Labadanzky, autore del Bumblebee del Lucca Comics 2018

2 anni fa

6 minuti

Bumblebee è tra i protagonisti del Lucca Comics & Games 2018 con una particolare installazione realizzata dallo street artisti genovese Labadanzky.

In piazza San Giusto a Lucca, proprio accanto al padiglione ufficiale di Hasbro, è presente un robot interattivo di Bumblebee di Transformers realizzato da Labadanzky, street artist genovese famoso proprio per le sue opere legate ai robot. Il suo Bumblebee è alto più di 4 metri, pesa oltre 150 chili ed è anche interattivo: si muove e si illumina mentre parla a chi si trova in zona, tutto grazie a un motore alimentato con energia cinetica, girando una ruota.

Bumblebee resterà esposto insieme al classico Maggiolino giallo in piazza San Giusto per tutta la durata della fiera toscana, ricordando anche l’uscita dello spin-off di Transformers di cui è protagonista che arriverà nei cinema italiani il prossimo 20 dicembre. Nel corso del Lucca Comics & Games abbiamo intervistato l’autore dell’opera, per scoprire qualcosa in più sul suo background e sulla realizzazione dell’autobot giallo.

 

 

Francesco: Come prima domanda non posso non chiederti chi è Labadanzky. Parlaci un po’ del tuo percorso, e di come sei arrivato a realizzare questa opera.
Labadanzky: A livello artistico tutto è partito da un collettivo, poi nel corso del tempo il mio percorso si è strutturato in modo più personale, attorno alla mia visione. A seconda di ogni progetto comunque mi avvalgo ovviamente di diversi collaboratori, anche per Bumblebee dove mi ha aiutato principalmente il mio amico Wolf.
La passione per questo tipo di arte non è arrivata in un momento specifico, diciamo che c’è sempre stata e l’ho coltivata anche a livello accademico, ho studiato al Liceo Artistico e poi in Accademia, specializzandomi con una laurea in Pittura, che però mi ha annoiato dopo un po’ e quella “noia” mi ha spinto ad occuparmi di installazioni urbane.
In un primo momento si trattava più che altro di piccoli esserini deformi, in cemento armato, assicurati per strada alla segnaletica verticale, poi col tempo, sperimentando, sono arrivato a definire questa cifra dei robot antropomorfi, sempre partendo da elementi di segnaletica verticale o arredi urbani di vario tipo, come i semafori, sui quali poi viene montato il robot.
Questo rientra un po’ sia nella sfera della street art che dell’arte relazionale perché l’oggetto è un pretesto per instaurare ragionamenti che avvengono poi in momenti diversi da quello dell’installazione. L’opera d’arte si attiva, inizia la sua vita, quando viene fruita dal pubblico che fa scoccare dei ragionamenti di vario tipo. Ad esempio gli anziani sono contrariati quando vedono le mie opere, i più giovani le apprezzano in modo diverso.
Com’è stato invece lavorare con un colosso come Hasbro? È stato difficile rispettare le loro guideline o ti hanno lasciato abbastanza libero?
Questa collaborazione con Hasbro è avvenuta grazie a una mediazione dell’agenzia che ha permesso a me di capire e gestire meglio alcune dinamiche di un gruppo così grosso, e anche a loro di capire le esigenze e le dinamiche del mio lavoro, che ovviamente non è una cosa convenzionale o che possono conoscere tutti.
L’ex brand manager di Transformers è rimasto colpito da una campagna di installazioni che ho fatto a Torino per una mia mostra, erano installazioni sistematiche, una o due a settimana, sempre di robot antropomorfi, e da lì è nata la proposta di sviluppare il progetto che poi si è concretizzato in Bumblebee.
Quanto a libertà me ne hanno lasciata e ne sono felice. Come forse avrai già notato il “mio” Bumblebee risulta avere proporzioni un po’ sfalsate rispetto a quello classico, e questo ha una duplice ragione: da un lato ci sono state ovviamente difficoltà tecniche e ristrettezza di tempi prima della prova generale, tenutasi alla Fabbrica del Vapore a Milano, per cui si può dire che ho fatto di necessità virtù; dall’altro c’è un aspetto legato proprio alla mia cifra artistica, che tenta di indugiare su elementi di natura più socio-politica e concettuale.
Infatti l’opera d’arte si chiama Streached Bee (Ape Stiracchiata) e questo nome è legato principalmente al fatto che i Transformers sono stati una delle prime collaborazioni storiche tra Stati Uniti e Giappone, ma al momento i rapporti tra queste due nazioni sono molto tesi, molto stirati, per cui si capisce dove voglio arrivare, no? Poi è ovvio che non è dato comunicare, comprendere e attraversare questo mio ragionamento, che passa per idee mie personali. Molti dei bambini e non sono semplicemente attratti dal personaggio che conoscono e amano dei giocattoli Hasbro come dei film.
Tu sei un fan di Transformers? Dei giocattoli e/o dei film, e quali sono gli altri robot o mecha che hanno influenzato il tuo stile e di cui sei appassionato?
Sono assolutamente un fan di Transformers, soprattutto dei giocattoli e dei cartoni animati della mia infanzia, mi riferisco alla serie G1 in particolare, e da lì deriva molto anche del mio retaggio artistico. Sono un po’ meno appassionato dei film, forse anche per una questione di età, sono dei blockbusteroni per cui non sono più in target, per cui mi creano un grande senso di confusione, sono molto rumorosi e, insomma, non mi fanno impazzire.
Fin da bambino comunque ho sempre avuto il pallino dei robot, dicevo con mia madre che avrei voluto fare lo scienziato per costruire dei robot che la sostituissero al lavoro. Quando io ero piccolo lei era sempre a lavorare e la vedevo pochissimo, quindi ingenuamente mi raccontavo che se avessi costruito dei robot in grado di sostituirla al lavoro avrei potuto passare più tempo con lei.
Poi non sono diventato uno scienziato, ma almeno per quanto riguarda il costruire robot ce l’ho fatta! Del resto se dovessi farti una Top 3 dei miei robot preferiti ti ci metterei Mazinga, Transformers G1 e il Gigante di Ferro, che è il primo robot che oltre ad affascinarmi per la non plausibilità tecnologica mi ha anche trasmesso un contatto empatico.
In generale lavori con il riciclo? Dove trovi il materiale e quanto tempo impieghi per realizzare un’installazione come questo Bumblebee?
Sì lavoro anche con materiali di riciclo ma il fattore ecologico non è il mio messaggio principale. Molto spesso comunque utilizzo materiali poveri come il cartone, che trattato con vernici particolari restituisce l’effetto del metallo. Il materiale lo si trova in moltissimi modi, quello di riciclo anche per strada piuttosto che nelle isole ecologiche, mentre quelli più “da lavoro” si trovano davvero in qualsiasi negozio in gran quantità. Uso quello che ho più facilmente a disposizione, se fossi nato in mezzo all’oro farei sculture di oro!
Per la creazione delle installazioni c’è un range molto vario, per Bumblebee nello specifico sono serviti 2-3 mesi di realizzazione pratica, lavorando un po’ da solo e un po’ con l’aiuto dei miei assistenti, soprattutto per l’aspetto più tecnologico della struttura. Per le altre installazioni urbane, ad esempio quelle di Torino, avendo un modus operandi molto più rodato e consolidato, si riesce a crearle da zero anche in tempi record di 72 ore.
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