Ho scoperto da poco l’esistenza di Prisoners in Paradise, un documentario che racconta la storia dei prigionieri di guerra italiani (parliamo della Seconda Guerra Mondiale) internati nei campi di prigionia sul territorio americano.

Una storia poco nota che mi ha toccato da vicino.

Se vi interessa, sotto la storia di Nardo, mio zio.
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Leonardo, per tutti Nardo, viveva a Genova, aveva un fratello e due sorelle ed era il maggiore, il loro punto di riferimento, un ragazzone, di buon cuore, forte e sano, appassionato di calcio e boxe.

Era la fine degli anni ’30 e dopo la scuola gli arriva la chiamata per il servizio militare in Marina, arruolato nel Reggimento San Marco (quello che ora si chiama “battaglione”).
Viene imbarcato e spedito in Cina, a Tientsin, uno dei 300 uomini assegnati alla protezione della concessione perpetua italiana dopo la Guerra Civile che aveva sconvolto il Paese.

Come potete immaginare le licenze non consentivano di rientrare in Italia e il servizio militare all’epoca, in Marina, durava 2 anni: il nostro Nardo aveva vent’anni e soffriva la mancanza della famiglia, degli amici, della sua vita.

Ma erano tempi difficili e arrivato quasi alla fine… ecco che scoppia la guerra.
Il San Marco viene impiegato prima in Grecia e poi in Africa, in Libia.
Non si sa molto delle sue vicende durante la guerra, dei combattimenti, delle sofferenze, se non attraverso i racconti che i fratelli leggevano nelle sue lettere dal fronte.

Perché Nardo a casa non tornava quasi mai.
Nel maggio del 1943 l’ultima battaglia contro gli alleati e la capitolazione.
Nardo venne fatto prigioniero dagli americani e trasferito negli Stati Uniti in un campo di prigionia vicino a Oakland, in California.

Certo la guerra cambia il destino delle persone, spesso tragicamente in peggio, ma per Nardo la prigionia negli USA non era certo paragonabile a quelle patite dai prigionieri di tedeschi o russi: era pur sempre un campo di lavoro, ma si mangiava e la disciplina era umanissima, c’era persino il corso di inglese.

In quel periodo quasi tutti gli uomini validi erano impiegati o al fronte o nell’industria bellica, servivano braccia per svolgere lavori di retrovia e tutte le altre mansioni e Nardo venne messo a fare il postino nella cittadina in cui si trovava il campo.
Tutti i giorni usciva dal campo, prendeva le lettere e passava a distribuirle per le casette a schiera, un mondo così diverso dalla Genova di fine anni ’30 che ricordava.

Ma il destino aveva in serbo un’altra sorpresa: Lena, una bella ragazza di origini liguri, bionda e pettinata come le dive del cinema dell’epoca.
Quando passava da casa sua era sempre lei a ritirare la posta e finì, giorno dopo giorno, con l’innamorarsi di Nardo.

La guerra però finì e i prigionieri di guerra vengono rimpatriati immediatamente, non è possibile per loro ottenere un permesso di soggiorno.
Nardo tornò a casa: erano passati tanti anni dall’ultima volta che vedeva la sua città, la sua casa (nel frattempo bombardata), i suoi genitori, i suoi fratelli e Sara, la sua fidanzatina…
Genova nell’immediato dopoguerra non era il massimo, il lavoro in porto e tutto da ricostruire, compresa la vita.
Le lettere con Lena evocavano ricordi indelebili di un vero e proprio paradiso, un sogno reso però impossibile dalle distanze, dai costi, dalla burocrazia.

Ma Lena non era tipa da farsi intimidire: un bel giorno è partita, accompagnata solo da un’amica, e ha attraversato gli Stati Uniti in treno fino a New York.
Qui ha dovuto aspettare una settimana prima di trovare una nave che la portasse a Genova, ma alla fine ce l’ha fatta: era venuta in Italia a prendersi il suo Nardo.
Si sono sposati e dopo pochi giorni se ne sono tornati in California.

James e Silvio, i loro figli, oggi sono due CHiPs (agenti della California Highway Patrol) in pensione e vivono nei dintorni di San Francisco, circondati da un sacco di nipotini.
Nardo se n’è andato da tanti anni ma Lena è rimasta la donna energica e determinata di un tempo: tutt’ora, a quasi 90 anni, esce di casa tutte le mattina e guida la sua enorme berlina verso il negozio di alimentari italiani nel quale lavora da decenni.
Anche Sara ha capito, era passato troppo tempo, si è sposata e ha fatto la sua vita.

Ma anche se l’abbiamo visto così poco (io nelle poche ultime volte in cui è tornato in Italia) tutti ci ricordiamo di Nardo e di questa sua vita un po’ avventurosa e un po’ romantica.[/more]

Decine di migliaia di italiani hanno vissuto esperienze simili alla sua, sono stati accolti dalla comunità italiana in America e tanti di loro vi si sono trasferiti dopo la guerra, approfittando del benessere e delle opportunità che vi hanno trovato.

Liberamente estratto e tradotto da Prisoners in Paradise:
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Dal giugno 1940 al maggio 1943, centinaia di migliaia di italiani furono mandati a combattere una guerra per la cui non erano equipaggiati e della quale non capivano molto.
Alla fine del 1943 oltre 60.000 soldati italiani erano stati presi prigionieri e 51.000 di loro portati in negli USA come prigionieri di guerra.

Il documentario Prisoners in Paradise narra il viaggio di 6 giovani italiani: dalla guerra all’internamento come prigionieri in un Paese con un livello di abbondanza e ricchezza che non avrebbero mai creduto possibile, fino ad una decisione che non avrebbe solo cambiato la loro esperienza di prigionieri ma, in molti casi, portato ad una seconda decisione che avrebbe cambiato del tutto il corso della loro vita di adulti.

La prima decisione critica per i POW italiani seguì l’8 settembre 1943, dopo la firma dell’armistizio.

Ora l’Italia era ufficialmente alleata degli USA e i prigionieri dovevano decidere se “collaborare” (cioè svolgere lavori inerenti la guerra) con quelli che fino al giorno prima erano i nemici ed i loro carcerieri.

Per capire quanto questo concetto potesse confonderli basti pensare che nello stesso periodo in nord Italia era occupato dai tedeschi che, il 12 settembre, erano riusciti a liberare Mussolini e metterlo a capo della neonata repubblica fascista di Salò.

Se questi capovolgimenti di fronte sono difficili da capire per noi dopo decenni figuratevi per quei ragazzi italiani che erani stati appena portati via dal fronte.

Guardando i dati, sembra chiaro che in generale i prigionieri italiano dimostrarono simpatia per la causa Alleata. Circa il 90% dei prigionieri di guerra accettarono di supportare lo sforzo bellico americano entrando nelle cosiddette “Italian Service Units”.
Ma la scelta non era così semplice, anzi in realtà fu spesso traumatica: se questi uomini erano andati in guerra con la consapevolezza che non dovevano sposare la causa della guerra ma solo credere nella grandezza dell’Italia, che cosa significava cambiare bandiera?
Era mantenere la lealtà al nuovo governo del loro Paese?
Oppure era solo un patetico modo per evitare di essere associati con la parte sconfitta?

Per quei ragazzi le domande erano queste, oltre alla paura di essere rimandati al fronte, questa volta magari in Giappone, il timore di essere chiamati a produrre munizioni che sarebbero state usate contro altri italiani e di possibili ritorsioni contro le loro stesse famiglie se si fosse venuto a sapere che ora stavano aiutando gli Alleati.

Per gli ufficiali, più indottrinati nell’ideologia fascista, cambiare idea era incomprensibile in quanto negava il coraggio delle proprie scelte e convinzioni.

Infine, per alcuni soldati e ufficiali che avevano combattuto a fianco dei tedeschi per due anni e mezzo, c’era la questione delle lealtà verso i vecchi compagni d’armi.

I POW italiani avevano ragione a considerare la scelta di supportare lo sforzo bellico degli USA come una scelta difficile. Avrebbe drammaticamente cambiato la loro esperienza di prigionieri e, per quelli che si sarebbero trovati immersi nelle relazioni e nell’abbondanza dello stile di vita americano, li avrebbe portati a chiedersi se dopo la guerra avrebbero dovuto tornare a vivere in Italia o approfittare della possibilità di costruirsi una nuova vita sotto la bandiera di un altro Paese.

Quasi tutti i 45.000 prigionieri italiani che alla fine entrarono nelle Italian Service Units furono trasferiti rapidamente nei siti industriali e costieri degli Stati Uniti a lavorare con personale civile e militare americano in attività belliche per tutto il resto della guerra.

Coloro che non accettarono di collaborare invece furono trattenuti in campi altamente isolati in Texas, Arizona, Wyoming e Hawaii.

Oltre ad avere un lavoro ed un salario, gli uomini impiegati nelle Italian Service Units avevano maggiore libertà di movimento e di conseguenza maggiori possibilità di contatti con la popolazione civile americana.

Nel Paese c’era un crescente interesse da parte degli italoamericani che cercavano i loro parenti, amici o semplicemente compaesani all’interno dei campi.
Il risultato fu che molte parrocchie cattoliche organizzarono cene dove gli italoamericani potevano incontrare i prigionieri italiani.

Questo trattamento era ovviamente riservato ai prigionieri che avevano accettato di collaborare mentre il grado di libertà concesso ai membri delle Italian Service Unit variava molto a seconda del campo in cui si trovavano all’interno degli USA.

Comparando l’esperienza dei prigionieri della costa Est con quelli del mid-West e della costa occidentale rivela come, sebbene all’interno del campo le condizioni fossero quasi identiche, le comunità esterne ebbero una forte influenza sulla libertà di movimento concessa ai prigionieri al di fuori dei campi.
La risposta delle comunità variava a seconda della presenza di immigrati da prima della guerra, politiche locali, situazione economica e coinvolgimento e prospettive riguardo la guerra.

Per esempio si potrebbe pensare che la costa Est, più vicina e simile al “vecchio mondo” e collegata all’Europa per via delle grandi comunità di italoamericani presenti, fosse il posto in cui i prigionieri italiani avrebbero trovato la migliore accoglienza, ma così non fu: sebbene molti italoamericani ebbero contatti con i prigionieri (ad esempio facendogli visita la domenica), il fenomeno rimase generalmente assai limitato.
Sebbene fosse apprezzata la loro collaborazione allo sforzo bellico, non era dimenticato il contributo dell’Italia all’escalation della guerra stessa.

Negli stati centrali invece, Utah, Michigan e Ohio, i membri delle Italian Service Units avevano alcuni privilegi ufficiosi riguardo la loro libertà di movimento: i prigionieri venivano scortati da militari americani (generalmente corrotti con denaro) oppure gli era consentito di sgattaiolare fuori dal campo e rientrare senza conseguenze, con il tacito accordo che i soldati avrebbero chiuso un occhio.
A Ogden, Utah, una chiesa locale organizzava balli ogni fine settimana per i prigionieri e le famiglie potevano visitare il campo ogni domenica.

Infine in California, dove la guerra divenne più palpabile verso la fine del 1945 a causa dell’intensità degli scontri nel Pacifico, i prigionieri italiani furono accolti con entusiasmo.

Sebbene alcuni italoamericani delle West Coast subirono le tensioni tra i concittadini nella prima parte del conflitto (ad esempio se si dimostravano apertamente preoccupati o a supporto dell’Italia), dopo l’armistizio l’animosità delle comunità si spostò prevalentemente verso gli asiatici.
Il risultato fu che i prigionieri italiani in California ebbero una grande libertà di movimento dentro e fuori dai campi.

La storia più stupefacente è quelli dei prigionieri del campo di Angel Island che organizzavano regolarmente serate danzanti in una sala di San Francisco che essi stessi avevano affittato col proprio denaro.

Inoltre le famiglie italoamericane potevano richiedere un permesso per portare i prigionieri italiani fuori dal campo per gite o picnic.

E’ importante notare come l’immigrazione degli anni ’20 e ’30 fu la causa della buona accoglienza dei prigionieri italiani in California: gli italiani immigrati in massa nei decenni precedenti si erano stabiliti come pescatori, agricoltori e produttori di vino.

In questo Stato, in cui la presenza di immigrati da ogni parte del mondo era assai consistente, negli anni ’40 gli italiani erano ormai abbastanza integrati, al contrario della comunità asiatica i cui lavoratori erano visti come una minaccia dal movimento dei lavoratori bianchi.
Il razzismo si spostò quindi dagli italiani su altre comunità, congiuntamente ad una estensione della percezione di chi si potesse definire un “vero americano”.

Durante la Seconda Guerra Mondiale gli immigrati bianchi (italiani, ebrei e irlandesi) raggiunsero uno status di accettazione e integrazione maggiore a causa dell’essere stati chiamati a combattere in guerra, formando legami inter-razziali proprio durante il servizio militare.

Oltre alle storie di prigionieri che interagirono con italoamericani, ci sono numerose situazioni di prigionieri venuti a contatto con altre etnie (ad esempio mandati a lavorare presso fattorie di immigrati tedeschi o sorvegliati da guardie di origine irlandese etc): in molti casi la pulsione umana verso l’amicizia ed il cameratismo ha avuto il sopravvento su parole quali “nemici”, “prigionieri” e “stranieri”.

Questo è generalmente riconosciuto come derivante dalla vitalità e buona volontà degli italiani unita alla curiosità, apertura e umanità degli americani.

Alla fine della guerra nel dicembre 1945 i prigionieri italiani avevano contribuito con milioni ore di lavoro per lo sforzo bellico.
Quando furono rimpatriati nel gennaio del 1946, un gran numero di loro si lasciava alle spalle relazioni insperate e profonde, con la ferma intenzione di trovare un modo di restare in contatto.

La felicità del ritorno a casa fu poi mitigata dalla vista della devastazione in cui versava l’Italia e la consapevolezza che le opportunità per i giovani di ritorno dalla guerra erano davvero misere.

Per coloro che invece avevano deciso di non collaborare con gli USA, il ritorno spesso significò scoprire che anche amici e parenti avevano nel frattempo deciso di supportare gli alleati e che la posizione di “non collaborazionista” non era più popolare, nè ufficialmente nè ufficiosamente.

Negli anni del dopoguerra, alcune delle coppie che si erano conosciute in America decisero di sposarsi.
Per poterlo fare le donne dovevano venire in Italia per sposarsi (a causa delle quote di immigrati consentiti ogni anno negli USA).

Spesso, a causa delle difficoltà economiche, le coppie tornavano in America per formare la propria famiglia, dove le donne avevano vissuto e avevano ancora un lavoro.

Non si sa ufficialmente quanti prigionieri hanno seguito questa strada ma sicuramente alcuni di loro sono diventati cittadini americani vivendo e lavorando nelle stesse città in cui erano stati tenuti come prigionieri di guerra.

Altri, vedi in particolare gli ufficiali del campo “per fascisti” di Hereford, Texas, hanno scritto libri e opere d’arte sulla loro esperienza e sono tornati a fare visita i quei luoghi.

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Link:
Prisoners in Paradise
Storie di POW italiani in USA