Roma Criminale: violenza quotidiana e imprese di Mafia Capitale

6 anni fa

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Mafia Roma, la lupa capitolina vista attraverso le luci di un mezzo dei Carabinieri

Alfredo Niceforo e Scipio Sighele sono due criminologi. Hanno scritto il libro “La Malavita a Roma”. Così scrivono per presentare il loro volume: “Roma presenta tanto lo spettacolo di delitti eminentemente moderni quanto quello di delitti ancora medioevali e selvaggi. Quasi una prolungazione di quella mafia, di quella camorra e di quel brigantaggio che inferiscono ancora nel Sud dell’Italia”. Questo testo è stato scritto nel 1898.

Se sembra una roba di oggi è perché, in pratica, nulla è cambiato e anzi, probabilmente le cose sono peggiorate.

Roma, negli ultimi anni, è salita alla ribalta delle cronache per fatti che rendono Romanzo Criminale una rassicurante storiellina da raccontare ai bambini prima di andare a letto, prima di una terrificante storia vera.

Dopo aver scritto il profilo del regista Claudio Caligari, è stato naturale dare uno sguardo a cosa succede a Roma: nell’ultimo anno siamo stati travolti da una serie di fatti e notizie che hanno (ri)portato la criminalità organizzata sotto i riflettori e all’ordine del giorno.

Mafia Capitale è uno dei termini entrati di prepotenza nel lessico collettivo

La sinistra assonanza con, appunto, “Romanzo Criminale”, famosissimo prodotto di fiction che narra le gesta reali della Banda della Magliana.

 

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La mafia romana è stata sbattuta in prima pagina dopo anni e anni di tranquillo lavoro sotterraneo (ma neanche tanto) nel business di rifiuti, trasporti, appalti, profughi e campi rom con una valanga di arresti nel dicembre del 2014.

“Mondo di mezzo”, il nome dell’operazione delle forze dell’ordine, ha portato all’arresto di colui che viene ritenuto il capo, Massimo Carminati, un ex Nar che, guarda caso, si pensa sia stato affiliato alla Banda della Magliana.

Il boss-terrorista nero è finito in carcere in buona compagnia.

In manette amministratori e politici locali, imprenditori, manager e personaggi che gravitavano nell’orbita del settore pubblico. Le accuse sono quelle di associazione a delinquere di stampo mafioso.

 

 

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Tra i tanti indagati Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, Daniele Ozzimo, assessore alla casa della giunta del primo cittadino Ignazio Marino e tanti altri politici e personaggi che hanno fatto affari e prosperato economicamente negli ultimi 20 anni.

Carminati aveva un cospicuo numero di faccendieri alle sue dipendenze, tra cui Nadia Cerrito, una donna che, nella miglior tradizione de “Gli Intoccabili” faceva da contabile gestendo il cosiddetto “libro nero”, che contiene la descrizione delle tangenti e rapporti intrattenuti dal clan con la pubblica amministrazione.

E, a proposito di tradizioni narrative: come potrebbe l’indagine non aver avuto avvio dalla più classica delle “gole profonde?”

Roberto Grilli è uno skipper, e nel 2011 se ne sta tranquillo con la sua barca a largo di Alghero… se non fosse che trasporta 503 chili di cocaina (pari a circa 200 milioni di euro di prodotto).

 

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Un’avaria gli fa saltare in aria i piani, l’arresto della Guardia di Finanza che ne consegue gli fa saltare i nervi. Grilli si convince di essere stato incastrato e, dal carcere, inizia a fare nomi: primo fra tutti quello di Carminati. L’uomo che ha costruito la cupola del malaffare.

“Gola profonda” svela tutti i dettagli dell’organizzazione, i traffici e le identità dei suoi componenti.

Mafia Capitale inizia ad avere dei contorni precisi, così come la sua spaventosa infiltrazione nei palazzi della pubblica amministrazione.

Roma Nord, in particolare, è in mano loro, mentre nel resto della città l’intimidazione è utilizzata come strumento di potere: non poteva mancare tra le fila dei vertici del “team Carminati” anche un ultrà come Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”, tifoso laziale.

E a Ostia – quella Ostia dove Caligari ha girato “Amore Tossico” – cova un ricettacolo di piccola grande malavita. Tutto, sul mare, sembra fermo a com’erano le cose decenni fa.

Silenzi, comportamenti mafiosi, affaracci di vario genere tipo usura, gioco d’azzardo, droga ma anche piccolissimo cabotaggio tipo violente faide tra banchi e banchetti, parcheggiatori abusivi e scippatori.

A Ostia c’è la pineta che fu ribattezzata “il mattatoio della mala”.

Ai tempi della Banda della Magliana si dice che finissero lì i cadaveri delle vittime mai ritrovati, bruciati assieme a sterpaglie e foglie morte.

 

 

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Quelli che volevano fare i politici onesti, d’altronde, per anni prima si vedevano bonariamente minacciati (magari davanti a un caffé) e poi si vedevano incendiare l’auto e la casa. Il fuoco, si sa, fa meno “rumore”, soprattutto mediatico, delle pistole.

Mentre Grilli spifferava tutto e gli ingranaggi delle indagini iniziavano a girare, nel 2012 il giornalista de L’Espresso Lirio Abbate riceve anche lui conferma da fonte anonima che Massimo Carminati è il capo del “mondo di mezzo” e ci scrive sopra “I Re di Roma” assieme a Marco Lillo di Il Fatto Quotidiano.

Abbate vive sotto scorta da diversi anni.

Pochi mesi prima dell’operazione su Mafia Capitale, l’auto blindata su cui viaggiava con la scorta viene speronata. Nessun ferito, ma solo un avvertimento. Alla guida c’è un ragazzo che risulta non affiliato, mentre l’altro passeggero scappa nella notte.

“Questa mafia, come tutte le mafie, quando è così forte ha un controllo del territorio che permette di impedire gli omicidi – Dice Abbate in un’intervista – Se non vedi il sangue, non vedi la violenza e non ti rendi conto che esiste la mafia: le cosche sono radicate e prosperano inquinando l’economia legale e la politica, ma la gente e gli amministratori locali fanno fatica ad ammetterlo”.

Proprio così: se prima la violenza era un modo per individuare “La Piovra”, adesso è molto più difficile, senza spargimenti di sangue, riuscire ad individuare con tempismo e precisione l’intreccio di affari, favori, cooperative, riciclo di soldi e faccendieri.

L’organizzazione criminale, naturalmente, non ha alcuna simpatia per un particolare colore politico, ma solo per quello dei soldi.

Fascisti e comunisti vanno grottescamente a braccetto, il “nero” Massimo Carminati e il “rosso” Salvatore Buzzi.

Come se non bastasse, a mettere la ciliegina sulla torta romana è stato il funerale del “padrino” Vittorio Casamonica.

 

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse

Foto Vincenzo Livieri – LaPresse

 

Lo zingaro divenuto Re, come lo chiamavano i suoi, e adesso lo conosciamo tutti: come dargli torto? Nomade italiano di etnia sinti originario dell’Abruzzo, fin dagli anni ’70 si stabilisce a Roma e dopo un po’ di “gavetta” diventa il braccio destro del tesoriere della Banda della Magliana: quello che riscuote i crediti, insomma.

Nel 1990 si presume avesse accumulato un patrimonio di un miliardo di euro correnti, mentre dichiarava alla Finanza di avere un reddito di 500 mila lire all’anno.

Fortune costruite a partire dal commercio di cavalli, passate attraverso le estorsioni e l’usura, moltiplicate dal gigantesco traffico di droga in vari paesi d’Europa. Tutto, naturalmente, poi ripulito con investimenti in diversi settori, primo tra tutti quello immobiliare.

Solo chi vive su Marte può stupirsi – l’indignazione, invece, è legittima – delle scene a cui abbiamo assistito in occasione del funerale.

Roba che neppure Mario Puzo e/o Francis Ford Coppola, autore letterario il primo e cinematografico il secondo di “Il Padrino”, avrebbero potuto immaginare dopo un’indigestione di peperonata.

La cafonata dei megamanifesti, lo slogan “Hai conquistato Roma, adesso conquista il Paradiso”, la colonna sonora di Nino Rota, la pioggia di petali dall’elicottero, la carrozza funebre.

 

ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ANSA/Massimo Percossi

 

Succede questo, quando schiatti a 65 anni dopo aver, per oltre trenta, accumulato un potere sulla città fatto di solide alleanze criminali (non ultime con la camorra e la ‘ndrangheta), poca violenza esibita, molta paura seminata tra la gente, con il “braccio” di 350 nomadi sinti e centinaia di scagnozzi e lacchè sparsi un po’ ovunque.

C’è da meravigliarsi quindi che le forze dell’ordine e i vigili urbani, soprattutto ai livelli più bassi, se la facciano sotto quando si parla del clan dei Casamonica? Chi lavora sul campo è continuamente esposto a paura e minacce. Oppure a un semplicissimo e lapidario “Qui pensiamo noi”.

Stessa sorte toccata di recente a diversi giornalisti che svolgevano in questi giorni il proprio lavoro andando a rivolgere gli obiettivi nei quartieri dove spadroneggiano gli uomini del boss. Minacce di morte e divieti ringhiati contro da decine di persone.

Vicinanza brutale di infiniti contrasti: […] Così vi son luoghi ove si dà convegno la haut-pègre della banca, della politica, e luoghi ove vegeta, complotta e delinque la basse-pegre dei vagabondi e dei miserabili.

Concludevano i due criminologi Niceforo e Sighele a fine Ottocento.

 

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Anche Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, autore di Romanzo Criminale e Suburra, conosce bene questa realtà e dichiara:

Trovo intollerabile considerare il fenomeno come se ci trovassimo di fronte a una compagnia di raccogliticci. Le inchieste stanno dimostrando una penetrazione molto forte nelle strutture di potere del territorio.

L’obiettivo è sempre lo stesso:
fare soldi, tanti soldi.

Esercitare e controllare il potere, ottenere appalti, sfruttare i business vantaggiosi o emergenti. Finché il resto del Paese si ostina a non voler vedere e sapere, prosperare è una passeggiata.

Chissà quanti e quali di questi aspetti vedremo raccontati da Caligari, nel suo film-testamento Non essere cattivo.

Che rimane però, nelle intenzioni dell’autore, prima di tutto il racconto di una disperata amicizia con lo sfondo di una Roma criminale che vive ai margini.

 

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Foto di testa / copertina: Daniele Leone / LaPresse

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