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La trappola della nostalgia

4 anni fa

8 minuti

La trappola della nostalgia stringe ormai nel proprio abbraccio ogni ramo dell’intrattenimento, e noi nerd e amanti della pop culture lo sappiamo bene. In questo approfondimento cerchiamo di fare il punto su questo fenomeno e di capirne alcuni meccanismi.

Il treno della nostalgia – così lo si definiva in passato – oggi assume piuttosto le fattezze di una DeLorean e viaggia ben oltre le 88 miglia orarie, trasportando un numero sempre più ampio di passeggeri avanti e indietro nel tempo. Voglio precisare fin da subito l’intenzione non polemica con cui scrivo queste parole, e con cui spero anche tu che leggi approccerai questa riflessione. La nostalgia è diventata un business mica da ridere, che si estende in modo trasversale in ogni ramo dell’arte e dell’intrattenimento. O forse è sempre stato così?

Tanto per cominciare, prendiamo in analisi questa parola e la sua etimologia.

 

nostalgia

/no·stal·gì·a/

sostantivo femminile

La nostalgia (parola composta dal greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore): “dolore del ritorno”) è uno stato psicologico o sentimento di tristezza e di rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari o per un evento collocato nel passato che si vorrebbe rivivere.

Il termine nostalgia in sé, pur derivato dal greco come molti termini scientifici, era sconosciuto al mondo greco. Entra nel vocabolario europeo nel XVII secolo, per opera di uno studente di medicina alsaziano dell’Università di Basilea, Johannes Hofer, il quale, constatando le sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia Luigi XIV, costretti a stare a lungo lontani dai monti e dalle vallate della loro patria, dedicò a questo fenomeno una tesi, pubblicata a Basilea nel 1688 con il titolo “Dissertazione medica sulla nostalgia”. Con questo termine greco di nuovo conio, infatti, Hofer traduce nel linguaggio scientifico l’espressione francese «mal du pays» e il termine tedesco «Heimweh» (letteralmente dolore per la casa), ancor oggi utilizzati nelle rispettive lingue.

A partire dalla fine del XVIII secolo e soprattutto nella prima metà del secolo successivo, accanto all’interesse medico, la nostalgia convoglia notevoli attenzioni in ambito poetico e musicale, in corrispondenza con l’ondata migratoria dall’Est Europa. Tuttavia, è soltanto a partire da Charles Baudelaire che il termine si libera dal riferimento a precisi luoghi o al passato infantile, per assurgere a condizione di anelito indefinito.

Wikipedia

Orbene, non è di certo della connotazione patologica del termine che si vuole parlare in questa sede, ma è utile al fine della mia riflessione che comprendiate come questo termine nasce e a cosa fa riferimento. Si tratta, in prima battuta, di un dolore e di una condizione di sofferenza. Un pathos, volendo usare ancora un grecismo, che coinvolge direttamente le sensazioni di chi viene chiamato in causa.

C’è da stupirsi che il moderno intrattenimento si nutra così tanto del fattore nostalgia, dunque?

La critica che sempre più spesso anima infinite discussioni sul web – ed in particolar modo sui social network – vuole gli attuali produttori, registi, sceneggiatori, artisti e gruppi musicali, sviluppatori di videogiochi e chi più ne ha più ne metta privi di qualsivoglia capacità di innovare e proporre al pubblico qualcosa di nuovo, questo semplicemente per l’onda lunga della riproposizione in chiave nostalgica di vecchie glorie di questi ambiti.

 

 

C’è una sorta di amore e odio nei confronti del business della nostalgia che in questo momento interessa particolarmente gli anni ’80.

C’è una sorta di amore e odio nei confronti del business della nostalgia che in questo momento interessa particolarmente gli anni ’80. Quegli anni in cui coloro che si definiscono vanilla nerd hanno avuto il loro primo contatto con le nuove tecnologie, con i videogames e i film che oggi sono diventati cult, con il gioco di ruolo e l’animazione, con un determinato tipo di musica che in quegli anni era tutt’altro che mainstream, insomma con tutto ciò che oggi rientra a pieno titolo in quel calderone che risponde al nome di pop culture.

Creare remake, reboot, sequel e prequel di nomi famosi degli scorsi decenni è un modo geniale di accalappiare i soldi dei fan storici del prodotto in questione, e di portare nuova utenza ad avvicinarsi ad un brand. Che questo poi “snaturi” il brand stesso è un’utopica quanto sterile lamentela che fa chi della nostalgia è davvero vittima. La nuova trilogia di Star Wars – tanto per citarne una che fa subito scaldare gli animi – non toglie valore né va a mutare l’originale, ma fa vendere spade laser anche ai dodicenni oltre ai quarantenni.

Anche i prodotti del passato giocavano su tematiche che potremmo definire “nostalgiche”.

E a loro volta anche i prodotti del passato giocavano su tematiche che potremmo definire “nostalgiche” o di sfrenato marketing. Pensate anche solo a tutti i richiami che tanto i gdr carta e penna quanto i vari Adventure, Wonder Boy, The Legend of Zelda ecc…avevano alle ambientazioni della letteratura fantasy, all’epica cavalleresca, al romanzo storico. Lo stesso filone sci-fi, il cyberpunk, lo stile che definiamo retrofuturistico di Ghost in the Shell o di Blade Runner altro non sono che un’iperbolica e futuristica versione delle stesse epoche in cui sono stati creati, con tanto di product placement ad ologrammi di Coca Cola, Nike, Adidas ecc…che oggi come allora spingono masse di giovani e non a bere Coca Cola e ad indossare sneakers Nike o Adidas. 

 

 

La produzione o riproposizione di determinati prodotti che costano poco e rendono tanto va poi analizzata anche con un’altra chiave di lettura: produrre qualcosa di nuovo, oggi, ha in media un costo enorme perché gli standard qualitativi e tecnologici sempre più avanzati a cui il pubblico è abituato non sono propriamente economici. E allora ben venga un’operazione come quella messa su da Nintendo con i suoi Classic Mini Nintendo Entertainment System e Classic Mini Super Nintendo che con un costo davvero irrisorio per la casa di Kyoto portano invece ottimi introiti che permetteranno di continuare a sviluppare giochi nuovi e freschi per Nintendo Switch. Non a caso ho scelto la grande N come esempio, perché la sua attuale offerta propone tanto la più classica e sicura delle opzioni che gioca, appunto, sul fattore nostalgia, quanto la console più innovativa e diversa lanciata da due generazioni a questa parte.

L’agire subdolo della nostalgia, che nel caso delle retro console è lampante, sta nel fatto di portare il consumatore ad acquistare un oggetto in cui sublimare la voglia di sentirsi ancora parte di un passato o di una certa idea di passato, a prescindere dall’averla vissuta o meno. Così tanto il quarantenne quanto il ventenne probabilmente acquistano il Mini NES più per avere un bel soprammobile di plastica che ricorda loro le glorie degli anni ’80 e crea una potenzialità: quella di poter rigiocare in qualsiasi momento lo si voglia a Super Mario o a ExciteBike. Magari non lo faranno mai, ma sanno di poterlo fare

E fermo restando che il target del Classic Mini Super Nintendo non è di certo il giovinastro che passa le giornate tra un Call of Duty e un Overwatch, chissà che non capiti per sbaglio di comprarne uno e di rimanere affascinati dalla bellezza che ancora oggi conservano giochi come The Legend of Zelda: A Link to the Past e Donkey Kong Country. Quello che questa situazione ritrae in modo abbastanza chiaro è un quadro di diversi benefici su cui oggi l’entertainment può contare proprio grazie alla nostalgia, e personalmente credo abbia più risvolti positivi che negativi.

 

 

I supereroi che fino a qualche decennio fa popolavano solo le pagine dei fumetti letti con continuità e passione da un gruppo di persone non particolarmente ben viste dalla società, oggi animano le sale cinematografiche di tutto il mondo, sono al centro anche di serie tv e di videogiochi sempre più spettacolari e possono contare su milioni di fan. La nostalgia ha anche aiutato a sdoganare tantissimi prodotti che un tempo erano visti solo come “roba da nerd” e che oggi sono popolari tanto quanto il vostro smartphone.

Di cose nuove poi ce ne sono state eccome, Game of Thrones e Breaking Bad negli anni ’80 non c’erano mica, e neanche Dark Souls The Last of Us, e potrei continuare ancora per un numero infinito di caratteri ad elencarvi film, serie tv, videogames e tantissimi altri prodotti che sono già considerati cult pur avendo sulle spalle meno di un decennio. Che la nostalgia abbia bloccato l’innovazione è solo un’inutile lamentela. Anzi proprio grazie alla nostalgia sono nati prodotti come Ready Player One, romanzo di Ernest Cline su cui è in produzione una pellicola di Steven Spielberg e che si è mostrato con il primo trailer proprio qualche giorno fa durante il Comic-Con di San Diego, così come Stranger Things, la serie Netflix che gioca tutto sull’effetto nostalgia degli anni ’80 e di cui è in arrivo l’attesissima seconda stagione.

 

 

 

La nostalgia è dunque una trappola, ma non è pericolosa quanto la si descrive spesso. Intrappola gli appassionati in un vortice emozionale che manda avanti una ciclicità connaturata all’arte e all’intrattenimento, che lo è sempre stata e che sempre lo sarà. Se ci si sforza di guardarla dalla giusta prospettiva però, ci si accorgerà che la nostalgia è meno canaglia di quanto non si creda e porta anche tantissimi vantaggi.

E voi come vi rapportate alla nostalgia nell’entertainment? Fatecelo sapere nei commenti!
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