Intervista a Manuel Majoli (seconda parte)

9 anni fa

14 minuti

Per chi si fosse perso la prima parte dell’intervista, può porvi rimedio e trovarla qui.

Nella prima parte Manuel ci ha raccontato un po’ della sua carriera da traduttore di manga, mentre nella seconda e ultima parte, che riporto ora qui di seguito, scopriremo alcune curiosità sulla vita da lottatore di wrestling.

Come per la prima parte, metto le risposte sotto approfondimento per alleggerire l’articolo. Mi sono permesso di aggiungere qualche piccola precisazione, principalmente sui nomi delle federazioni di wrestling, che trovare tra parentesi e in corsivo. Buona lettura.

Anche qui, mi viene spontanea la domanda: come è nata la passione per il wrestling e per il puroresu (aka wrestling giapponse, nds)?
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Per il wrestling furono Hogan e la WWF (World Wrestling Federation, ora World Wrestling Entertainment, nds) di fine anni 80. Il “catch” (in realtà sempre wrestling…) della NJPW (New Japan Pro Wrestling, federazione giapponese fondata da Antonio Inoki, nds), commentato da Fusaro non lo vidi mai ai tempi, salvo scoprire poi che mio padre lo guardava di nascosto (e schifava la WWF di conseguenza, e grazie tante… ma farlo vedere anche a me no, eh? :P). Riscoprii la scena nipponica solo nei primi anni duemila, grazie all’amico Damiano “Pitbull” Lanzoni, anche lui membro ICW (aka Italian Championship Wrestling, la federazione italiana di questa disciplina, nds).
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Quando hai deciso di voler praticare questa disciplina, e di voler andare a impararla proprio in Giappone?
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In realtà l’avrei voluto praticare già da adolescente, ma come molti feci presto a scoprire che o mi trasferivo in USA o ciccia… mi consolai con un po’ di jūdō e lotta grecoromana, poi ai tempi dell’università fui tra i soci fondatori della ICW. Amando particolarmente lo stile nipponico, la scelta di andarlo a imparare là fu obbligata.
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Come si svolge l’allenamento di un lottatore di wrestling, e quanto hai dovuto allenarti per diventarlo?
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Non c’è una scaletta fissa, tutto dipende dai risultati che si vogliono ottenere e dalle proprie possibilità fisiche, oltre che dallo stile e da chi l’hai imparato (ché ogni maestro ha le sue teorie…); ma ovviamente una base standard c’è. Generalmente prima di salire sul ring ci si riscalda ben bene, partendo con esercizi a corpo libero. La media classica è partire con 100 dand – gli squat indiani –, per poi fare due/tre serie da 60 flessioni, 100 crunch e due serie da 50 bassi. Poi si può anche tagliare, se magari manca il tempo (tipicamente prima degli show, dove non ce n’è mai troppo). Dopodiché si va di stretching, in particolare su collo e schiena. Un ponte tenuto per un minuto sulla testa è la norma. Ovviamente la cosa varia molto a secondo del luogo… Discorso a parte è l’allenamento coi pesi, per chi lo fa, che varia enormemente a seconda del soggetto e di quanto si vuol pompare. Finito il riscaldamento fuori ring, si sale per la pratica sul tappeto: corsa contro le corde, cadute e pratica in sparring.
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Ti sei allenato anche negli USA, che differenze ci sono nella preparazione degli atleti nei due paesi?
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Molte, ma immagino che viaggiando negli stessi USA all’interno di diverse scuole si trovino metodi differenti, cosí come le trovi in Giappone. Perché parliamoci chiaro: ogni maestro adotta la sua personale versione, ma non esiste IL metodo per prepararsi. Comunque, negli USA è tutto molto piú lasciato all’interpretazione del singolo. Alla scuola di Dory Funk jr. si faceva un po’ di stretching, cadute e sparring, con molto meno riscaldamento rispetto al Giappone. Sottintendendo anche che le cose erano lasciate alla buona volontà (e intelligenza) del singolo: se non ti riscaldi a dovere, poi sai cosa rischi sul ring…

In Giappone invece è tutto fatto in gruppo, lasciando solo i pesi all’improvvisazione del singolo. E per sviluppare lo spirito si prevedono insulti assortiti verso chi resta indietro – che di solito era il sottoscritto –, nonché dell’(in)sano nonnismo verso i kōhai. Una volta fecero rimanere in ponte Ikuto Hidaka per dieci minuti, dopo che tutti gli altri erano usciti regolarmente allo scadere dei tre… chiaramente lui l’aveva intuito, ma fece finta di rimanere sorpreso e rimase lí anche per dimostrare che ce l’avrebbe tranquillamente fatta (e non darla vinta ai senpai…). E lui era già un wrestler affermato: i veri novellini ricevevano scherzi molto piú pesanti.
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Per entrare in una palestra, come la Michinoku Pro (federazione giapponese fondata da Great Sasuke, nds), so che è necessario superare una sorta di test d’ingresso, ci racconti qualcosa a riguardo?
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Oh, semplice: ti mettono a fare 1000 squat davanti a tutti. Se sopravvivi, si prosegue con tre serie da 60 flessioni, due da 100 crunch, due da 50 addominali bassi, tre minuti di ponte indietro, dieci minuti di corsa alle corde e un centinaio circa di cadute. Piú lo sparring con qualcuno che ti accartoccia come si deve. Con me, dato che ero un povero sfigato gaijin (nel gergo tecnico del pro-wrestling indica i lottatori stranieri, o più generalmente chiunque non venga dal Giappone, nds) palesemente in viaggio di studio, furono più teneri e me ne chiesero solo 500. Ovviamente, dopo aver fatto due occhi come due padelle, ci provai. Dopo due ore e infinite pause, li avevo anche fatti, ma me ne tornai in camera con le ginocchia a brani e senza polmoni. All’epoca non ero tanto oltre il livello backyarder, alias “nerd wannabe che fa le capriole sui tappeti con gli amici”, come tanti altri. È un modo come un altro di scoprire le cose.

Dopo il test, comunque, la norma è farsene 300 nei riscaldamenti pre-show, ma di mantenere una media di 500-1000 al giorno. In realtà si dà per scontato che chiunque possa arrivare senza problemi ai 1000, come raccomandava Karl Gotch, e infatti mi capitò in un allenamento pre-show di avere iniziato ad allenarmi per conto mio (e aver già fatto 200 squat) per poi essere chiamato con gli altri e doverne rifare altri 300… guai ad aprire bocca, of course. E alla Michinoku e nelle altre “minori” la media è questa: se si punta alla NJPW, AJPW o NOAH ci si deve aspettare un test d’ingresso di 3000 squat.

Negli USA non è previsto nulla di tutto ciò se non da allenatori di MOLTO vecchia scuola. Era un metodo per prevenire l’ingresso di cani e porci nel business, ai tempi – ovvero, se il giorno dopo tornavi significava che ci tenevi sul serio. Il che rivela anche quanto sul serio venga presa la cosa in Giappone.
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A quali lottatori ti ispiri, e quali ti piacciono maggiormente?
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Come ispirazioni ne ho avute davvero troppe… Tiger Mask, Kenta Kobashi, Jinsei Shinzaki, Johnny Saint. Che mi piacciano, oltre ai succitati, Manami Toyota, Chaparrita Asari, Místico… troppi ne dimentico.
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Ricollegandoci alla prima parte dell’intervista, che impatto ha avuto il wrestling nella cultura nipponica (mi riferisco alle migliaia di citazioni in anime, manga, videogames, spot commerciali, programmi tv, etc)?
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Voi mi volete morto. Su questo argomento si potrebbero scrivere piú e piú tesi di laurea, e andare avanti in sæcula sæculorum a discuterne. Comunque, il wrestling ebbe un successo enorme nel Giappone dell’immediato secondo dopoguerra, quando una nazione devastata assistette alla ribalta di Rikidōzan. Un giapponese (in realtà coreano, ma lo nascose bene) che batteva gli invasori malvagi (ché gli americani facevano sempre la parte degli heel (aka i cattivi, nds) ai tempi), per giunta in uno sport inventato da loro (quindi con il gusto addizionale di battere gli invasori sul loro stesso campo)? Sembrava fatto apposta per esaltarli, e infatti funzionò egregiamente. Da noi ci provarono con Primo Carnera, ma non fece lo stesso successo: primo perché gli italiani della patria generalmente se ne sbattono, secondo perché Carnera sul ring era un incapace e si vedeva, a differenza di Rikidōzan e a dispetto di tutto quello che la nostra propaganda nazionale poteva imbastirci a riguardo. Poi noi abbiamo pure a perseguitarci una strisciante morale trasversale, non solo cattolica, che ha sempre tarpato le ali agli “sport violenti”, per cui…

Ma torniamo al Giappone: nel 1969 uscí il manga – e l’anime – di Tiger Mask. Fu la nascita di tutto, del mito del wrestling e di Naoto Date. Da lí in poi fu tutta discesa: la JWA (Japan Pro Wrestling Alliance oppure Japanese Wrestling Association, ridenominazione della Nihon Puroresu Kyōkai, la federazione fondata dal sopracitato Rikidōzan, nds) morí e nacquero la NJPW di Inoki e la AJPW di Baba. La prima tenne i diritti dell’opera, e li rispolverò nel 1982 affibbiando la maschera di Tigre a Satoru Sayama e sponsorizzando l’anime di Tiger Mask 2, che infatti è poco piú di un’immensa marchetta alla NJPW: Baba in quell’opera scompare nel nulla (ma all’epoca era vivo e vegeto), sembra che esista solo la NJPW e Inoki sboroneggia in lungo e in largo assieme allo sbiadito Peter Parker dei poveri che va sotto il nome di Tommy Aku, che deve combattere uno sceicco brutto & cattivo che non vuole dare il petrolio ai giapponesi. Oddio che malvagità. Dai, siamo seri, vogliamo paragonarlo a Naoto Date? Non esiste proprio, e infatti in Giappone di Aku non si ricorda nessuno. In compenso da Natale dell’anno scorso c’è stata un’ondata di donazioni a orfanotrofî e asili in tutto il Giappone, in cui gli anonimi donatori si sono firmati Naoto Date. Hanno continuato per un bel po’, poi svaccando con nomi di altra gente, da Lupin III a Naruto, ma comunque a dare il via a tutto è stato Naoto.

Le citazioni transmediali del wrestling non si contano: il wrestling è sempre incluso tra le arti praticate da almeno un personaggio in ogni picchiaduro che si rispetti, e i lottatori compaiono spessissimo in programmi tv e drama.
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Quali sono le principali differenze tra le principali scuole (Giappone, Europa, America, Canada e Messico)?
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Inizialmente non erano cosí marcate, ma sono venute aumentando col tempo. Il Canada è grosso modo similare agli Stati Uniti, per cui una vera e propria differenza di stile non è cosí palpabile. Negli USA il wrestling mainstream prevede grande enfasi sulla teatralità rodomontesca del tutto: in pratica si recita oltre le righe, sempre e comunque, e la cosa è evidente soprattutto nelle interviste e nelle sfide che si lanciano i lottatori. Sono poche le mosse molto pericolose, e quelle piú rischiose spesso vengono bandite. Poi c’è tutto un sottobosco di indipendenti che si ispirano variamente a Messico, Europa e Giappone per puntare sulla diversità, per cui è difficile dire che c’è UNA scuola; ma la cosa ovviamente vale per tutto il mondo.

In Messico puntano tutto sull’azione spettacolare di taglio circense, e sono nati lí i movimenti volanti piú scenografici, anche se non le maschere per le quali il Messico è a tutt’oggi famoso – che sono un residuo dei tempi in cui il wrestling era praticato nei circhi e nelle fiere paesane di America ed Europa. In Messico si sono sviluppate in maniera tutta loro, con intere generazioni di lottatori che si passavano la maschera di padre in figlio alla stregua de L’Uomo Mascherato.

Il Giappone punta piú sull’azione nuda e cruda, e ciò che i lottatori sanno fare lo devono mostrare sul ring, non certo a chiacchiere. Tradizionalmente è piú presentato come uno sport vero e proprio, con tanto di angolo blu e angolo rosso, e arbitri non cosí ciechi come accade nel resto del mondo…

L’Europa ha influito su tutto quanto perché i pionieri sono stati immigrati europei, che hanno portato nel calderone che furono gli USA le loro esperienze degli stili tradizionali di partenza, non di rado integrandole con le loro esperienze in giro per il mondo: vedasi il caso di Karl Gotch, che partí dall’Ungheria studiando grecoromana, passò dallo Snake Pit di Billy Riley a Wigan in Inghilterra a imparare il catch e poi, una volta in India, adottò il metodo di allenamento a base di squat massacranti tipico dei lottatori indiani di pehlwani. Per poi importarlo in USA e Giappone, dove si impose come standard. Per cui, nonostante si possano identificare degli “stili nazionali”, la realtà è sempre in continuo mutamento, e ricca d’influenze vicendevoli. Come del resto tutte le arti marziali di tutto il mondo.
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Quale/i stile/i preferisci e perché?
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Quello giapponese, ovviamente. Perché mi esalta di piú come modo di raccontare le cose, ed è molto piú facile da prendersi sul serio rispetto a quello WWE. Ciononostante, adoro anche gli incontri in stile comedy, e anche in questi i giapponesi sono maestri di delirio… :P
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Sei stato uno dei “padri fondatori” del movimento italiano di questa disciplina e della Italian Championship Wrestling. Com’è nato tutto ciò?
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Frequentavo l’università a Venezia quando un giorno un compagno (ciao, Giovanni) mi disse di avere trovato un annuncio a proposito del wrestling. Andai sul luogo e conobbi quelli che poi sarebbero divenuti i primi membri fondatori della ICW: Nino Baldan, Nicola “Frost” Benvegnú, Emilio Bernocchi, Thierry “Tsunami” Gerbore e Damiano “Pitbull” Lanzoni. Di questi, Baldan non poté firmare l’atto costitutivo perché minorenne, ma l’idea d’origine fu sua. Lui e Nicola si distaccarono dal progetto dopo un paio d’anni, mentre gli altri continuarono il loro coinvolgimento anche dopo il ritiro sul ring. Attualmente io ed Emilio siamo ancora attivi sul quadrato.

Dopo un allenamento abbastanza approssimativo (perché all’infuori delle nostre esperienze di arti marziali non avevamo alcuna base reale di wrestling) e un minishow inter nos di qualità infima, decidemmo che la cosa poteva e doveva essere meglio gestita, e che però ci era assolutamente necessario allenarci seriamente se volevamo evitare di essere nient’altro che una delle innumerevoli “federazioni backyard” che tanto nuocciono alla scena (e alla schiena dei partecipanti…). E l’unico modo era andare a imparare da chi ne sapeva. Ragion per cui ci fu chi di noi finí in Inghilterra, chi negli USA, chi in Giappone. Dopo un anno mettemmo in piedi il nostro primo show, e da allora siamo cresciuti e abbiamo ottenuto i nostri bei risultati concreti. Tecnicamente ora siamo a livelli pari al resto della scena europea.
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Come mai, secondo te, il wrestling italiano resta (per il momento) una disciplina abbastanza di nicchia?
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Oltre alle considerazioni già espresse su Carnera riguardo alla “morale strisciante”, c’è il fatto che la scena italiana è frammentatissima, in diverse parrocchie che si ignorano o piú spesso guardano in cagnesco tra loro. Ma anche nell’improbabile caso di alleanze e collaborazioni, il problema principale resterebbe sempre uno: trovare i soldi. Allestire uno show costa un sacco di denaro, e in Italia, specie nella situazione attuale, è assai faticoso trovare chi ti sponsorizzi. La maggior parte degli sponsor preferisce investire nei tour europei della WWE, che è conosciuta da tutti e gode di costante pubblicità in televisione.

Quando ci fu il boom della WWE, da otto a cinque anni fa, era facilissimo vendere uno show, ma sull’affare ci si buttarono tutti sopra come avvoltoi: spesso rovinando anche la piazza, dato che bastava scrivere sul cartellone “wrestling”, non importa se poi non era la WWE anche se sul cartellone avevi messo i loro lottatori, o se peggio ancora lo spettacolo era pure scarso, ma il pubblico lo avresti avuto garantito. Chiaramente la gente la freghi una volta, poi il posto te lo sei bruciato… A complicare ulteriormente le cose intervenne il modo stesso con cui la WWE veniva proposta sulle reti televisive, presa in giro dagli stessi commentatori che la riducevano a una pagliacciata. Che è un po’ come se durante Indiana Jones mi sentissi Ford ogni due minuti che si rivolge a me dicendo “vabbe’, tanto lo sapete che me la caverò”. Intelligentissimo, non c’è che dire.

Poi arrivò il caso Benoit (Chris Benoit, lottatore canadese scomparso nel giugno 2007 dopo un controverso caso di omicidio-suicidio, nds), la WWE sparí dalla tv generalista dall’oggi al domani e il wrestling visse quasi un periodo di damnatio memoriæ. Ragion per cui divenne ancora piú difficile trovare gli sponsor: attualmente poi, con la crisi economica, non ne parliamo. Il wrestling in Italia non garantisce un salario, e tutti i lottatori italiani, me compreso, attualmente lo mantengono piú che altro come hobby.
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E con questo si conclude l’intervista a Manuel Majoli, se avete altre domande o curiosità, postatele pure nei commenti!

RTRReady To Rumble è la rubrica di Lega Nerd che ti scaraventa nel mondo del wrestling.

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