No More Heroes: la geniale follia di Suda 51

4 anni fa

8 minuti

Nell’attesa di notizie sul misterioso Let It Die, nuovo titolo di Grasshopper Manifacture, ripercorriamo insieme le avventure di Travis Touchdown in No More Heroes.

No More Heroes è una delle produzioni più famose sviluppate dagli studi di Grasshopper Manifacture e, insieme a Killer 7, il titolo che più di tutti ha fatto conoscere al mondo intero il malato genio creativo del game designer Gōichi Suda.

 

 

 

La via dell’otaku

 

Travis Touchdown è un otaku (versione in chiave nipponica molto più estrema del nostro concetto di nerd, se preferite). È un ragazzo che vive sull’orlo della povertà nella misera stanza di un motel, il No More Heroes.

Ha le pareti della camera  coperte di poster di lottatori di wrestling e personaggi dei fumetti, non cova grandi ambizioni, non ha una fidanzata e vive di quei pochi soldi che si guadagna con qualche lavoretto qua e là.

 

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La sua vita però, cambia improvvisamente quando vincendo un’asta online si aggiudica una “beam katana”, una spada laser in pieno stile Guerre Stellari.

Con il nuovo giocattolo tra le mani e la necessità costante di recuperare un po’ di soldi per videogiochi e video di wrestling, Travis accetta così un impiego ben retribuito che non necessita di particolari prerequisiti: l’assassino a pagamento.

Il primo incarico che il giovane otaku porta diligentemente a termine è l’uccisione di Helter Skelter, successo che permette a Travis di guadagnare l’undicesima posizione all’interno della United Assassins Association, un’organizzazione di assassini.

Diventato a sua volta un bersaglio per i colleghi intenti a scalare la classifica, il nostro protagonista decide quindi di puntare con fermezza alla prima posizione.

Non è però solamente per orgoglio e denaro che Travis tenta la pericolosa scalata, la persona che organizza gli incontri infatti, è una giovane, avvenente e misteriosa donna di nome Silvia Christel, una bionda mozzafiato che gli fa letteralmente perdere la testa.
Quale metodo migliore per conquistarla se non dimostrarle di essere il numero uno?

 

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No More Heroes inizia da qui, e se vi sembra che la premessa sia del tutto folle e senza senso, sappiate che il gioco creato dal genio visionario di Gōichi Suda e la sua Grasshopper Manufacture è tutta un’ascesa di quella stravaganza e pazzia che solo un autore che viene considerato da molti il Tarantino dei videogiochi può essere in grado di partorire.

All’interno del mix di azione, violenza e stile spiccatamente trash proprio del titolo però, troviamo una profondità culturale e artistica che sorprende e lascia senza fiato.

 

 

 

Pulp game

 

Il vero fulcro del gioco sono senza dubbio alcuno i 10 temibili killer che precedono Travis in graduatoria. Ogni aspetto del gameplay è finalizzato infatti a prepararci adeguatamente allo scontro con la decade di boss.

 

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Dovremo lavorare per guadagnare il denaro che ci servirà per acquistare power-up, allenarci per migliorare le abilità di scontro corpo a corpo e fiondarci a testa bassa verso lo scontro successivo.

Dovremo lavorare per guadagnare il denaro che ci servirà per acquistare power-up, allenarci per migliorare le abilità di scontro corpo a corpo e fiondarci a testa bassa verso lo scontro successivo, inoltrandoci in svariate ambientazioni pullulanti di scagnozzi da fare a fette con la nostra lucente beam katana, fino ad arrivare al cospetto del vero e unico obiettivo.

Ognuno dei killer è caratterizzato in maniera squisitamente sublime, e dispone di un particolare e unico stile di combattimento.

Carpirne i segreti e i punti deboli è quindi fondamentale per sopravvivere ai duelli mortali, che ricordano spesso i violenti, ma allo stesso tempo romantici scontri faccia a faccia dei samurai del periodo Meiji.

Il primo elemento che dimostra quindi l’arte grezza e provocatoria del titolo di Suda51 è proprio la caratterizzazione di personaggi, ambientazione e sonoro, che spruzzano stile Punk, animazione giapponese e cultura pop da ogni singolo pixel.

Il citazionismo esasperato alla cinematografia fantascientifica e ai vecchi B-Movie, alla musica punk rock inglese e pop americana, al mondo del wrestling e del videogioco stesso poi, palesano un solido e consapevole rimando alla pop generation, la generazione di ragazzi che crebbe in Giappone nel secondo dopoguerra.

Un periodo questo di profondo cambiamento per il paese dei samurai e che vede la cultura americana e occidentale tutta, insinuarsi con vigore nelle strade e nelle case del Sol Levante.

 

 

 

Rivincita di un otaku

 

Lo stesso Travis è poi un otaku, una delle sottoculture più discusse e denigrate della cultura giapponese moderna. Un argomento questo che mai ci aspetteremmo venisse affrontato in un videogioco tutto frenesia e sangue.

 

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Il geniale game designer nipponico trasforma così lo stereotipo del nerd solo, strano e socialmente inetto in un letale assassino palestrato che riceve le attenzioni di una bionda da infarto, urlando così a modo suo al mondo come la cultura otaku sia formata anche e soprattutto da persone che hanno o possono avere un’invidiabile vita sociale.

Ancora una volta quindi le linee di codice di No More Heroes nascondono un rimando al mondo reale, un messaggio di denuncia e ribellione verso la società nipponica e non solo, stravolgono la superficiale impronta di divertimento spensierato della produzione in un’opera più profonda, articolata e contemplativa.

 

 

 

La coscienza di Travis

 

Quello che innalza veramente la produzione Grasshopper allo stato dell’opera d’arte interattiva è la geniale capacità di Gōichi Suda di giocare con il medium videoludico.

Quello che innalza veramente la produzione Grasshopper allo stato dell’opera d’arte interattiva però, è la geniale capacità di Gōichi Suda di giocare con il medium videoludico stesso, con il suo passato e presente, con i diversi generi e relativi cliché, rompendo i canoni d’interazione gioco/giocatore e denunciando allo stesso tempo più o meno velatamente le direzioni che certi rami dell’industria hanno intrapreso negli ultimi anni, oltre alla poca riconoscenza artistica del settore da parte degli organi d’informazione e di censura.

Ecco quindi che Santa Destroy, la città fittizia in cui il gioco è ambientato, diventa un vasto spazio semivuoto che non serve ad altro se non a collegare un punto d’interesse ad un altro, facendo così il verso a quelle produzioni multimilionarie che fanno della vastità di territorio liberamente esplorabile una bandiera, ma che non danno molto in termini di varietà di gameplay e profondità artistica.

Sul finire dell’avventura Travis rende addirittura volontariamente incomprensibile un dialogo tra se stesso e un altro personaggio, dicendo poi che se avesse fatto sentire quelle parole, l’età consigliata al pubblico per il gioco sarebbe sicuramente finita per essere ancora più alta.

Touchdown è quindi consapevole di essere il protagonista di un videogioco, e si rapporta così direttamente al giocatore rompendo la cosiddetta quarta parete, parlando e “comunicando” con lui, rovesciando il logico rapporto tra gioco e giocatore come faceva Pirandello con il teatro, come Lucio Fontana nella pittura.
Le sensazioni che derivano da questo espediente sono a tratti sconcertanti per chi tiene il pad in mano, che si trova infatti più volte spiazzato nel rendersi conto di essere concretamente coinvolto nell’esperienza ludica.

 

 

 

Mash-up videoludico

 

L’abilità di Suda51 nello sfruttare ogni caratteristica del prodotto videoludico non si ferma però ai soli espedienti narrativi, anche grafica e gameplay infatti vengono continuamente smontati dei loro paradigmi classici.

La grezza grafica 3D nella quale ci immergiamo nel corso dell’avventura si fonde così con elementi in pixel-art 8 bit; diversi generi tipici dei coin-op anni ’80 e ’90 fanno improvvisa irruzione sotto forma di minigame o di fugace sequenza nell’avventura principale, e gracchianti melodie in chip music si alternano ai moderni e ricercati brani del soundtrack.

Il tutto fuso assieme con una strabiliante e ammaliante armonia.
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Divertimento, ma anche riflessione

 

Filosofia orientale e credo samurai si uniscono a cultura punk e pop, il “nonsense” e le esagerazioni stilistiche tipicamente nipponiche vanno a braccetto con una profonda e ricercata componente artistica, critica e riflessiva.

Generi ed elementi grafici di stili ed epoche diverse si fondono all’interno dello stesso universo di gioco.

In No More Heroes c’è tutto questo e molto di più, è un titolo grezzo, folle, superficiale e ricercato al tempo stesso. Ha un carattere unico e inconfondibile, ma che potrebbe anche far storcere il naso ai più a causa delle diverse lacune che affliggono grafica e gameplay.

Se credete che siano tutte causa di scelte poco felici o di uno sviluppo poco accorto però, non avete probabilmente capito fino in fondo la geniale arte di Gōichi Suda.

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