Baby Driver: al volante con Edgar Wright

4 anni fa

5 minuti

Dal 7 settembre nelle sale italiane, Baby Driver segna il ritorno al cinema del regista di Hot Fuzz e Scott Pilgrim vs. the World: una miscela esplosiva e strepitosa di azione e musica, un cocktail adrenalinico inarrestabile a suon di Queen e Beach Boys.

C’è un universo alternativo dove Edgar Wright, il regista inglese che ci ha regalato la Trilogia del Cornetto (L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo) e Scott Pilgrim vs. the World, oltre che la serie di culto Spaced, ha girato Ant-Man per la Marvel anziché abbandonare il progetto a pochi mesi dall’inizio delle riprese.

Uno scenario intrigante, che però comporta un piccolo rischio: è possibile che, a causa degli impegni legati all’eventuale sequel, questa versione di Wright non abbia potuto girare Baby Driver – Il genio della fuga, il film che ha iniziato a conquistare il pubblico americano a fine giugno e sta ora arrivando nei mercati internazionali (noi l’abbiamo visto al Neuchâtel International Fantastic Film Festival, dove era l’evento di chiusura), in attesa dell’uscita italiana il prossimo 7 settembre.

Si tratta di un progetto molto personale, dalla gestazione lunga.

Si tratta di un progetto molto personale, dalla gestazione lunga: l’idea originale risale al 1994 e la prima versione della sequenza d’apertura è stata trasformata in un videoclip per il gruppo musicale Mint Royale, con il comico/cantate Noel Fielding nei panni dell’autista e Michael Smiley e Nick Frost in quelli dei rapinatori, il tutto sotto la supervisione dello stesso Wright, da sempre molto attento alla componente sonora dei propri film e qui alle prese, a suo modo, con un vero e proprio musical.

 

 

Protagonista della vicenda è tale Baby (Ansel Elgort), costretto a lavorare come getaway driver al servizio di Doc (Kevin Spacey).

Baby è affetto da acufene a causa di un incidente d’infanzia, ragion per cui ha (quasi) sempre le cuffie dell’iPod – ne ha diversi a seconda delle circostanze – nelle orecchie.

Tutta la sua vita procede a suon di musica, con un ritmo che solo lui può dettare. Almeno fino al momento in cui l’ennesimo colpo presenta più difficoltà del solito per Baby e i suoi complici (tra cui Jamie Foxx e Jon Hamm) e la cosa potrebbe avere effetti nefasti sulle poche persone a cui l’autista tiene veramente.

 

 

Strutturato come un musical, dove le canzoni dettano l’andamento narrativo e il montaggio, Baby Driver è un lungometraggio calibrato al millimetro.

Strutturato come un musical, dove le canzoni dettano l’andamento narrativo e il montaggio, Baby Driver è un lungometraggio calibrato al millimetro. Ciononostante si respira un’aria molto libera per l’intera durata del film, in parte grazie alla decisione di ambientare e girare la storia ad Atlanta anziché nelle più prevedibili New York o Los Angeles.

La città è riconoscibile e al contempo perfettamente integrata nel mondo di Wright, dove la musica non serve solo a contribuire al mood (vedi il soundtrack squisitamente vintage di un prodotto apparentemente simile come Drive) ma è un vero e proprio ingrediente drammaturgico, sulla falsariga del lavoro fatto da James Gunn in casa Marvel con i due volumi di Guardiani della Galassia (non a caso, i due registi si sono consultati per assicurarsi che non ci fosse alcuna sovrapposizione a livello dei brani selezionati).

È un universo stilizzato ma anche molto umano, una sorta di prosecuzione logica de La fine del mondo, il primo film di Wright ad avere una componente emotiva davvero forte abbinata alla comicità surreale che caratterizza la poetica del cineasta.

La sincerità, presente soprattutto quando Baby interagisce con la cameriera Debora (Lily James), va di pari passo con l’artificio, generando un connubio di maturità e fanciullesca innocenza, al servizio di un racconto ad alto tasso di action estremamente tangibile (tutti gli inseguimenti in automobile sono stati girati facendo un ricorso minimo o nullo a manipolazioni digitali).

 

 

 

 

 

Baby Driver è una lettera d’amore, onesta e strepitosa, a due generi

Baby Driver è una lettera d’amore, onesta e strepitosa, a due generi, il punto d’incontro ideale tra Walter Hill e Michael Mann da un lato e Gene Kelly e Vincente Minnelli dall’altro. Tra i due fuochi incrociati si muove il bravissimo Elgort, splendidamente misurato nei panni di un ragazzo il cui nome riassume tutte le anime del film: stupore infantile, tenerezza tra due innamorati e ritmo sfrenato con connotazioni molto virili nei momenti d’azione musicata (“Yeah, baby!”).

Per certi versi è l’ibrido dei personaggi solitamente interpretati da Nick Frost e Simon Pegg, un concentrato di divertimento e responsabilità nel quale tutti si possono riconoscere.

A dargli manforte c’è un cast di contorno piuttosto impeccabile, tra veterani affermati e nomi in ascesa (quest’ultima fazione è rappresentata soprattutto dalle donne, ossia la già menzionata Lily James e la sensualmente letale Eiza Gonzalez, interprete di Santanico Pandemonium nella trasposizione televisiva di Dal tramonto all’alba). I fan di Kevin Spacey saranno felici di ritrovarlo in un ruolo più sottotono e meno istrionico, in netta contrapposizione agli istrionismi progressivi esibiti da quattro anni House of Cards, mentre Jon Hamm (ri)conferma la sua versatilità con una parte deliziosamente carognesca.

 

 

Ma alla fine la vera star è Wright, tornato dietro la macchina da presa con la sua visione ancora intatta, a portarci in vacanza ad Atlanta per un viaggio che corteggia le convenzioni del cinema di genere per poi tramutarsi in un’entità assolutamente unica, figlia dell’immaginazione debordante di un regista che Hollywood non può addomesticare.

Un’esperienza allucinante (in senso buono) da cui si esce con una voglia matta di riascoltare tutta la colonna sonora, senza più poter sentire Brighton Rock dei Queen allo stesso modo.

 

 

Baby Driver uscirà nelle sale italiane il 7 settembre.

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