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Seppuku: il suicidio rituale in Giappone

8 anni fa

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Seppuku

Chiunque abbia visto il film L’ultimo Samurai ricorderà lo stupore del personaggio interpretato da Tom Cruise nel vedere un ufficiale, sconfitto dai “nemici” samurai, al quale veniva tagliata la testa, la sua ferma convinzione che fosse un brutale omicidio a sangue freddo e, allo stesso tempo, il suo stupore nell’apprendere che, in realtà, gli era stato concesso un grande privilegio, cioè quello di morire in modo onorevole.

Il Seppuku ((切腹), che letteralmente significa “taglio dello stomaco” è una pratica di suicidio rituale le cui origini si perdono nella leggenda. Il termine con cui è conosciuto informalmente (ma solo al di fuori del Giappone) è il più noto Harakiri (腹切り) scritto con i medesimi kanji di Seppuku, ma invertiti di posizione.

Toltoci il peso della definizione enciclopedica, analizziamo più nel profondo quello che è a tutti gli effetti un rituale complesso, ben codificato e che nel corso dei secoli ha stimolato la curiosità ed i resoconti degli Occidentali che, spesso involontariamente, ne sono stati testimoni.

 

 

Le origini

Correva l’anno 1170: il leggendario Samurai Minamoto No Tametomo (源 為朝) combatteva contro il clan Taira in una delle tante lotte territoriali avvenute in Giappone. Le sue abilità di arciere rasentano l’impossibile, si dice che abbia addirittura affondato un’intera nave Taira con una sola freccia ben piazzata sullo scafo (altro che One Piece), tuttavia i nemici sono tanti, lo sovrastano di numero e, durante una lotta, gli recidono il tendine del braccio, impedendogli di scagliare le sue temibili frecce.

Resosi conto di non poter più combattere, si pianta un coltello nell’addome in quello che, probabilmente è il primo caso di suicidio volontario della storia del Giappone.

Per avere un caso storicamente attendibile e documentato, si deve andare avanti 10 anni (1180)

Di fatto, ciò che ho appena descritto, è una delle tante leggende sui samurai, a metà tra la storia e la finzione.

Per avere un caso storicamente attendibile e documentato, si deve andare avanti 10 anni (1180), sempre nell’ambito degli scontri tra le armate Minamoto e i Taira quando, circondato dai nemici Minamoto No Yorimasa (源 頼政), affronta l’inevitabile sconfitta togliendosi la vita, lasciandoci un breve, ma intenso poema di morte (ne riparleremo dopo).

Da questo momento in poi questa pratica è divenuta a tutti gli effetti parte integrante del bushido, il codice dei Samurai.

 

 

Il rituale 

Il rituale poteva anche essere spontaneo, ad espiazione di una grave colpa o inadempienza come poteva essere, ad esempio, l’aver fallito un’importante missione o aver disonorato il proprio maestro.

Nella cultura occidentale, specialmente nei paesi nei quali il Cristianesimo ha plasmato l’ideologia e le credenze della gente, non c’è niente di peggio che togliersi volontariamente la vita: un atto egoistico, noncurante del prossimo e assolutamente contrario al volere divino, tanto che, come molti ricorderanno, il buon Dante Alighieri piazza i suicidi nel Secondo Girone del Settimo Cerchio, quello dei Violenti, trasformati in alberi per aver volontariamente rinunciato alla propria umana natura.

Questa divagazione è necessaria per comprendere quanto lontana da noi è la mentalità di un popolo in cui concedere la possibilità di morire di propria volontà con il Seppuku è, invece, il più alto degli onori che si possano concedere ad un nemico sconfitto o ad un condannato a morte.

Ricordiamo infine che il rituale poteva anche essere spontaneo, ad espiazione di una grave colpa o inadempienza come poteva essere, ad esempio, l’aver fallito un’importante missione o aver disonorato il proprio maestro.

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Sostanzialmente il rituale consiste nell’auto-smembramento utilizzando un pugnale, o tantō, preparato per lo scopo come nell’immagine, con un taglio che seguiva un preciso percorso, ovvero prima da sinistra verso destra e successivamente verso l’alto.

La logica dietro a tutto il rituale non è solo quella di “liberare l’anima”, la cui sede si riteneva appunto essere il ventre, ma anche quella di andarsene nel modo più onorevole possibile.

Per questo motivo il soggetto si poneva nella classica posa in ginocchio, detta seiza, così da permettere al corpo senza vita di cadere in avanti. Era considerato, infatti, estremamente disonorevole morire in posizione con il viso rivolto verso l’alto, soprattutto perché così tutti avrebbero potuto vedere le inevitabili smorfie di dolore deformare il volto del suicida.

Nel caso di suicidio preparato (quindi in caso di condanne a morte o di pietà da parte dei nemici, come nel caso del film citato all’inizio), si dava un fidato compagno come assistente, detto kaishakunin

Nel caso di suicidio preparato (quindi in caso di condanne a morte o di pietà da parte dei nemici, come nel caso del film citato all’inizio), si dava un fidato compagno come assistente, detto kaishakunin (介錯人), che letteralmente significa “decapitatore”.

Come avrete già intuito la sua funzione era quella, una volta apportato il taglio all’addome, di praticare, con un colpo preciso, un taglio al collo del suicida in modo da evitare una lunga agonia  e di preservare gli spettatori dalle già citate smorfie le quali, come già detto, non sarebbero state considerate onorevoli.

Per questo gesto era richiesta una notevole abilità con la spada, poiché il taglio doveva essere preciso ed in grado di uccidere istantaneamente il suicida senza staccargli completamente la testa. Perdere la testa per un samurai significava infatti portare disonore e disgrazia a lui e a tutti i suoi discendenti.

Nonostante il maschilismo del Giappone, anche alle donne era permesso il rito del suicidio, con qualche piccola differenza, a partire dal nome, jigai (自害).

Esso consiste sostanzialmente nel taglio della giugulare e viene compiuto senza alcun tipo di assistenza. Anche in questo caso il suicida doveva mantenere una posa onorevole e, per questo motivo, la donna legava assieme le ginocchia, così da cadere rannicchiata in avanti. Scopo del suicidio, spesso, era quello di evitare stupri a seguito di sconfitte in battaglia da parte dei propri mariti.

 

 

Il poema di morte

Un capitolo a parte dev’essere sicuramente dedicato all’usanza, sviluppatasi negli anni, di lasciare un componimento prima di praticare il seppuku. Si trattava di brevi poesie, secondo i canoni abituali della cultura giapponese (es. gli Haiku) e chiamate jisei, che significa “poema d’addio”.

Ve ne segnalo in particolare due.
Il primo l’ho citato ad inizio articolo, lasciato appunto da Yorimasa prima di andare in quella che sarebbe stata la sua ultima battaglia:

Come un vecchio albero
da cui non si raccolgono i fiori
triste è stata la mia vita
destinata a non portare alcun frutto

Il secondo deve la sua notorietà alla battaglia di Iwo Jima, nella quale l’esercito giapponese subì una pesante sconfitta da parte di quello americano. Si dice che il Generale giapponese sconfitto, Tadamichi Kuribayashi, praticò su di sè il seppuku (anche se, di fatto, il suo corpo non fu mai ritrovato). A noi pervenne solo questa poesia:

Impossibilitato ad adempiere a questo arduo compito per il nostro paese
Frecce e pallottole esaurite, tristi siamo caduti.
Ma salvo sbaragli il nemico,
il mio corpo non può marcire nel campo.
Sì, rinascerò nuovamente sette volte
E brandirò la spada
Quando le lugubri gramaglie ricopriranno quest’isola
Mio unico pensiero sarà la Terra imperiale.

 

 

Il Seppuku oggi

Travolto dalla modernità il Giappone ormai non registra quasi più nessun caso di suicidio rituale. È rimasto, tuttavia, ben impresso nella memoria di tutti i giapponesi, quello dello scrittore e saggista Yukio Mishima, avvenuto il 25 Novembre del 1970 dopo che lo stesso, occupato un palazzo del Ministero della Difesa, aveva pronunciato un lungo discorso il quale condannava l’occidentalizzazione del paese e inneggiava ai veri valori nipponici, identificati con la figura dell’Imperatore.

yukio_mishimaIl rituale tuttavia non andò come previsto, in quanto, dopo essersi conficcato il pugnale nell’addome, il suo discepolo fidato e amico Masakatsu Morita fallì per ben due volte nel taglio della testa e prolungando l’agonia del malcapitato.

A risolvere la situazione fu un altro membro della sua organizzazione (il Tate no Kai) presente in quel momento, Hiroyasu Koga. Lo stesso si dovette ripetere quando Morita sentì il dovere di togliersi la vita in quanto incapace di sopportare il senso di colpa nell’aver deluso il suo maestro.

 

Fonti:

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Il Monte Everest
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