Da Andrzej Sapkowski alla nascita di The Witcher 3

6 anni fa

7 minuti

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Fuori moda, il fantasy, non ci va mai e la nostra mente se ne ciba sempre con un piacere smisurato. Cambiano i tempi, le società, le abitudini e le iconografie, eppure il desiderio di sedersi e vivere avventure e battaglie nei regni dell’immaginario collettivo solletica desideri nascosti, puri.

Il mondo, però, non concede a tutti la stessa libertà di accesso alla cultura, al sapere, agli scritti e alle storie. Non lo fa oggi, figuriamoci in passato.

Sapete cos’è l’Autunno delle Nazioni? Nulla più di un’ondata di rivolte che nel 1989 colpì l’Europa in pieno, spazzando via in maniera più o meno pacifica regimi social-comunisti. E cosa c’entra questo con The Witcher? Beh, parecchio: nella nazione polacca, i romanzi di Sapkowski e l’apertura ai mercato dei videogiochi nascono esattamente in quel momento di rottura dalla censura applicata nell’ormai defunto regime. Ora… chi è Sapkowski?

71CuDnxU0BL._SL1500_Di tutti i pregi che può vantare di possedere, Andrzej Sapkowski na ha uno che sovrasta i restanti: aver fatto appassionare un intero popolo a tutto quell’oceano di fantasia difficilmente accessibile fino a poco prima.

La stesura dei racconti iniziali di The Witcher fu precedente la caduta del regime di Jaruzelski, ma l’esplosione del suo universo dark-fantasy arrivò solo nel 1990, grazie alla prima raccolta di cinque racconti su Geralt di Rivia, il protagonista per definizione, ma che poi tanto definito non era: il neologismo utilizzato per archiviarlo ai posteri – Witcher, appunto – era a sua volta una licenza poetica dal polacco wiedźmin, parola inesistente e creata per l’occasione.

E, invenzione per invenzione, nacque il termine Strigo. Ma non a caso: furono le abili e competenti mani di Raffaella Belletti, esperta della cultura e della lingua polacca, a tradurre in Italia le gesta di Geralt nell’unica modalità che Sapkowski richiese espressamente: operare con un filo diretto dalla lingua madre, senza passare per mediazioni anglosassoni ed evitando così di perdere sfumature e unicità della sua scrittura.

Se sentite che state per appassionarvi ai racconti del colosso fantasy polacco, sappiate che nel Bel Paese la casa Editrice Nord ne ha pubblicati la quasi totalità con il sesto e ultimo romanzo in arrivo a Ottobre 2015.

Non avremmo mai pensato un giorno di dialogare addirittura di narrativa polacca.

Sinceramente, non avremmo mai pensato un giorno di dialogare addirittura di narrativa polacca e se le mire espansionistiche del nostro sapere sono arrivate così lontano lo dobbiamo solo ed esclusivamente a chi, quelle opere, si è spinto con passione per portarle fuori dai propri confini nazionali.

A prima vista, avremmo giurato fossero fratelli come i Lumière, i Montgolfier, i Wachowski o gli Stamper, un po’ quel legame di sangue che ti spinge a darti manforte e rischiare assieme. E invece no, ed è esattamente ciò che dona ancora più fascino alla loro meravigliosa impresa.

Marcin Iwiński e Michal Kiciński sono – ed erano al tempo – semplicemente amici.

iwinski-kicinskiPotremmo stare a spendere interi paragrafi sulla situazione del mercato dei videogiochi polacco agli albori degli anni ‘90, su come la clandestinità e la pirateria giocassero un ruolo fortissimo e spingessero ogni papabile nuovo salvatore della legalità a fare retrofront e tornare al proprio ovile.

Ricordate i tempi in cui si smerciavano carte, cartine e cartucce da gioco? Quando eravamo tutti più piccini e i banchi di scuola servivano solo da copertura per nascondere le peggiori nefandezze adolescenziali? Per noi era un’avventura goliardica di cui bullarsi qua e là nei ritagli di tempo, magari con qualche signorina, ma per i coetanei polacchi la situazione era ben diversa. Loro venivano da un regime e come ogni buona dittatura insegna, il primo capo d’abbigliamento scelto è il bavaglio, di cui il mercato polacco se ne liberò in ritardo.

I fine settimana tra i mercatini pirata di videogiochi e VHS rappresentavano per decine di migliaia di ragazzi il sogno proibito di libertà che troppo a lungo era stato loro negato.

Il centro di Varsavia, ormai un bazar tanto variegato quanto affascinante, il luogo ideale per stimolare piccoli imprenditori a passare al livello successivo. Esattamente ciò che fecero Iwiński e Kiciński, costruendo da un mattone quella che sarebbe diventata il rappresentante nazionale in tema videoludico: CD Projekt.

Distributore, ideatore, sviluppatore, publisher: il suo ruolo è mutato con il passare dei mesi e parte di quella torta di business la deve proprio a Sapkowski, che contribuì a far fiorire la passione di paese sino a renderla un vero e proprio tornado.

Avete presente Baldur’s Gate? O Diablo? Ovviamente si. CD Projekt si prese le pubblicazioni traducendole interamente in polacco e fecero il botto… in senso buono. Successo dopo successo, la casa mise da parte la grana per rendere finalmente il giusto tributo al connazionale e fu così che nel 2007, dal cilindro, tirarono fuori il primo gioco di The Witcher.

 

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Il primo The Witcher (2007)

 

Il team ha ambientato la trama cinque anni dopo la fine della saga di Sapkowski così da potersi permettere qualsiasi libertà di narrazione

Il team è stato sagace: ha ambientato la trama cinque anni dopo la fine della saga di Sapkowski così da potersi permettere qualsiasi libertà di narrazione, condendo il tutto con una bella amnesia – et voilà – il piatto è servito.

Pensandoci a mente fredda, il 2007 appare oggi come un’era fa; l’aver implementato un bel sistema a bivi in cui non vi sia un bene e un male definito e le conseguenze delle scelte non siano così immediate ha aggiunto quel quid sufficiente a stimolare un po’ tutto il globo a gettarsi sull’opera, sancendone il pollice alto imperituro.

Un capolavoro? No. Qualcosa in grado di farsi spazio nel campo degli action-adventure e spargere a macchia d’olio i racconti di Geralt? Si, un incremento di fama che andò di pari passo con la figura di Sapkowski, finalmente sdoganata. Il canovaccio del primo titolo si attorcigliava attorno Salamandra, organizzazione criminale che dopo essere stata sgominata scompare nel nulla, lasciando al leitmotiv mnemonico il compito di trasportare la narrazione a The Witcher 2.

Se vi state chiedendo cosa comporti l’approcciarsi a un qualsiasi episodio della saga senza aver minimamente toccato i precedenti, sappiate che l’unica esperienza che getterete alle ortiche sarà il piacere di ricollegare alcune righe di dialogo e sfaccettature d’ambientazione. Nulla di mortale. Potete provare, seppur consapevoli di come l’impianto esplorativo e combat system non siano esattamente i più immediati per chiunque è ormai abituato all’offerta odierna.

 

Acquista The Witcher 2: Assassins of Kings (2011)

Acquista The Witcher 2: Assassins of Kings (2011)

 

Trama e quest proposte aumentano di interesse e complessità.

Le cose cambiano decisamente nel seguito: l’abbracciare con più impegno una struttura open-world fornisce a The Witcher 2 un salto in avanti a livello di accessibilità di pubblico, semplificandone i meccanismi e adattandolo agli standard del giocatore medio.

Trama e quest proposte aumentano di interesse e complessità, l’aspetto tecnico mostra i muscoli e l’intreccio di re e assassini completa l’opera, fornendo pane e companatico a milioni di acquirenti.

 

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The Witcher è un brand maturo, arricchito da serie televisive, boardgame, gioco di carte e browser-game.

È il momento della consacrazione: The Witcher è un brand maturo, arricchito da serie televisive, boardgame, gioco di carte e browser-game. Come è d’uopo in tali casi, non tutto è oro quel che luccica e molta della produzione laterale è di bassa qualità, ma funge comunque da spalla per espandere l’immagine di Geralt e pavimentare il sentiero che lo porterà a concludere le avventure videoludiche nell’imminente The Witcher 3, il quale sta arrivando e sembra proprio una bomba a mano. Non preoccupatevi, ne parleremo a breve su queste pagine.

Nel frattempo Sapkowski è a tutti gli effetti un autore di livello globale, CD Project l’emblema europeo dello sviluppo a tema dark-fantasy, Geralt il protagonista neutrale ideale, carismatico e unico per aspetto e psicologia: il percorso iniziato 25 anni fa si sta concludendo nell’esatto crescendo qualitativo che Kiciński e Iwiński sognavano sin da ragazzi, mentre correvano e smerciavano giochi tra i vicoli della capitale immaginando un futuro migliore per la loro Polonia. E ci sono riusciti.

Per fortuna, non è solo iniziando guerre o facendo rivoluzioni che si entra nei libri di storia.

 

 

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