The Bad Batch: we ain’t good. We’re bad!

5 anni fa

8 minuti

The Bad Batch

Due anni dopo il suo primo lungometraggio, A Girl Walks Home Alone At Night, Ana Lily Amirpour arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con il distopico The Bad Batch, interpretato da un cast che vanta nomi come Keanu Reeves, Jim Carrey e Jason Momoa.

Regista, sceneggiatrice, produttrice e attrice, Ana Lily Amirpour è una giovanissima artista statunitense di origine iraniane, dalla profonda conoscenza culturale che non può fare a meno di spiccare all’interno dei suoi film.

Nel 2014 il primo lungometraggio della Amirpour venne presentato al Sundance Film Festival e la stessa regista lo definì come un “Iranian Vampire Spaghetti Western”.

La pellicola, tratta dall’omonimo cortometraggio, è un lavoro molto particolare. Totalmente in bianco e nero, mescola generi cinematografici differenti, facendo riferimento ai miti del grande cinema. Fin dal primo sguardo si nota il potenziale tecnico della Amirpour, sebbene ancora piuttosto grezzo. Molto meno efficace nella parte narrativa, deboluccia e tendente allo sfaldarsi nella parte centrale.

A distanza di due anni Ana Lily Amirpour torna con un film totalmente diverso dal precedente, con un budget, un cast e un’idea molto più grandi.

 

The Bad Batch è una pellicola distopica dallo scenario post apocalittico in cui gli esseri umani sono divisi in lotti buoni o lotti… difettosi. Chiunque non sia idoneo, viene marchiato con un numero di serie e portato oltre il confine, nelle lande desolate del deserto del Texas.

 

Non è dato sapere allo spettatore come il mondo sia mutato all’interno della recinzione, ma si scoprirà molto preso cosa, invece, aspetta chiunque sia condannato al di là del confine.

Beyond this fence is no longer the territory of Texas. That hereafter no person within the territory beyond this fence is a resident of the United States of America or shall be acknowledged, recognized or governed by the laws and governing bodies therein. Good Luck!

Arlen (Suki Waterhouse)  è stata etichettata come un bad batch, un lotto difettoso. Proprio per questo motivo si ritrova al di là del confine: la sua meta è Comfort, che tutti, oltre il fuori confine, vogliono raggiungere.

Prima che Arlen possa arrivare a Comfort, viene catturata da un gruppo di lotti difettosi appartenenti a una comunità cannibale. Arlen si renderà subito conto che per poter sopravvivere dovrà lottare con tutta se stessa. E anche quando il pericolo sembra scampato, la società fuggitiva al di là del confine non è esattamente come Arlen immaginava fosse.

Ana Lily Amirpour crea con The Bad Batch un nuovo film difficilmente incasellabile in un genere.

Ana Lily Amirpour crea con The Bad Batch un nuovo film difficilmente incasellabile in un genere. Non è un horror, non è un thriller, non è un film intenzionato a mandare un messaggio politico, ma al tempo stesso potrebbe essere uno splatter, un film distopico, una pellicola che spinge i suoi personaggi al limite, andando oltre “il sogno” e guardando la realtà cruenta e spietata.

The Bad Batch parte con un inizio elettrizzante e sembra voler subito dire allo spettatore una cosa: se hai il cuore e, soprattutto, lo stomaco debole, ti conviene uscire dalla sala!

Un inizio degno di Eli Roth e Greg McLean, ma che a lungo andare lascia la palla a una cinematografia di genere che incontra, per ambientazione e costruzione dell’immagine, il cinema di George Miller con il suo Mad Max e, più per intenti e dinamiche, Robert Rodriguez.

 

Le stesse musiche caricano a mille l’inizio della pellicola, optando per un genere forte e violento come quello dei Die Antwoord.

 

Nel corso della pellicola, The Bad Batch diventa più un corso di sopravvivenza all’ideologia, alla civiltà, piuttosto che all’uomo. La regola del più forte vige assoluta, ma in questo caso i muscoli servono a molto poco ed è solo l’adattamento l’arma segreta di chi vuole realmente sopravvivere in un mondo come quello. Un mondo, probabilmente, nel suo essere proposto in modo così estremo, non troppo distante dal nostro.

Alla sopravvivenza si mescola la vendetta e alla vendetta subentra la lealtà e solidarietà

Alla sopravvivenza si mescola la vendetta e alla vendetta subentra la lealtà e solidarietà. Sebbene ferita nel profondo, dal dolore e da segni indelebili, Arlen scende a patti con sé stessa, decidendo di aiutare un membro del gruppo di cannibali, Miami Man (Jason Momoa), a ritrovare sua figlia dispersa.

Le apparenze ingannano. Si, secondo Ana Lily Amirpour, le apparenze ingannano sempre. Lotti difettosi, cannibali, Comfort. Nulla è come appare, nulla è reale, la vita smette di esistere dal giorno in cui si attraversa il confine, scivolando in un limbo di sabbia, sole e sangue, senza fine.

La maturazione della Amirpour in questa pellicola è palese. C’è un profondo lavoro sulla costruzione delle immagine, sulle scenografie e ambienti e sui costumi. La regista ha un’idea precisa di quello che vuole essere il suo The Bad Batch e lei stessa afferma, all’interno della conferenza, che toccherà allo spettatore cogliere la chiave interpretativa del suo film.

Inevitabile non pensare al deserto insidioso di Mad Max, sullo sfondo di rifiuti tossici, cadaveri in decomposizione ed esseri umani che attendono carne fresca.

Perfino Comfort non è altro che un’illusione. Un’oasi degradata, rozza e gretta, dove vige la povertà, follia e dipendenza dalle droghe, “protetta” da un unico uomo, The Dreamer, (Keanu Reeves), che a differenza di tutti vive in un palazzo traboccante lusso e donne.

 

Notevoli suggestioni visive, le quali senza per forza dover suscitare stati d’animo di ansia o angoscia, sanno come catturare l’attenzione dello spettatore nelle dinamiche dei personaggi stessi.

 

Molto più carente, invece, è la costruzione temporale. Così come nel caso di A Girl Walks Home Alone At Night, anche in The Bad Batch le due ore risultano troppe. Passaggi fin troppo dilatati e poco utili alla narrazione, maggiormente concentrati nella parte centrale del film, appesantiscono il risultato finale.

 

The Bad Batch

 

Inevitabile non sentire la mancanza di un prologo più sostanzioso

Inevitabile non sentire la mancanza di un prologo più sostanzioso. Per quanto intrigante e coinvolgente sia l’inizio, a fine film manca una contestualizzazione storica. Un maggior approfondimento sull’origine di quella divisione, sugli elementi che definiscono un lotto difettoso e l’altro no, e anche sul perché la società, al di fuori del confine, sia divisa in comunità così diverse tra di loro.

La storia si regge per lo più sulle spalle di Suki Waterhouse, final girl ed eroina del film. Nonostante non sia particolarmente quotata come attrice, funziona in modo piuttosto convincente sullo schermo.

Caparbia e testarda, è impossibile per lei non bruciarsi col fuoco e cadere, più volte, nella tana del lupo, consapevole dei suoi stessi passi. Una caratterizzazione maggiore del personaggio non avrebbe fatto male, togliendo quella vaga sensazione di schizofrenia che sembra animarlo.

Meno impressionante, non certo per prestanza fisica, l’interpretazione di Jason Momoa.

Meno impressionante, non certo per prestanza fisica, l’interpretazione di Jason Momoa. L’attore non ha moltissime battute e per ciò che richiederebbe il personaggio, probabilmente fa anche troppo. Non mi sarebbe dispiaciuto vederlo un po’ di più alla prova, e non solo sfruttato semplicemente per il tipo di fisico.

Possiamo, invece, considerare ruoli cameo le apparizioni di Jim Carrey e Keanu Reeves.

Il primo non ha bisogno di battute nel film per convincere lo spettatore. Parliamo pur sempre di Carrey, tanto che gli bastano due movimenti per far sorridere e fin da subito appassionare a un personaggio che avremmo voluto vedere più spesso.

Più profondo, ma pur sempre ironico, il personaggio di Keanu Reeves, nei panni di una specie di profeta. Falsa guida e mentore. Un John Lennon di un futuro remoto, molto meno pacifista di quello che vuole far vedere.

The chaos of this world is vast and unknowable. We like to think we can understand it, control it, but we can’t. Never have, never will. Don’t plague yourself.

The Bad Batch non manca di uno studio approfondito sulla colonna sonora. Esattamente come per il primo lungometraggio, Ana Lily Amirpour inserisce infatti una colonna sonora magistrale.

Diversi generi si rincorrono tra loro.

Diversi generi si rincorrono tra di loro, risuonando per tutta la sala e riempiendo gli spazi immensi del deserto disegnato da Amirpour. L’uso della colonna sonora in film come questi, ben dosata e carica nei momenti più salienti, risulta essere ottimale per alimentare l’adrenalina dello spettatore.

 

The Bad Batch è un film molto meno scontato di quello che potrebbe sembrare. Una pellicola non perfetta, ma gustosa. Una pellicola che, approcciata nel modo giusto, può riservare delle ottime sorprese.

 

Evitando di cadere nelle definizioni facili, distinzioni tra genere o preconcetti fondanti su un’aspettativa inesistente (ricordiamoci che parliamo di una regista al suo secondo lungometraggio), The Bad Batch può diventare una vera rivelazione.

 

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