RECENSIONE

La Leggenda del Pianista sull’Oceano

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20 Giugno 2014

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La leggenda del pianista sull’oceano, diretto da Giuseppe Tornatore con un magnifico Tim Roth, è un film del 1998 tratto dal monologo teatrale di Alessandro Baricco “Novecento”.

Il film ha vinto 5 nastri d’argento nel 1998, 6 David di Donatello nel 1999 e un Golden Globe nel 2000 per la miglior colonna sonora.

Max Tooney: Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita catalogava, sistemava, ordinava in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l’aveva visto mai, ma erano quasi trent’anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent’anni che lui su quella nave lo spiava. E gli rubava l’anima.

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Tornatore ci racconta la vita di un uomo unico e magico, il pianista Novecento.

Tornatore ci racconta la vita di un uomo unico e magico, il pianista Novecento.

Trovato appena bambino su una nave da crociera da Danny Boodman, un macchinista di colore del transatlantico, vi passerà sopra tutta la vita senza mai lasciarla per l’universo sconfinato e caotico della terra ferma che lo terrorizzerà per sempre.

Tornatore ci regala, con la fotografia e i movimenti di macchina, un mondo autonomo nel mezzo dell’oceano, facendoci rivivere momenti della prima metà del novecento.

La storia ci viene raccontata da un narratore interno, Max Tooney, il trombettista amico di Novecento durante il periodo in cui suonavano insieme sopra la nave. Argomento principale della storia è la musica, le melodie che scaturiscono dal pianoforte di Novecento ci ipnotizzano e ci raccontano emozioni e vite dall’inizio alla fine del film.

A fare da cornice alla storia non poteva mancare l’amore, rappresentato da una stupenda colonna sonora di Ennio Morricone, che però non riesce a convincere Novecento a scendere dalla sua nave e portare la sua musica sulla terra ferma.

Novecento: Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine… La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? Era tutto molto bello, su quella scaletta… e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema. Non è quello che vidi che mi fermò, Max È quello che non vidi. Puoi capirlo? Quello che non vidi… In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine.

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Il protagonista decide di abbandonare la propria casa per affrontare il mondo.

Il tema più forte all’interno della storia è quello del legame alla propria terra di origine, la propria casa (nel suo caso l’oceano e la nave dove ha sempre vissuto).

Il protagonista, proprio come la maggior parte degli uomini, decide di abbandonare la propria casa per affrontare il mondo, ma, quando si accorge dell’infinità di quest’ultimo ne ha paura e capisce che abbandonare la propria casa è la scelta più difficile che può capitare nella vita di un uomo.

È forte, quindi, il tema del nido di Pascoli dove il luogo d’origine (la famiglia, la casa, gli amici) viene visto come un luogo sicuro e protettivo.

Novecento: Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.

Tre ore di film lungo le quali le emozioni si descrivono attraverso la poesia della musica che si fa strada sia tra i più ricchi sia tra i poveri che viaggiano in terza classe in cerca di fortuna negli Stati Uniti.

Un viaggio bellissimo che ti colpisce nell’anima, una storia da vivere che fa riflettere su tutte quelle domande che ogni giorno ci poniamo ma alle quali non riusciamo mai a dare una risposta.

 

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venerdì 20 Giugno 2014 - 10:00
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