Disponibile su Netflix, ecco Spijt, film olandese premiato al Giffoni del 2013. Tema cardine è il bullismo, in particolare quello coltivato tra i banchi di scuola ai danni di un ragazzo sovrappeso, esplorato dal regista Dave Schram senza particolari pretese autoriali.

Linearità espositiva – con tutta probabilità debitrice dall’omonimo libro dal quale è tratto il film (Spijt di Carry Slee, 1996) – e tempeste ormonali fanno da substrato allo spaesamento collettivo: lo si legge sui volti del cast più giovane, abili nel mostrare come dietro al sopruso, sia esso subito, commesso o ignorato, si nasconda la voglia di uscire allo scoperto pur restando imbavagliati (d)al proprio male e (d)alle proprie mancanze.

 

 

Spijt suona come spit, lo sputo inglese, e mi piace pensare che l’acquiescenza della classe abbia lo stesso effetto di una pallottola di saliva in faccia

Spijt suona quasi come spit, lo sputo inglese, e mi piace pensare che l’acquiescenza della classe  e di un intero istituto scolastico verso la tortura costante di Jochem, abbia lo stesso effetto simbolico che una pallottola di saliva ottiene quando colpisce la faccia di qualcuno.

Ma la realtà è ben diversa. Spijt, cioè rimpianto in olandese, vuole essere una invettiva contro la superficialità nei rapporti umani, prima ancora che una denuncia del bullismo, e mentre colpevolizza un sistema miope e impreparato invita anche a scoprire le persone che ne fanno parte, per dare voce a quelle facce attonite da metropolitana.

Non a caso i personaggi vengono letteralmente sfogliati, e basta voltare una pagina a testa per farsi già un’idea genuina di che tipi siano.

 

Punti a sfavore di questa struggente ora e mezza sono il clima asfittico del politicamente corretto e la vena pedagogica anabolizzata qua e là, giusto per darci delle dritte alimentari, civiche, sociali, culturali ecc.

Si tratta di frecciatine che rischiano di ritorcersi contro i figuranti e impoverire l’intento generale della pellicola. Ad ogni modo…

i dialoghi e la freschezza degli interpreti conferiscono a Spijt l’intensità sufficiente per rendere possibile l’empatia nonché godibile la visione.

Resta vivida la sensazione che il presunto impianto educativo trascenda lo spettacolo e voglia impartire una lezione, ma quella che di conseguenza potrebbe essere scambiata per freddezza creativa può invece essere intesa come un delicato equilibrio tra cinema, rispetto per il fenomeno sociale trattato e urgenza di una sua cristallina sensibilizzazione.