L’astronauta Paolo Nespoli, l’italiano con più ore di permanenza nello spazio, tra i pochi ad aver volato con Space Shuttle e Sojouz, da piccolo sognava guardando Neil Armstrong di divenire astronauta. Un sogno divenuto realtà.

Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.

Così, il 12 aprile 1961, il cosmonauta sovietico Jurij Alekseevič Gagarin alla visione del nostro pianeta, senza nessuna retorica, descriveva quello che era per moltissimi esseri umani un sogno irrealizzabile quasi fantascientifico: l’uomo nello spazio.

A più di quarant’anni dalle prime missioni, l’Italia con l’Agenzia Spaziale Italiana e con i suoi programmi si è inserita ormai di diritto tra le grandi potenze mondiali che lavorano, sperimentano e studiano l’universo.

 

 

Ormai la corsa allo spazio non è più una guerra tra le due superpotenze come America e Russia, ma una cooperazione di più nazioni verso lo scopo finale di ricerca e scoperta, la stessa ISS (Stazione Spaziale Internazionale) è un melting-pot di culture dove astronauti di diverse nazioni del mondo cooperano insieme per il bene della scienza.

Il lavoro speciale che tutti gli astronauti realizzano all’interno della Stazione Spaziale Orbitante va dal campo medico, sanitario con esperimenti fisici sul proprio corpo ma anche di metallurgia, elettronica e biologia.

Da pochi mesi l’ingegnere Paolo Nespoli, di ritorno dalla missione Vita, è divenuto il primo uomo italiano ad avere più giorni di permanenza nella Stazione Spaziale Orbitante.

 

L’ingegner Nespoli nel 1991 viene assunto dall’ESA e il 23 ottobre 2007 parte con lo Space Shuttle Discovery, STS-120, in qualità di specialista di missione, l’ultimo italiano ad aver viaggiato con lo Shuttle. Il 15 dicembre 2010 è tornato sulla ISS con la Sojuz TMA-20 per la missione MagISStra dell’ASE, l’ente spaziale europeo, come ingegnere di volo. Dopo 157 giorni il 23 maggio 2011 alle 4:27 (ora italiana) rientra sulla Terra a bordo della Sojuz insieme al russo Dmitri Kondratyev e alla statunitense Catherine Coleman, atterrando sul Kazakistan e concludendo con successo l’Expedition 27. Il 28 luglio 2017 Paolo torna nello spazio per la terza volta a bordo della Sojuz MS-05. Alle 23.54 (ora italiana) la capsula attracca e infine all’01.57 (ora italiana) Paolo fa il suo ingresso nella stazione. Il 14 Dicembre 2017 alle 09.27 (ora italiana) Nespoli dopo 139 giorni sulla ISS atterra di nuovo sulla Terra con un totale di tre missioni, 313 giorni, 2 ore e 36 minuti vissuti nello spazio.

 

Partendo dalla sua esperienza di vita che cosa è per lei lo spazio?

Lo spazio è quello che ci sta attorno, quello che non siamo noi, ed è sicuramente un ambiente da scoprire e da capire. È un posto dove si trovano cose impensate senza dubbio fuori dal mondo.

 

Lei oltre ad essere astronauta è anche appassionato di elettronica e radiocomunicazioni, sulla stazione spaziale orbitante in missione le è mai capitato di utilizzare le sue abilità per sistemare qualche problema non previsto dai manuali?
L’uomo è un robot super programmabile senza aver bisogno di un programmatore.

Certamente sì ed è il motivo per il quale ancora la NASA decide di inviare degli esseri umani e non dei robot sullo spazio. Un robot sarebbe migliore considerando che non mangia, non dorme, non si stanca e ha la possibilità di effettuare un lavoro continuo senza sbagliare.

Paradossalmente però, l’uomo è un robot super programmabile senza aver bisogno di un programmatore, per cui sulla stazione in continuazione succedono imprevisti, sebbene sia un posto dove si prevede tutto, che devono essere risolti dall’ingegno e dall’intuizione di noi uomini.

 

Il sogno di ogni bambino è da sempre fare l’astronauta, il sogno del bambino Paolo Nespoli qual era?

Sembra scontato, ma era proprio fare l’astronauta. Da bambino ricevevo questo tam-tam mediatico degli americani e dei russi che andavano sulla Luna e si facevano guerra per la corsa sullo spazio.

Quando guardavo le immagini in bianco e nero di Armstrong che saltava sul suolo lunare, non potevo non sognare di fare l’astronauta.

Ora che il cinema con The First Man fa conoscere a tutti la storia di quello straordinario uomo, mi fa di nuovo tornare indietro nel tempo e sono felice che in tanti possono rivedere l’impresa di Neil.

Il fatto poi che da piccolo tutti mi davano quasi del “pazzo”, perché all’epoca non esistevano né astronauti europei tantomeno italiani, mi ha dato la spinta nel non chiudere mai il cassetto di questo sogno e difatti con costanza e impegno sono riuscito in quello che ho sempre sognato.

Lo dico sempre ai ragazzi che se ce l’ho fatta io, il sogno è alla portata di tutti.

 

 

 

La corsa allo spazio è molto cambiata negli ultimi quarant’anni, prima c’era la rivalità tra Usa e Russia e ora la Stazione Spaziale Internazionale è una grande casa, dove tutti coabitano e collaborano insieme per un fine comune. Quanto è difficile la convivenza con gli altri astronauti?

Considerando che a volte è difficile convivere in due sulla Terra, marito e moglie, potete immaginare le variabili nella Stazione Spaziale, in un luogo di 100 metri quadri (intesi a 360°, non calpestabili) dove per mesi vivono sette, otto persone.

È molto difficile gestire l’isolamento, l’allontanamento dai problemi quotidiani di casa e dei tuoi affetti. La NASA difatti dopo l’esperienza russa della MIR, dove gli astronauti non avevano praticamente modo di comunicare, vivevano in un ambiento pieno di rumore di continuo come se si stesse in miniera con poche cose da fare, ha deciso di creare un ambiente che sia in qualche modo confortevole.

Abbiamo la possibilità settimanalmente di effettuare videochiamate con la nostra famiglia, abbiamo la nostra connessione con la posta elettronica e i social media.

I miei tweet sono un flusso con il pianeta Terra e il fatto che ogni giorno ricevevo 200/300 risposte ai miei messaggi mi dava la possibilità di portare gente a bordo non facendomi sentire solo.

Poi la convivenza l’abbiamo imparata a gestire negli anni precedenti la missione, nelle varie esercitazioni, come le volte che ci hanno portato in Alaska e ci hanno lasciato per vari giorni da soli a gestire tutte le difficoltà del caso.

Ma la cosa più importante che abbiamo imparato, e che tutti dovrebbero fare sempre anche a casa, è parlarsi in qualsiasi momento anche se il problema sembra irrisorio.

 

È così differente l’impatto nell’atterraggio tra lo Space Shuttle e la Sojuz russa?

Un esempio calzante è se hai a disposizione due auto di cui una è una Ferrari di Formula 1 e l’altra è una Fiat 500, primo modello con gli sportelli che si aprono al contrario.

Le differenze sono notevoli e devo dire che l’atterraggio su una Sojuz è una serie di devastanti catastrofi continue, come se con un’utilitaria realizzi un incidente frontale contro un autoarticolato. Ma alla fine dei giochi, a differenza dello Shuttle, la capsula Sojuz rimane ancora la soluzione più sicura e senza rischi.

Per far atterrare lo Shuttle tutto deve essere perfetto e calcolato, basta sbagliare qualche parametro e il rischio di collasso è veramente alto, con la Sojuz ci si lancia dalla ISS e in qualche modo si atterra, l’ultima volta quando arrivammo a Terra dissi ad un tecnico russo “non è propriamente un atterraggio morbido questo”, lui mi rispose “sei vivo? È un atterraggio morbido”.

Ovviamente se dopo quarant’anni usiamo ancora questo tipo di mezzo un motivo ci sarà.

 

La vita sulla ISS com’è scandita?

Ogni astronauta ha una tabella da rispettare, con vari esperimenti da effettuare in ogni momento della giornata. Sono scandite anche le attività fisiche, fondamentali per il nostro corpo umano, quotidianamente facciamo ore e ore di esercizi fisici per mantenere attivi i nostri muscoli.

All’interno della ISS il tempo è scandito con il GMT, l’orario londinese, e la giornata è suddivisa in varie sezioni nelle quali noi astronauti siamo impegnati nelle attività scientifiche.

Alcune attività possono essere postate a nostro piacimento più avanti o indietro nella giornata, magari in quel momento la ISS passa sopra l’Italia e si vuole fare una fotografia se l’attività lo consente ci si può sganciare e andare nel modulo adibito alla visione del nostro pianeta per le foto.

Altre attività invece sono fisse perché magari il centro di controllo ha bisogno in quel momento del nostro supporto per svariati motivi. I primi mesi sono i più duri perché devi diventare effettivamente extraterrestre e far abituare anche solo semplicemente il ritmo cardiano a una nuova situazione: nella ISS in 24 ore è possibile ammirare 18 albe e tramonti e questo va gestito in maniera oculata e scientifica.

Ovviamente dopo cena ci sono dei momenti di relax, dove ognuno può utilizzarli come meglio crede, solitamente si risponde alle e-mail, si legge qualche libro oppure semplicemente si realizzano fotografie o time-lapse come nel mio caso alla Terra.

 

 

Passando alle nuove scoperte, secondo lei arriveremo su Marte con un equipaggio umano?
Sicuramente arriveremo su Marte e probabilmente andremo anche oltre il nostro Sistema solare: cose impossibili oggi, ma nei secoli a venire saranno gli obiettivi principali.

Noi abbiamo questo problema di vedere il nostro futuro nella misura della nostra vita.

Trenta o quarant’anni già sembra una distanza troppo lontana, ma dovremmo cercare di vedere le cose più universalmente in un’ottica con uno spazio-tempo più ampio.

 

In conclusione per lei che significa stare nello spazio?

Io mi guardo e mi piacerebbe essere il miglior astronauta di sempre anche perché non mi mandano sulla spazio per fare foto, ma per lavorare, fare esperimenti in ambito tecnologico, medico, botanico. Quindi l’astronauta migliore è quello che segue la pianificazione dalla Terra.

Perché il lavoro in assenza di gravità è il fondamento di tutti i nostri studi, noi a volte siamo anche le cavie proprio per esperimenti medici e fisici per studiare al meglio tutto quello che concerne la forza di gravità.

Quindi chi segue questa programmazione senza fare particolari danni si può tranquillamente definire un buon astronauta ed è quello per cui io spero di essere ricordato.