Claudio Caligari, i tre film di un regista duro e puro

6 anni fa

7 minuti

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Non essere cattivo. Così si chiama il film che esce dopo la sua morte. Ma lui, cattivo e arrabbiato, lo è sempre stato. Claudio Caligari se n’è andato pochi mesi fa, a 67 anni. Era malato da tempo. Ma ha terminato quello che è il suo terzo film in trent’anni.

Regista duro e puro, scomodo, di quelli che non accettano compromessi. Non è difficile capire perché sia misconosciuto e abbia potuto realizzare così poche opere.

Eppure, ha nella manica l’asso del cult Amore Tossico, che per cinefili rimarrà sempre un caso-limite del cinema italiano, un guilty pleasure e un esempio terrificante di cinema-verità figlio perverso del neorealismo.

Caligari non era di Roma, ma solo pcer nascita: la respira e vive fin da piccolo, si interessa di cinema, fa il documentarista, vive nei quartieri peggiori della città. Ama Pier Paolo Pasolini, poco i poliziotteschi che impazzano nelle sale durante la sua formazione culturale.

Tre film in carriera. Uno, l’ultimo, non potrà vederlo.

Tre film per raccontare Roma, ma anche l’Italia e la sua ipocrisia, la sua violenza, la rabbia e il disagio che covano sotto l’apparenza tranquilla che piace alla maggioranza silenziosa.

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Di Amore Tossico ho un ricordo strano. Ero ragazzino, e d’estate con un gruppo di coetanei ci guardavamo film più o meno (s)cult, più o meno conosciuti, con il ritmo di un paio ogni sera.

“Antenato di Trainspotting ma coatto”

Spuntò fuori la VHS di questo film presentato come un “antenato di Trainspotting ma coatto”, VHS frusta e poco nitida, prestata da chissà chi ad un mio amico di Firenze. E fu proprio una firma fiorentina, quella della Cecchi Gori, a colmare la lacuna dell’edizione DVD, se non ricordo male, soltanto nel 2008.

 

 

La visione passò tra risate e sberleffi ai protagonisti, un po’ perché non eravamo abbastanza preparati per capire, un po’ perché l’utilizzo di attori non professionisti era effettivamente penalizzante per la pellicola, che però giovava di uno slang coatto da antologia.

Amore Tossico è un film sorprendente, lancinante e depresso.

Narra delle squallide vite di fattoni che non fanno altro che tentare di raccattare soldi – nei modi più disonesti – per comprare la dose quotidiana, e ciondolano da un posto all’altro incontrandosi e scontrandosi. Tutto qui. Si passa dalla stazione Termini a Ostia, dai bisticci sul comprare un gelato sprecando denaro destinato allo “schizzo” di eroina, alla figura della nonna pusher.

Ma non c’è niente da ridere. La desolazione è vera, reale, tangibile.

 

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Il riso, se c’è, è nervoso o serve a distogliere il pensiero dallo squallore riprodotto su pellicola.

Solo in seguito, rivedendolo, ho capito il lavoro certosino di Caligari che collaborò, tra gli altri, con il sociologo Guido Blumir, uno dei massimi esperti delle problematiche che riguardano le sostanze stupefacenti, da sempre in prima linea con il movimento antiproibizionista.

 

Quello che si perde in tecnica recitativa lo si acquista in autenticità.

 

I protagonisti sono personaggi che vengono da storie di tossicodipendenza e improvvisarono sul set battute, gesti, espressioni gergali.

Un paio di sequenze sono da brivido, da quella della casa dell’artista che svuota il sangue delle siringhe sul muro – emblematica e terrificante ancora oggi – al finale sotto il monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini, ovvio “nume tutelare” di Caligari per quest’opera.

Il regista, con una sceneggiatura comunque molto precisa, riuscì a girare spremendo il risicato budget fino all’ultima goccia, dovendo solo “buttar via”, per così dire, la parte finale in fretta e furia.

 

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Amore Tossico è un film a suo modo epocale e irripetibile, che unisce documentario e fiction. Un film maledetto per molti motivi, che procurò al regista molte noie e che gli impedì di lavorare per molti anni.

Andò la Festival di Venezia sponsorizzato da uno dei registi italiani più stimati e coraggiosi dell’epoca, Marco Ferreri.

Fu ben accolto dalla critica internazionale, vinse il premio “De Sica”.

Poi però uscì nei cinema soltanto in un numero ristretto di copie e soltanto dopo un anno. Il motivo? Produttori disonesti. Caligari deve aver maturato lì una delle amare massime con cui accompagnava le sue uscite pubbliche:

Il cinema si fa con gli avvocati, signori miei.

 

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Il film seguente arriva solo dopo 15 anni, si intitola L’Odore della Notte ed è ispirato a fatti criminali realmente accaduti verso la fine degli anni ’70.

 

La banda dell’Arancia Meccanica, la chiamavano, per via della violenza nel mettere a segno rapine nelle ville dei ricchi.

Acquistai la VHS proprio perché ero al culmine del mio furore Kubrickiano e (ingenuamente) compravo/vedevo qualsiasi cosa venisse promossa con “Arancia Meccanica” in copertina. Sì, persino roba indecente come Skinheads con un giovanissimo Russell Crowe.

 

Ma a Caligari non fregava niente di tutto questo, lui faceva il suo solito cinema compatto e politico con un film teso, cupo e senza speranza che attingeva dalla migliore tradizione del polar francese.

 

Ancora una volta stile unico in Italia, ma troppo intransigente per ottenere successo.

 

Protagonista, Valerio Mastandrea che diventerà un grandissimo amico del regista. La storia è tratta dal libro-inchiesta di Dido Sacchettoni “Le Notti dell’Arancia Meccanica” e vede come protagonista – manco a dirlo – un giovane borgataro arrabbiato col mondo che di giorno fa il poliziotto e di notte guida una banda di sbandati, drughi del Prenestino, che terrorizza la Roma altoborghese nelle proprie case.

Criminali improvvisati che non perdonano lusso, benessere, serenità; poveri cristi senza un posto nel mondo che, senza strategia, finiranno per farsi la festa da soli. In mezzo, un bravissimo Mastandrea, intenso e credibile, che nutre sempre più dubbi sul proprio operato.

 

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Una pellicola onesta e rabbiosa che mette in scena un’impossibile lotta di classe destinata a infrangersi contro il nulla della società perbene.

Un film girato da un regista con le idee chiarissime, che non scade quasi mai nel banale e nel già visto, con poche e dirette sequenze di violenza e molte altre da mandare a memoria.

Nel film c’è un fantastico cameo di buonanima Little Tony, utilizzato in maniera geniale, per non parlare della colonna sonora in cui figurano brani di Rino Gaetano.

 

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Il terzo e ultimo film di Caligari, che arriva a breve al cinema, postumo, si intitola Non Essere Cattivo. Sembra quasi una sorta di mantra, da recitare la sera, per autoconvincersi che questo mondo non ti stritola se non lo sei.

Ancora una volta torna al centro della storia una Roma periferica, degradata e malavitosa.

Quella città degli ultimi e dei diseredati in cui la poetica pasoliniana affondava il coltello.

Il film è ambientato a metà degli anni ’90, nel “boom” post-crollo della Prima Repubblica e start della Repubblica delle Banane: per i borgatari e gli opportunisti di strada un momento di cambiamento o, forse, di cristallizazione.

 

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Due di questi sono Vittorio e Cesare, vent’anni e nessuna idea di futuro, STRAIGHT OUTTA PERIFERIA dove vita notturna, sbronze e droga sono l’occupazione principale.

La loro amicizia sarà il cuore pulsante della storia.

Ogni caduta, ogni espediente sarà vissuto insieme, fino al classico momento in cui o si tenta di risalire o si va a fondo. Mentre il mondo, là fuori, sembra guardare impassibile…

Non Essere Cattivo sarà presente, fuori concorso, a Venezia 72: Valerio Mastandrea, produttore del film dell’amico malato e trascinatore dell’intera operazione, dalla ricerca dei fondi ad una incredibile lettera scritta tra il serio e il faceto a Martin Scorsese, sa bene che anche stavolta il lavoro di questo regista dovrà scontrarsi con tanti stronzi.

 

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Caligari se ne intendeva, come spiega l’amico attore in un commosso ricordo, di persone stronze. Uomini magari senza volto e senza nome che hanno reso impossibile realizzare un cinema “diverso”, difficile, senza compromessi, come piaceva a lui.

Eppure necessario, e fino a trent’anni fa possibile, in Italia. Poi il nulla.

 

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Bonus

In occasione dell’uscita nelle sale del film Non essere Cattivo di Claudio Calligari, Instagramers Roma regala 15 biglietti per vedere il film a Roma con un accompagnatore. Per avere la possibilità di ricevere 2 biglietti omaggio è sufficiente caricare una o più foto su Instagram con un luogo di Roma evocativo degli anni ’90, una breve storia ed utilizzare gli hashtag #NonEssereCattivo e #igersRoma.

Le migliori foto riceveranno un biglietto valido per due persone per vedere il film che arriverà al cinema l’8 settembre.

 

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