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Storia un poco romanzata della Rivoluzione cubana

10 anni fa

6 minuti

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Guatemala, maggio del ’54. Carlos Castillo Armas da’ il cenno, il golpe può avere inizio. Uno come tanti in sud America, in quegli anni.

O forse no. Perchè quel giorno non sono solo i tetti delle case a esplodere in mille pezzi sotto i colpi delle bombe dell’aviazione militare.

Esplodono anche le convinzioni di un giovane dottore argentino che, come tutti i ventenni, era convinto di farcela.

Cambiare il mondo partendo dalla politica, democraticamente; partire dal Guatemala per realizzare il sogno di Bolivar: un unico grande stato sudamericano indipendente, libero, democratico. Possibilmente socialista ma questo, in fondo, non era importante.

Pochi chilometri più a nord, in Messico, c’era qualcuno che quelle convinzioni le aveva viste svanire già tempo addietro. A Cuba non erano state le bombe, ma la galera, le botte e l’esilio a fargli vedere le cose chiaramente. Cambiava il nome ma non la sostanza; Il nome era quello di Fulgencio Batista, la sostanza era quella degli Stati Uniti d’America.

 

 

La spedizione

Sono questi i presupposti per capire quello che succede qualche anno dopo, sempre in Messico, quel 25 novembre del ’56.

La rivoluzione cubana inizia come una barzelletta, una di quelle di bassa lega.

C’è una nave con un argentino e un cubano. E un italiano, perchè in una barzelletta non può mancare.

Si chiama Gino Donè , 32 anni passati tra la resistenza partigiana e l’emigrazione. Incontra il movimento rivoluzionario per amore: non della libertà, ma della moglie, attivista convinta.

Lo yatch, dal nome Granma, è lungo 18 metri e i passeggeri in totale sono 82. Il primo miracolo della spedizione è stato quello di farceli stare tutti. E aggiungere armi, acqua e cibo al carico.

Tutto è stato pianificato a dovere: la rotta, la navigazione e lo sbarco. Ma come sempre, nella pratica le cose cambiano.

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La rotta iniziale subisce numerose deviazioni, causate anche dalla tempesta che provoca mal di mare a buona parte dell’equipaggio.

Ma ancora peggio va lo sbarco: invece che in una comoda baia il Granma attracca nel posto peggiore: dove non arrivarono il fango e le mangrovie arrivarono i soldati di Batista, nascosti tra la vegetazione.

Per 70 barbudos (così i rivoluzionari verranno chiamati qualche mese dopo) è una carneficina, ma quei 12 scampati faranno rimpiangere ai soldati la cattiva mira.

Tra di loro c’è un argentino, un cubano e un italiano. La barzelletta può continuare.

 

 

Gli anni della Sierra Maestra

I barbudos decidono che forse i piani è meglio rispettarli. E d’ora in poi lo faranno a partire dalla Sierra Maestra, la catena montuosa più alta e impervia dell’Isla Grande.

È qui che dovranno creare la loro base operativa, a quasi 2000 metri di altezza. Il terreno montuoso e aspro li aiuterà contro gli assalti via terra. Sì, ma come la mettiamo con gli aerei militari? Molti di loro sono atei ma un pensiero a Dio lo fanno…

Dalla Sierra i ribelli partono per reclutare nuovi guerriglieri tra i guajiros, i contadini del ceto sociale più basso, quelli che Batista ha fatto rimpiangere di essere nati cubani.

A loro la rivoluzione offre qualche pasto (pochi per la verità…), l’alfabetizzazione, dei vestiti sgualciti e, se va bene, un’arma. Poco, direte voi.

Ma quello che muove i guajiros è lo status quo del regime Batista; è un moto continuo, che dalla Sierra discende fino alle pianure e al mar dei Caraibi. I mesi passano e i “meravigliosi 12” diventano 24, poi 48 e poi 96, la crescita è esponenziale.

rebeldeIn questi mesi però, quello che più è cresciuto non è il numero di rivoluzionari: tra questi c’è ancora quell’ argentino di cui parlavamo all’inizio, quel medico.

Lui non è più un dottore, curare i moribondi non gli è mai piaciuto. Fidel, meravigliato dal coraggio delle sue azioni lo chiama “el cojonudo” e così lo pone alla guida di una colonna.

E’ nato il comandante Guevara. Si dividono in colonne e cominciano le prime azioni militari. Con loro le prime conquiste, quasi tutte caserme, buone per “fare rumore” e al contempo per rifornirsi di armi.

I barbudos sono ormai centinaia, tante centinaia secondo Radio Rebelde, la radio rivoluzionaria nata il 24 febbraio del 1958 dalla conquista de “La Mesa”. Ma si sa, gli organi di propaganda esagerano sempre.

Fatto sta che c’è qualcuno che quei numeri li prende molto seriamente: a Fulgenzio Batista, dopo la nascita della prima provincia ribelle, la situazione sta scappando di mano.

Ascolta questa: “In cima alla montagna ci sono un cubano, un argentino e un italiano”. Ma non è una barzelletta, la storia comincia ad avere i contorni di un incubo.

 

 

L’entrata a Santa Clara.

E’ già il luglio del 1958 quando gli aerei si alzano in volo.

El Hombrito, la nuova base operativa dei ribelli, è ben visibile dal cielo e viene presto individuata, bombardata e distrutta. Ma tutto succede troppo tardi.


Da qui in poi gli avvenimenti si susseguono ancora più velocemente. Il popolo è con i ribelli, la resistenza militare del regime è poco organizzata e, come se non bastasse, il loro umore è sotto i tacchi.

L’obiettivo dei rivoluzionari è raggiungere Santa Clara (a nord) e Santiago (a sud del paese). Da li si arriverà all’Havana su un tappeto rosso, si dice.

La risposta militare del regime, concentrata sulla Sierra, spinge i ribelli a scendere verso le città. La cosa non infastidisce minimamente i rivoluzionari; I tempi sono ormai maturi per la guerriglia urbana.

Il malcontento popolare è ormai chiaro tanto che nemmeno Batista crede più al successo della controffensiva. Verso la fine del ‘58, quando le battaglie perse nemmeno si contano più e con le città chiave del paese in mano ribelle, il dittatore tenta invano alcune manovre politiche per salvarsi la faccia. Il giorno di fine anno prende un aereo privato per abbandonare l’ Isla Grande.

E’ il primo gennaio del 1959 quando nasce il nuovo governo cubano. Indipendente,libero e democratico, dice Fidel Castro, il nuovo capo di Stato.

Sicuramente socialista.

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare: la transizione, le grandi riforme, la sfida contro l’analfabetismo, la nazionalizzazione della produzione. Oppure, ancora più interessanti, le tante ripercussioni estere di quella che è stata una rivoluzione ideologica prima che militare. Ma qui ho deciso di fare finire la storia.

Una storia iniziata come barzelletta, lentamente diventata impresa e finita in sogno. Uno di quei sogni che, appena sveglio, ti lasciano l’amaro in bocca….

 

Note e fonti

Scrivendo l’articolo non ho intenzione di alimentare infinite discussioni politiche. Voglio raccontare una storia unica e incredibile, dal punto di vista militare e umano.
Tutti i fatti descritti li ho presi da questo libro, considerato l’opera più attendibile delle avventure del Che. Avendolo letto 5 o 6 anni fa, potrei avere scritto qualche inesattezza, perdonatemi in caso!

 

 

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