Si potrebbe delineare il profilo della letteratura italiana del XX Secolo come intersezioni più o meno ampie di insiemi preesistenti, essendoci un’infinità di sovrapposizioni tra movimenti e poetiche per fattori per lo più socioculturali e storico-politici.

Rapporti estremamente delicati in quel periodo, in cui Papini e Prezzolini studiavano Nietzsche e di conseguenza decretavano un abbandono dell’approccio storico alla letteratura, rivendicando generazionalmente e con intento fondativo il senso di una nuova visione una nuova Voce discostata dalla morale accademica convenzionale, da questa frattura creativa nasce nei primi anni del 900, La Voce.

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

L’uomo chiese una volta all’animale: Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della tua felicità? L’animale voleva rispondere e dire: ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque. Così l’uomo se ne meravigliò.

Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre attaccato al passato: per quanto egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna.

È un prodigio: l’attimo, in un lampo, è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo.

Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all’uomo.
Allora l’uomo dice “Mi ricordo”. *1

 

Diametralmente, a Parigi sorge un personaggio anche più singolare dei redattori della Voce, Marinetti, che col suo Manifesto del Futurismo, condanna ogni forma di tradizione e promuove il momento presente, dinamico e ruggente come il motore di un’automobile.

 

 

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.*2

Mettono alla prova le loro idee su tutti i fronti letterari disponibili, per lo più poesia, teatro e narrativa creando dei veri e propri chimismi letterari e artistici che talvolta andavano a buon fine talvolta fallivano; ed è proprio da qui che inizia la vicenda che voglio raccontarvi.

22 Giugno 1911 il numero 25 della Voce partorisce un articolo che avrebbe dato vita a una diatriba tragicomica, Ardengo Soffici della redazione aveva ricevuto un invito alla Casa del Lavoro di Milano per una mostra futurista finanziata da Marinetti, astenutosi inizialmente dal rendere pubblico il suo disgusto, il critico d’arte di Poggio a Caiano, letto il panegirico della critica sull’esibizione, non potè più tacere, al che scrisse Arte Libera e Scrittura Futurista”.

 

 

La risposta dei milanesi non si fece attendere, circa l’artistica cazzottatura in campo fiorentino che ne seguì lascio quindi la parola al futurista napoletano Francesco Cangiullo:

Parla Marinetti:*3

Una volta lette le ingiurie di Soffici col caro Carrà, si prese il treno con Boccioni e Russolo per andare a scazzottare i vociani, ci incontrammo con Palazzeschi che ci avrebbe condotto dal nemico, dopo tanto girovagare trovammo Soffici e i suoi ad un tavolo del Caffè delle Giubbe Rosse al numero 13 di piazza della Repubblica, circondati da mamme e bambini, Boccioni si presenta:

-Lei è il signor Soffici?

-Si.

-Io sono Boccioni.

E giù con un tremendo ceffone sbatte a terra Soffici, i pugni si alzano e i bastoni vorticano per aria accompagnati dagli schiamazzi della folla fino a quando non ci fermano i questurini.

I pugni futuristi hanno avuto la meglio.

La controffensiva si fece attendere fino alla mattina quando i nemici ci tesero un’imboscata alla stazione, nascosti dietro i pilastri della stazione c’erano Prezzolini, Slataper, Soffici e altri due futuristi, la battaglia imperversa, mai visto un simile scontro e nella foga mi trovo tra i denti una ciocca di capelli di Prezzolini.

Al crepuscolo della contesa, ormai sfogati, ridiamo e scherziamo in simpatia coi vociani, come l’antipatia, la simpatia è sempre un sentimento a due vie.

Il sipario di questa spedizione si chiude sul treno che ci riporta a Milano.

 

Come possiamo notare, i movimenti d’avanguardia, che siano in Italia o esteri, dall’impressionismo, alla secessione, al cubismo, al futurismo furono oltre le qualità artistiche predisposte alla critica, che però non andava presa sul serio per la sua natura polemica e acida, uomini appartenenti a un’epoca focosa troppo smorzata dal ristagno accademico, uomini che dovevano  e volevano essere lo zampillo arcobalenante del pensiero libero che urlavano a gran voce ma che poco erano ascoltati.

 

Note

1: L’opera Niciana: “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” arriva in Italia attraverso la traduzione di E. Schuré, e i teatri nelle opere wagneriare e di Strauss, nelle sue “considerazioni naturali”, pone il gregge come figura di felicità, l’animale dimentica e vive la sua vita in modo non storico senza il fardello del ricordo, l’essere umano al contrario anche se dimentica inevitabilmente si ritroverà in grembo il pesante foglio strappato dal rotolo del tempo: la memoria.

2: Guerra e disprezzo della donna: due elementi trattati nel nono punto di Poesia: il manifesto futurista, sono anche gli unici due argomenti su cui Marinetti si ricrederà facendo ammenda, tutto grazie a una donna: Benedetta Cappa, che sposerà e che scrisse il Manifesto del Tattilismo, uno dei manifesti più innovativi e curiosi del Futurismo.

3: I due erano molto amici, si scambiavano singolari lettere futuriste prestampate da Marinetti per essere poi compilate, la vicenda viene raccontata da Cangiullo in “Le serate futuriste” ma sfruttando la voce di Marinetti, in quanto l’autore non era presente alla “scazzottata”.