Da Marco Polo al Giffoni: intervista a Lorenzo Richelmy

5 anni fa

6 minuti

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Rivalità e intrighi sessuali. Una storia importante per una produzione d’oltre oceano. Una storia italiana, con protagonista un italiano. Lorenzo Richelmy è Marco Polo nell’omonima serie prodotta e trasmessa da Netflix.

Un lavoro grande come quello di Marco Polo mi ha insegnato la disciplina, soprattutto nel lavoro.

afferma l’attore

Ho imparato l’inglese, ho imparato ad andare a cavallo, a fare kung fu. Cose che non sapevo fare prima e che ho imparato, non da un giorno all’altro, ma capendo che le nostre capacità sono molte più di quelle che immaginiamo.

Lorenzo Richelmy è stato protagonista di una Masterclass, forse la più interessante e intima, del Giffoni Film Festival. Un ragazzo diventato popolarissimo in America, ancora poco conosciuto in Italia. La sua carriera non inizia con Marco Polo, ma con una serie tutta italiana.

Io adesso ho ventisei anni. Quando cominciavo a fare I Liceali avevo diciassette, diciotto anni. È un periodo in cui si cresce molto, si capisce cosa si vuole fare. Non credo di essere cambiato: mi piacciono le stesse cose, ascolto la stessa musica, mi fanno ridere le stesse battute di prima.

Ho fatto quattro chiacchiere con lui e di cose da dire Lorenzo, non solo su Marco Polo, ne ha davvero tante.

 

Lorenzo Richelmy

 

 Cosa ne pensi della macchina-rivoluzione Netflix? C’è qualcosa di finto?

A differenza di molti non sono rimasti a fare cassa. Hanno iniziato a produrre e così sono nati House Of Cards, Orange Is The New Black, Marco Polo… Io penso sia il futuro. Questo lo riesco a dire molto difficilmente perché mi guardano tutti di storto. È così! E non c’è la pubblicità. Sono contentissimo di questa cosa.

Niente più sigle, tutto torna nelle mani dell’utente. È una bellissima cosa, perché in questo modo andrà avanti solo la qualità del prodotto. Netflix è una compagnia che ha trovato un grandissimo sistema produttivo per fare soldi, e lo fa in maniera virtuosa. Sarà difficile fermarli. Per quanto riguarda Marco Polo, nulla è finto. La prima serie soprattutto. Nel primo episodio della serie sei in Kazakistan. Se hai la fortuna di vedere la serie in ultra HD, tu spettatore ti senti in Kazakistan. Vedi il deserto in cui ottocento anni fa stava Marco Polo.

Rispetto alle altre serie che tendono molto alla spettacolarizzazione di qualsiasi cosa, qui, in questa serie, per quanto comunque è intrattenimento e non documentario, c’è la possibilità di divertirsi, passare il tempo ma davanti a una storia del nostro secolo. Un po’ come House Of Cards, in maniera completamente diversa. Chi si era cimentato prima nelle dinamiche della Casa Bianca? Nessuno. Netflix si è fatto odiare da tutti, e ha fatto sistema nel modo migliore.

 

Com’è essere Marco Polo?

È come fare una maratona. Alla fine torni a casa stanco, disorientato. Dopo riprendi fiato e pensi “ammazza che ho fatto”. Il personaggio di Marco l’ho creato io sin dall’inizio. L’ho pensato io. Il cuore del personaggio, anche quando sono andato lì, era “io viaggio molto e sono italiano.

Fidatevi, perché il DNA italiano è quello. Per quanto voi possiate studiarlo, il DNA è italiano. Fidatevi per quello”. Non è stato semplice e non ho fatto tutto di testa mia. È stato bello però, potere mettere qualcosa di realmente mio, con dietro una mia idea.

 

Marco Polo è una serie tutta in inglese. Quale è il tuo rapporto con la lingua e come sei entrato a far parte di questo progetto?

Si, la serie è tutta in inglese, e non conoscevo la lingua. Imparare l’inglese si può. Il come ho raggiunto Marco Polo è molto interessante perché sono stato io a essermi proposto. Loro cercavano il protagonista da anni ormai e un po’ in tutto il mondo. La casting italiana pensava non fossi adatto, il perché non so… quindi ho deciso di fare il provino da me, con l’aiuto di un amico regista e in cameretta.

Ho fatto diverse scene e ho deciso: “penso di sapere chi è Marco Polo e di cosa possa essere una serie su Marco Polo”. Ci siamo messi lì e abbiamo fatto un lavoro come fosse un cortometraggio. Quando è arrivata la chiamata per la selezione ho preso un aereo per andare dall’altra parte del mondo.

Lì hanno capito che non parlavo per nulla l’inglese e una volta tornato in Italia ho ricevuto una telefonata: la produzione mi dava un coach madre lingua per due settimane intensive di prove prima di rifare il provino. Già da qui si nota la mentalità totalmente diversa. Ed eccomi qui!

 

Lorenzo Richelmy 

Ci sarà una terza stagione?

Certezze non ce ne sono. Adesso è uscita la seconda stagione, da sole due settimane, e quindi adesso stanno vedendo statisticamente il picco di ascolti. Sappiamo già di aver raddoppiato in questo poco tempo gli ascoltatori della prima serie. Questa è una gran cosa, perché vuol dire che sta andando molto bene.

Gli IMBD, e non solo, ci hanno messo sul podio delle prime tre serie più seguite di Netflix, richieste e famose nel mondo. Ci sono: Game Of Thrones, Orange Is The New Black e Marco Polo. Questa è per me una grande soddisfazione.

 

Destination è il tema del Giffoni Film Festival. Tu quanto ti senti viaggiatore e quale è il tuo rapporto con il viaggio?

Io viaggio tantissimo, da ancor prima di fare Marco Polo. Anche se in quel caso per fare il provino sono andato fino in Malesia. Io amo viaggiare. Viaggiare è una forma di emancipazione, ti apre la mente. In assoluto viaggiare da soli è straordinario. Ho fatto viaggi con gli amici ovviamente, ma soprattutto in Asia sono andato da solo. Ultimamente sono stato in India.

Questo ti permette di capire cosa succede intorno a te. Questa necessità di stare sempre insieme a qualcuno creata dai social network, può essere pericolosa. Non siamo più abituati a fare una cosa importante: parlare tra di noi, di persona.

 

Lorenzo Richelmy

 

Cosa accadrà nei prossimi anni?

Non lo so, ma… Se il viaggio da solo all’estero è importante perché ti apre la testa, nel viaggio è importante la destinazione. So che sembra una cosa stucchevole, però ognuno di noi ha o deve avere un obiettivo.

Anche piccolo. Di certo, non è “diventare famoso”. Se non sai dove vuoi andare le cose non andranno bene e le circostanze non saranno mai a tuo favore. Semplicemente perché non sai dove andare. Non saper stare da soli equivale alla stessa cosa. Dobbiamo imparare a stare da soli per capire chi siamo e cosa vogliamo.

 

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