e di servizi di origine italiana (crediti “legati”) con la possibilità di effettuare spese in loco, nei Pvs limitrofi e nei paesi Ocse– a seconda dei settori d’intervento – fino ad una percentuale massima del 95% del credito.

A chiarire tutto arriva poi un comunicato stampa dalla Farnesina dove viene precisato appunto che i soldi per la Tunisia, peraltro già stanziati con un accordo del 2017, non sono un regalo ma un “credito di aiuto”.

 

 

 

Bufale via WhatsApp e Social

La diffusione capillare di WhatsApp e il numero enorme di persone collegate tramite gruppi, sta trasformando questo mezzo in un potentissimo veicolo per la diffusione di bufale e disinformazione.

 

 

Il virus sopravvive nove giorni sull’asfalto

Una voce femminile cita un presunto medico non meglio identificato, il quale consiglierebbe di usare un solo paio di scarpe per uscire di casa, infatti uno studio avrebbe dimostrato che SARS-CoV2 potrebbe “sopravvivere” fino a nove giorni sull’asfalto.

Facendo la doverosa premessa che tenere le scarpe fuori dalla porta e cambiarsele quando si entra in casa è una buona abitudine a prescindere, come anche lavarsi le mani ed evitare di toccarsi la faccia, ma davvero dobbiamo disinfettare le scarpe?

Il fatto che il virus possa sopravvivere fino a 9 giorni sugli oggetti è un’informazione probabilmente estrapolata da uno studio pubblicato sul Journal of Hospital Infection, dove effettivamente si suggeriva la possibilità che Sars-CoV-2 persistesse negli oggetti fino a nove giorni.

Questa indicazione era una deduzione basata sul fatto che altri coronavirus come quelli della sindrome respiratoria acuta grave (SARS), della sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) o i coronavirus umani endemici (HCoV) possono persistere su superfici inanimate come metallo, vetro o plastica fino a 9 giorni. Non si parla però dell’asfalto, né si basa su una ricerca specifica sul nuovo coronavirus.

Inoltre un gruppo di ricerca coordinato dai National Institutes of Health (Nih) americani con la partecipazione dell’Università di Princeton e dell’Università della California hanno fatto uno studio specifico sulla persistenza di SARS-Cov-2 sulle superfici. Hanno inizialmente pubblicato i risultati su medRxiv, un sito che permette di condividere gli articoli scientifici di medicina che devono ancora essere sottoposti a revisione prima della pubblicazione su una rivista ufficiale.

E sono ora invece pubblicati sulla rivista The new England Journal of Medicine. Hanno trovato che il nuovo coronavirus sopravvive fino a 4 ore sul rame, fino a 24 ore sul cartone e fino a 72 ore su plastica e acciaio. Cosa esattamente significhi sopravvivere però non è del tutto chiaro. Un conto è trovare l’RNA del virus, un conto è capire se sia ancora in grado di infettare un individuo e questo non è stato testato.

Rimangono quindi valide le norme igieniche protettive già più volte ribadite mentre non è necessario cadere nella psicosi della disinfezione di scarpe, giubbotti e sacchetti della spesa.

 

 

Il cartello del sindaco di Buccinasco: «Quanto è vero Iddio se quando finisce la pandemia non vi vedo correre vi prendo a calci in c**o»

Un cartello giallo, una persona sfuocata sullo sfondo con un cagnolino e la firma del sindaco di Buccinasco. Sarebbe stato da fare il 1 aprile forse e non il 2, oppure la scelta è stata strategica per non far pensare a un pesce di aprile… chi lo sa.

 

 

Dopo essere diventato virale arriva la smentita tramite la pagina ufficiale Facebook  “#Buccinasco per favore, non diffondete questa bufala , che poi magari qualcuno la prende pure per vera. Grazie”

 

 

La falsa sintesi attribuita alla «Johns Hopkins University» per evitare il contagio

Mi è arrivata qualche giorno fa, tramite un gruppo WhatsApp, una sintesi di informazioni e “buone pratiche” attribuite alla Johns Hopkins University per evitare il contagio. Il messaggio cominciava cosi:

La Johns Hopkins University ha inviato questo eccellente riassunto per evitare il contagio, condividilo perché è molto chiaro:

* Il virus non è un organismo vivente, ma una molecola proteica (DNA) coperta da uno strato protettivo di lipidi (grassi) che, se assorbito dalle cellule della mucosa oculare, nasale o della bocca, modifica il loro codice genetico. (mutazione) e li converte in cellule di moltiplicatori e aggressori.

Che dire, mi si è accapponata la pelle per due macro errori iniziali: il DNA non è una proteina innanzitutto e poi questo nuovo Coronavirus non è un virus a DNA ma a RNA.

Il messaggio poi continuava con una serie di affermazioni che alle persone non specializzate potrebbero anche sembrare verosimili e questo è proprio l’ingrediente fondamentale delle bufale ben riuscite.

Anche se, come dicevo, era chiara la fake news un veloce controllo sul sito della Johns Hopkins University nella sezione dedicata al nuovo Coronavirus conferma che nessuna dichiarazione del genere è stata fatta da parte loro.

Riporto il testo integrale del messaggio per chi non avesse avuto la “fortuna” di riceverlo e fosse curioso nel conoscere tutti gli scabrosi dettagli.

* Poiché il virus non è un organismo vivente ma una molecola proteica, non viene ucciso, ma decade da solo. Il tempo di disintegrazione dipende dalla temperatura, dall’umidità e dal tipo di materiale in cui si trova.

* Il virus è molto fragile; l’unica cosa che lo protegge è un sottile strato esterno di grasso. Ecco perché qualsiasi sapone o detergente è il miglior rimedio, perché la schiuma ROMPE IL GRASSO (ecco perché devi strofinare così tanto: per almeno 20 secondi o più, e fare molta schiuma). Dissolvendo lo strato di grasso, la molecola proteica si disperde e si scompone da sola.

Il CALORE scioglie il grasso; quindi usare acqua a temperatura superiore ai 25 gradi per lavarsi le mani, i vestiti e tutto il resto. Inoltre, l’acqua calda produce più schiuma e ciò la rende ancora più utile.

* L’alcool o qualsiasi miscela con alcool superiore al 65% DISSOLVE QUALSIASI GRASSO, in particolare lo strato lipidico esterno del virus.

* Qualsiasi miscela con 1 parte di candeggina e 5 parti di acqua dissolve direttamente la proteina, la scompone dall’interno.

* L’acqua ossigenata aiuta molto dopo sapone, alcool e cloro, perché il perossido dissolve le proteine ​​del virus, ma devi usarlo puro e fa male alla pelle.

NIENTE BATTERICIDI. Il virus non è un organismo vivente come i batteri; non si può uccidere con gli antibiotici ciò che non è vivo, ma disintegrare rapidamente la sua struttura con tutto ciò che è stato detto.

*NON scuotere MAI abiti, lenzuola o indumenti usati o inutilizzati. Mentre è incollato su una superficie porosa, è molto inerte e si disintegra solo tra 3 ore (tessuto e poroso), 4 ore (rame, perché è naturalmente antisettico; e il legno, perché rimuove tutta l’umidità e non la lascia staccare e si disintegra), 24 ore (cartone), 42 ore (metallo) e 72 ore (plastica). Ma se lo scuoti o usi uno spolverino, le molecole del virus galleggiano nell’aria per un massimo di 3 ore e possono depositarsi nel tuo naso.

Le molecole virali rimangono molto stabili nel freddo esterno o artificiale come i condizionatori d’aria nelle case e nelle automobili. Hanno anche bisogno di umidità per rimanere stabili e soprattutto l’oscurità. Pertanto, ambienti deumidificati, asciutti, caldi e luminosi lo degraderanno più rapidamente.

* LA LUCE UV su qualsiasi oggetto che può contenerlo rompe la proteina del virus. Ad esempio, per disinfettare e riutilizzare una maschera è perfetto. Fai attenzione, scompone anche il collagene (che è una proteina) nella pelle, causando infine rughe e cancro della pelle.

* Il virus NON può passare attraverso la pelle sana.

* L’aceto NON è utile perché non rompe lo strato protettivo di grasso.

NIENTE ALCOL o VODKA. La vodka più forte è il 40% di alcol e hai bisogno del 65%.

* LISTERINA (è un collutorio americano) SE SERVE! È il 65% di alcol.

* Più lo spazio è limitato, maggiore sarà la concentrazione del virus. Più aperto o ventilato naturalmente, meno.

* Questo è super detto, ma devi lavarti le mani prima e dopo aver toccato mucosa, cibo, serrature, manopole, interruttori, telecomando, telefono cellulare, orologi, computer, scrivanie, TV, ecc. E quando si usa il bagno.

*Devi UMIDIFICARE LE MANI SECCHE ad esempio lavarle tanto, perché le molecole possono nascondersi nelle microrughe o tagli. Più densa è la crema idratante, meglio è.

*Conserva anche le UNGHIE CORTE in modo che il virus non si nasconda lì.

 

 

 

Le teorie del complotto e le previsioni

Concludiamo questa rassegna con la ciliegina sulla torta. In questa categoria, popolarissima davvero, ce ne sono state di bellissime: dai Simpson ai carri armati, dai farmaci nascosti dai giapponesi alle nuove campagne mediatiche dei no-vax.

 

 

La predizione dei Simpson del nuovo Coronavirus

I Simpson sembrano peggio di Cassandra riuscendo spesso a prevedere tutte le disgrazie del mondo. E potevano quindi esimersi dalla previsione della pandemia?

 

https://twitter.com/mandvzukic/status/1221818390786007040

 

Il nuovo Coronavirus sarebbe stato citato nel TG del cartone animato e Homer infettato. La presunta puntata dei Simpson è stata citata anche da SkyTG24 che scrive “In una puntata del 1993 (“Marge in catene”) un misterioso morbo, ma proveniente dal Giappone e non dalla Cina, si propaga a Springfield e in tutti gli USA. Similitudini notevoli con la realtà attuale, come spesso è successo nella serie a cartoni di Matt Groening”.

In realtà l’immagine del TG dei Simpson è stata modificata da questa:

 

 

Potete vedere nello spezzone che riporto di seguito la puntata da dove è stata estrapolata questa immagine.

 

 

Mentre l’immagine di Homer “infettato” si trova in un’altra puntata che riporto di seguito. Se andate al minuto 1.18 circa vedrete Homer aprire un pacco che gli è appena arrivato che contiene lo “strappasucco” che ha acquistato in una televendita e gli saltano in viso i virus inseriti nella scatola inavvertitamente dagli addetti giapponesi all’imballaggio del prodotto.

 

 

Solo fotomontaggi forzati quindi e nessuna reale previsione.

 

 

L’invasione americana con i carri armati

Stanno sbarcando 20 mila soldati americani proprio durante l’epidemia del nuovo Coronavirus. Ed è subito invasione.

L’8 marzo scorso è rimbalzata tra web, social e giornali online tra cui Voxnews, Ilfattoquotidiano, Il Manifesto che in un altro articolo  sempre sullo stesso tema si pone la domanda se i soldati americani siano già vaccinati contro il coronavirus e se questa esercitazione sia una sorta di invasione dell’Europa.

Sorge spontanea la domanda: forse sono già vaccinati contro il Coronavirus? Ci si domanda inoltre che scopo abbia «il più grande spiegamento di forze Usa in Europa dalla fine della Guerra Fredda», ufficialmente per «proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia» (con chiaro riferimento alla «minaccia russa»), nel momento in cui l’Europa è in crisi per la minaccia del Coronavirus (c’è un caso perfino nel Quartier generale Nato a Bruxelles). E poiché lo Us Army Europe comunica che «movimenti di truppe ed equipaggiamenti in Europa dureranno fino a luglio», ci si domanda se tutti i 20.000 soldati Usa ritorneranno in patria o se una parte resterà invece qui con i suoi armamenti. Il Difensore non sarà mica l’Invasore dell’Europa?

Almeno sono solo domande e non avanzano nessuna reale prova.

In realtà si tratta di un’esercitazione programmata per il periodo dal 27 aprile al 22 maggio che coinvolgerà circa 37 mila soldati NATO. Sarà possibile seguire le novità sull’esercitazione non solo dal sito ufficiale, ma anche dall’account Twitter US Army Europe. In ogni caso vista l’emergenza alcune nazioni, tra cui l’Italia, si sono tirate indietro cancellando la loro partecipazione.

 

 

Il farmaco giapponese che funziona contro il nuovo Coronavirus e che ci nascondono

Si chiama Cristiano Aresu e attraverso il suo profilo Facebook dichiara una verità che ci viene nascosta: i giapponesi hanno un farmaco per curare Covid19 e infatti, mostrando le immagini di una piazza di Tokyo in cui si trova, sostiene che in quel paese non ci sia l’emergenza del resto del mondo. Il funzionamento di questo farmaco, sempre secondo questo ragazzo, spiegherebbe anche il minor numero di morti del Giappone per Covid19 rispetto al resto del mondo.

Il farmaco in questione è l’antivirale Avigan, o meglio Favipiravir. In realtà se ne parla da diverso tempo e non risulta essere affatto una novità neanche in Italia. Infatti, tale farmaco era stato utilizzato nel 2015 presso lo Spallanzani di Roma come trattamento sperimentale contro l’Ebola, vista l’emergenza, ma pur sempre raccomandando all’epoca ulteriori ricerche.

Il motivo per cui non viene usato massivamente in Italia, e c’è cautela anche in Giappone, nasce dal fatto che ha presentato effetti collaterali in particolare risultando teratogeno, ossia inducendo possibili modifiche sui feti. Questo effetto collaterale è riportato anche in un articolo del Financial Times del 18 marzo 2020 dal titolo «Flu drug Avigan speeds up coronavirus recovery in early trials».

Doctors say, however, that Avigan needs to be used with great care and under tight controls because of a serious side effect that could cause foetal abnormalities if a pregnant woman took the drug.

Its potential for causing birth defects is one reason Avigan is not used to treat regular flu.

Nello stesso articolo si spiega che l’obiettivo attuale sul farmaco Avigan è di frenare l’avanzata del virus nei pazienti affetti con sintomi lievi o moderati, mentre non risulta così utile nei pazienti gravi.

Comunque da parte dell’Aifa non c’è nessuna chiusura a priori al punto che la Regione Veneto ha avviato una sperimentazione del farmaco nei propri ospedali. A renderlo noto è il governatore Luca Zaia su Facebook sostenendo che la stessa Aifa abbia dato l’ok per procedere.

 

 

L’epidemia è generata dalla rete 5G e non dal virus

Finiamo con uno di quelli che sta diventando un vero cavallo di battaglia dei complottari: la rete 5G. In questo caso la vediamo collegata all’epidemia di Covid19 con affermazioni che riciclano vecchie tesi di collegamento tra onde elettromagnetiche e tumori, ormai bagaglio di presunti “medici” e militanti No Vax.

Purtroppo però quello che spaventa è che la questione sia più seria di quanto possa sembrare, visto che riescono a convincere persino il consulente economico del premier Giuseppe Conte, Gunter Pauli.

A sostegno della tesi che il coronavirus sia in qualche modo causato dalle reti 5G ci sono due argomentazioni principali: la prima è che Wuhan sarebbe la prima città ad aver introdotto questa tecnologia. Che è anche vero, ma Wuhan è stata solo una di 16 città pilota per l’implementazione di questa tecnologia. In ogni caso la correlazione tra Wuhan, epicentro della pandemia, e il 5G non stabilisce in alcun modo un rapporto di causa effetto tra le due cose.

La seconda sostiene che il 5G sia responsabile del crollo del sistema immunitario umano. A supporto di questo argomento si portano studi indipendenti, mai però approvati o confermati dalla comunità scientifica.

Chi protesta contro le antenne della rete 5G solitamente si appoggia a due studi: quello dell’Istituto Ramazzini di Bologna, e quello del National toxicology program (Ntp). In entrambi sono gli stessi ricercatori a non ritenere le conclusioni degli esperimenti significative.

Ma che cos’è la rete 5G?

Viene anche definita lo standard di quinta generazione delle comunicazioni. Doveva essere adottato in buona parte del Mondo entro quest’anno, ma probabilmente la pandemia provocherà dei ritardi nella tabella di marcia.

Meno potente in termini di onde elettromagnetiche utilizzate, migliorerà invece la qualità delle connessioni Internet e della telefonia mobile. Nei frangenti complottisti è invece considerato un pericolo per la salute. Esistono infatti studi correlativi, che cercano di dimostrare un collegamento tra il cosiddetto «elettro-smog» provocato dalle radiofrequenze, l’insorgenza di tumori e ora anche l’epidemia Covid19.

C’è infine chi sostiene che la rete 5G penetri nelle cellule indebolendo il sistema immunitario, per chi ne vuole sapere di più, qui riporto un pezzo molto ben argomentato che smonta tutte queste assurde tesi.

Se invece avete il coraggio – e il cuore abbastanza forte – per leggere un articolo “complottaro” sulla faccenda vi segnalo questo.

 

Leggi anche:

 

 

 

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