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Steinberger, storia della chitarra più nerd di sempre

98
6 anni fa

9 minuti

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Erano gli anni ’80, e quelli di voi che li hanno vissuti, da ragazzini o da bambini, si ricorderanno strane chitarre e bassi dall’aspetto tecnologico e minimale, sprovviste di paletta, o come dicono in inglese “senza testa” e in qualche caso addirittura “senza corpo”. Uno scherzo di industrial design anni ’80? Forse no.

Ma se era una vera innovazione, perché non si è affermata? Eppure non abbiamo visto questi strumenti nelle mani di gruppi che miravano al look spaziale/futuribile, sono stati accolti dai più grandi strumentisti del pianeta, inclusi alfieri di generi così diversi tra loro come Dave Gilmour, Eddie Van Halen, Bill Frisell, Allan Holdsworth, Reeves Gabrels (epoca Tin Machine) e per chi tra di voi abbia passato la fase del metal spettinato, Vito Bratta dei White Lion.

Da dove sono arrivati questi strumenti? Dove sono andati? Perché? Andiamo con ordine.

 

Il basso L2 (qui nelle sapienti mani di Geddy Lee) lo conoscete senz’altro tutti.

Il basso L2 (qui nelle sapienti mani di Geddy Lee) lo conoscete senz’altro tutti.

 

 

Un po’ di storia

Siamo alla metà degli anni ’70 e Ned Steinberger, l’altro Ned baffuto e incredibilmente gentile (oltre a Flanders), designer di mobili e figlio di un fisico di una certa rilevanza, stringe amicizia con un rispettato liutaio e costruttore di bassi, Stuart Spector, il quale lo coinvolge nel design di uno strumento, l’NS1.

Ned, che ha un approccio da profano allo strumento, è meravigliato di ciò a cui sono sottoposti i bassisti professionisti. Più che il peso, è lo sbilanciamento dello strumento a colpirlo: come si può mandare sul palco per due o tre ore di fila un povero bassista con uno strumento che tende a scendere dalla parte della paletta?

L’NS1 è uno strumento ancora abbastanza tradizionale: la forma del corpo e della paletta sono studiate per ridurre lo sbilanciamento, ma non è dissimile da molti altri strumenti sul mercato.

Ma Ned ha in mente qualcosa di più radicale. E una serie di domande ‘da profano’ alle quali i liutai e gli strumentisti interpellati non sanno dare risposte soddisfacenti.

 

 

Perché è costruito in legno?

Vi risponderanno che il legno arricchisce il suono e lo colora. Palle. Si usa il legno perché è tradizionalmente reperibile e di facile lavorabilità. Il legno modifica il suono? Sì. Lo arricchisce? No.

Si usa il legno perché è tradizionalmente reperibile e di facile lavorabilità.

Il diverso “colore” che diverse essenze lignee possono dare al suono dipendono dalle frequenze che il legno stesso sottrae alla vibrazione della corda.

Ergo il legno lavora come un equalizzatore passivo, o come un synth sottrattivo se volete, togliendo armoniche che il suono avrebbe, non aggiungendone altre. Esatto, quindi il legno impoverisce il suono deprivandolo di sustain, attacco, o frequenze e armoniche varie.

Tanto è vero che il legno più apprezzato nella costruzione dei pianoforti è l’abete estone, che cresce più lentamente a causa del freddo e delle scarse ore di luce invernali, e quindi ha fibre più dense delle altre varietà di abete.

L’abete in generale viene preferito agli altri legni per le tavole armoniche di chitarre acustiche e strumenti ad arco per un valido motivo: presenta fibre molto parallele, ossia orientate per lo più in un’unica direzione.

E Ned pensa che si può produrre sinteticamente un materiale ancora più denso, e con fibre parallele per realizzare tutto il corpo dello strumento, controllando la resistenza meccanica, le caratteristiche tonali, e lasciando fuori dalla porta i tradizionali problemi del legno: infatti il legno più stagionato ha comunque ancora una percentuale di acqua che va dal 3% al 5%, e quest’acqua ovviamente si sposta con le variazioni di umidità, temperatura e pressione rendendo gli strumenti soggetti a continui aggiustamenti.

 

Steinberger GM4S (4)

 

Perché le meccaniche stanno in cima al manico? (e sono così imprecise)

Le migliori meccaniche del tempo avevano un rapporto di 13:1. Ned tira fuori un sistema di accordatura radicalmente diverso, con un rapporto di 40:1, e lo piazza a valle del ponte.

La paletta è eliminata, lo strumento non è particolarmente leggero, essendo realizzato in fibre di grafite immerse in una mescola a base di resina epossidica, ma è finalmente bilanciato.

È nato lo Steinberger L1, al quale seguirà l’L2 (la versione in produzione di massa, un po’ più leggera). L’L2 ha un successo immediato, tutti i bassisti di un certo livello ne acquistano uno (tristemente Jaco Pastorius non farà a tempo a pagarlo), appare in film e telefilm, diventa così iconico che anche quando la Steinberger avrà prodotto 10 chitarre per ogni basso, la gente continuerà a identificarla con il basso.

L’L2 sarà poi ribattezzato XL2, quando nella linea Steinberger entreranno appunto le chitarre (i cui nomi inizieranno per G).

 

Mike Rutherford ed il suo tecnico sono i veri inventori della GM, la prima Steinberger con un po' di corpo. Infatti Mike essendo molto alto appariva ridicolo con una GL in mano, non sembrava neppure che imbracciasse una chitarra. L'idea piacque e lo strumento fu messo in produzione.

Mike Rutherford ed il suo tecnico sono i veri inventori della GM, la prima Steinberger con un po’ di corpo. Infatti Mike essendo molto alto appariva ridicolo con una GL in mano, non sembrava neppure che imbracciasse una chitarra. L’idea piacque e lo strumento fu messo in produzione.

 

 

E a questo proposito, le chitarre?

Ci sono molte richieste perché Ned applichi il suo approccio radicale e profano ad un redesign della chitarra elettrica, rimasta per decenni ancorata a modelli tradizionali, ma scarsamente razionali o scientifici.

Gli portano una chitarra con la leva vibrato, e lui, nella sua ingenuità di veronerd™, ne fraintende la funzione. “Ma è fantastico!” esclama “Questa è davvero un’opera ingegneristica mirabile! Devo studiarla a fondo per capire come fanno a trasporre tutte le note mantenendo l’intonazione! Io non sarei stato capace di progettarlo!”

 

 

Ed ecco il trans-trem

Ovviamente, nessun ponte mobile dell’epoca trasponeva in modo esatto proprio niente.

Una coppia di steinberger GL, entrambe equipaggiate di TransTrem Type II.

Una coppia di steinberger GL, entrambe equipaggiate di TransTrem Type II.

 

Si limitavano (e si limitano tuttora) a scordare lo strumento in un verso o nell’altro.

Dopo un lungo studio, Ned se ne uscì con il TransTrem Type I, che presentava tutta una serie di innovazioni che rendevano possibile il miracolo: le note di tutte le corde venivano trasposte simultaneamente permettendo di scalare un intero accordo ed eventualmente bloccarlo una volta trasposto. Di cosa stiamo parlando?

 

 

 

Un ponte convertibile

Una Steinberger GM5T. Dotata di Trans Trem  (come indica la T nel nome), e di pickup attivi EMG. Notare il classico bordino bianco (binding), che dopo qualche anno la Gibson decise di rimuovere producendo corpi più arrotondati e riducendo i costi di produzione. Il numero nel nome indica la configurazione dei pickups.

Una Steinberger GM5T. Dotata di Trans Trem (come indica la T nel nome), e di pickup attivi EMG. Notare il classico bordino bianco (binding), che dopo qualche anno la Gibson decise di rimuovere producendo corpi più arrotondati e riducendo i costi di produzione. Il numero nel nome indica la configurazione dei pickups.

Il retro di un ponte/vibrato tradizionale. Notare le tre molle in estensione: l’unico modo per regolare la tensione è agire sulle due viti. Non certo un’operazione che si può eseguire ad ogni accordatura…

Il retro di un ponte/vibrato tradizionale. Notare le tre molle in estensione: l’unico modo per regolare la tensione è agire sulle due viti. Non certo un’operazione che si può eseguire ad ogni accordatura…

Il TransTrem presentava un’altro paio di innovazioni radicali.

Era convertibile, ossia era possibile bloccarlo in posizione fissa (caratteristica in seguito mantenuta da tutti gli altri ponti Stenberger come l’S Trem e l’R Trem), e la regolazione della controtensione provvista dalla molla (un’unica molla in compressione, molto più precisa delle classiche tre molle in estensione) non si effettuava inserendo una chiave a brugola, ma in diretta durante l’accordatura dello strumento.

Perché? Perché quando Ned aveva provato il ponte di una stratocaster (ma stesso dicasi di un Floyd Rose) aveva notato che tirando una corda si scordavano tutte le altre, e allora come porvi rimedio? Si accordano le corde singole a ponte bloccato, poi lo si sblocca e si regola “l’accordatura generale” (la tensione della molla). Chiaro? Spero di sì.

È più facile a farsi che a dirsi: Il cambio corde di una Stein dura circa 60 secondi (accordatura inclusa). Ora capite perché quando sono scaduti i brevetti Floyd Rose se n’è uscito con lo ‘speed loader’?

Il retro di un ponte Steinberger (in cattive condizioni). Notate la molla, e la relativa rotella di regolazione.

Il retro di un ponte Steinberger (in cattive condizioni). Notate la molla, e la relativa rotella di regolazione.

 

 

Le conseguenze

I numeri di serie che iniziano con la N sono stati prodotti nello stabilimento Steinberger originale, quelli con TN sono post acquisizione Gibson. Tecnicamente i prodotti post acquisizione sono equivalenti o addirittura migliori perché ormai il processo produttivo era arrivato all’apice del perfezionamento, ma ovviamente i musicisti vanno a caccia delle “N”, irrazionalmente considerate superiori in quanto ‘originali’. Ironico per uno strumento che fa della razionalità la propria bandiera.

I numeri di serie che iniziano con la N sono stati prodotti nello stabilimento Steinberger originale, quelli con TN sono post acquisizione Gibson. Tecnicamente i prodotti post acquisizione sono equivalenti o addirittura migliori perché ormai il processo produttivo era arrivato all’apice del perfezionamento, ma ovviamente i musicisti vanno a caccia delle “N”, irrazionalmente considerate superiori in quanto ‘originali’. Ironico per uno strumento che fa della razionalità la propria bandiera.

Alcuni modelli (contrassegnati da una A al fondo del nome) avevano a bordo anche una scheda di equalizzazione attiva, che unita ai pickup attivi e alla risposta armonica completa dei materiali compositi, forniva una pletora di possibilità di scolpire il suono, più ampie di qualsiasi altro strumento.

Alcuni modelli (contrassegnati da una A al fondo del nome) avevano a bordo anche una scheda di equalizzazione attiva, che unita ai pickup attivi e alla risposta armonica completa dei materiali compositi, forniva una pletora di possibilità di scolpire il suono, più ampie di qualsiasi altro strumento.

 

Ned vendette alla Gibson, che ovviamente fece della Steinberger uno dei suoi tanti marchi senza dargli particolare rilievo, l’interesse per gli strumenti fantascientifici calò radicalmente con il grunge, poi venne l’era delle PRS dappertutto, e le invenzioni di Ned furono dimenticate. O forse no.

Alcuni dei suoi concetti furono ripresi pari da Ken Parker (uso di materiali compositi, molla in compressione con blocco e regolazione) o integrati in accessori installabili a parte (hipshot tremsetter, wilkinson VS100C convertible bridge).

La corsa agli armamenti per una maggior precisione delle meccaniche era iniziata (ma le migliori, le Planet Waves auto trimming locking tuners, vengono ancora una volta dal tavolo da disegno di Ned), ma per il resto, uno po’ il mercato degli strumenti musicali è estremamente conservativo ed orientato al vintage piuttosto che alla tecnologia (io stesso adoro le chitarre archtop, non posso certo prendermela con chi preferisce una fender jaguar ad una Steinie).

Quanto a Ned, ha fondato un’altra compagnia (NSDesign) che produce prevalentemente strumenti ad arco elettrici (tra cui uno straordinario basso/contrabbasso, che i più fortunati tra di voi avranno sentito suonare a Tony Levin) e progetta ancora accessori innovativi per conto di altre compagnie, inclusa la Gibson che ha recentemente innovato la linea Steinberger con qualche strumento interessante (la linea Synapse, ormai neppure più recentissima) e qualcosa che fatto storcere il naso ai puristi (il TT type III, atteso per anni, ha deluso molto, e la Steinberger Demon si commenta da sola).

C’è ancora molta resistenza nell’industria all’uso di materiali compositi.

D’altro canto, tutti i chitarristi a cui ho fatto provare la mia Steinberger dicevano che suonava ‘fredda e sterile’ (nonostante avesse scientificamente più sustain, armoniche, e frequenze delle loro chitarre), come anche ‘che la scala era troppo corta’ (la scala delle steinie è 25.5″, come la fender stratocaster: è l’assenza di paletta a farla sembrare più piccola).

E come dice un vecchio adagio, se non puoi batterli unisciti a loro.

 

 

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