Le invasioni ottomane: i Martiri d’Otranto

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14 Agosto 2011

Oggi, 14 agosto, per il calendario cristiano si celebrano i Beati Martiri di Otranto. La festa dei “Santi Martiri” è il cloue dell’estate idruntina e accompagna da sempre le mie estati in Salento. Ma non è della festa che voglio parlarvi. Oggi mi sento ispirato e dopo un mese e mezzo di pausa dalla Lega, mi fiondo in una ricca lezione di storia.

Le mire espansionistiche di Maometto II


Nel 1479, con una mossa audace, il Sultano Mehmet (Maometto) II provò l’assalto della roccaforte cristiana, l’Italia, da ben due fronti: quello nord e quello sud. Dopo aver conquistato Costantinopoli nel 1453, Mehmet II cominciò a considerarsi l’erede dell’Impero romano e pensò seriamente alla conquista dell’Italia per riunire i territori romani sotto la sua dinastia: da tempo ormai dichiarava di voler usare la Basilica di San Pietro in Roma come abbeveratoio per i suoi cavalli.
Ordinò così al Visir Gedik Ahmet Pasha di guidare la flotta ottomana nel Mediterraneo nella guerra contro Napoli e Milano. Durante questa campagna, Gedik Ahmet Pascià conquistò le isole di Santa Maura (Leucade), Cefalonia e Zante (Zacinto). Come parte di questo piano, Gedik Ahmet Pascià fu inviato con una forza navale verso il tacco della penisola italiana. Dopo un tentativo fallito di strappare Rodi ai Cavalieri di San Giovanni, nel 1480 riuscì a prendere la città portuale di Otranto, dove la popolazione venne massacrata.

La battaglia di Otranto


Il 28 luglio 1480 un’armata turca proveniente da Valona, forte di 90 galee, 40 galeotte e altre navi, per un totale di circa 150 imbarcazioni e 18.000 soldati attraccò nei pressi dei laghi Alimini e si presentò sotto le mura di Otranto.
La città resistette strenuamente agli attacchi, ma la sua popolazione di soli 6.000 abitanti non poté opporsi a lungo ai bombardamenti. Infatti il 29 luglio la guarnigione e tutti gli abitanti abbandonarono il borgo nelle mani dei Turchi, ritirandosi nella cittadella mentre questi ultimi cominciavano le loro razzie anche nei casali vicini.
Quando Gedik Ahmed Pasha chiese la resa ai difensori, questi si rifiutarono ed in risposta le artiglierie turche ripresero il bombardamento.

L’11 agosto, dopo 15 giorni d’assedio, Gedik Ahmed Pasha ordinò l’attacco finale durante il quale riuscì a sfondare le difese e a espugnare anche il castello.

L’eccidio degli Otrantini


Forte della sua posizione, Pasha ordinò agli idruntini di rinnegare la loro fede cristiana onde aver salva la vita ma ricevendone un netto rifiuto, irruppe con i suoi uomini nella Cattedrale. I fedeli furono quindi tutti catturati e Ahmed cominciò un lungo discorso con l’arcivescovo che ivi celebrava il culto, Stefano Agricoli, fatto di minacce e varie promesse. La fermezza dell’arcivescovo però mandò il visir fuori dai gangheri e con la sua stessa scimitarra lo decapitò e ridusse il corpo a brandelli. La testa, infilzata su una picca, fu portata in giro per la città. Il comandante della guarnigione Francesco Largo venne invece segato vivo e il resto dei fedeli presenti nella cattedrale, tutti bambini, anziani e donne, furono massacrati uno ad uno. La cattedrale diventò così la stalla di tutta la guarnigione ottomana. Ma l’eccidio non era ancora finito.

Un piccolo esercito di giovani otrantini, 814 in tutto, si ripararono cercando di organizzarsi al meglio per la battaglia. Furono scoperti e catturati tutti e portati sul Colle della Minerva la sera del 13 agosto. Tutta la notte furono vittime degli scherni e delle minacce dei turchi che promisero salva la vita a chiunque abbracciasse la fede musulmana. Ancora una volta, la loro fermezza, innervosì il comandante Ahmed che ne ordinò l’uccisione: il primo a poggiare il capo sul ceppo dei carnefici fu un certo Antonio Pezzulla, detto il Primaldo, capo “spirituale” della piccola guarnigione. Il suo capo rotolò via, ma il corpo si pose da solo ritto all’impiedi e nonostante gli sforzi di decine di turchi, non cadde finché non rotolò la testa dell’ultimo otrantino rimasto.

La risposta cristiana


La caduta e il massacro di Otranto suscitarono viva emozione tra i cristiani; ma anche i timori di una possibile invasione, per cui alla corte pontificia qualcuno arrivò addirittura a proporre il trasferimento della corte papale ad Avignone.
I Turchi, occupata Otranto, la utilizzarono come base per scorrazzare indisturbati in tutto il Salento, seminando terrore e morte fino al Gargano. La reazione aragonese stentava a formalizzarsi, anche perché Venezia persisteva nella sua neutralità, acquistata dopo una lunga guerra (nella quale, restata sola contro i Turchi ottomani, aveva pochi anni prima firmato una tregua perpetua), e gli altri Stati italiani erano interessati più delle guerre in terraferma che sul mare. Da questo indulgere i Turchi ricavarono il tempo per fortificare Otranto secondo concetti difensivi avanzati.

Sisto IV riprese in mano la situazione. Concluse la pace con Firenze, per la quale pertanto l’attacco musulmano significava salvezza, e, fattosi promotore di una tregua tra i vari stati italiani, pubblicò una bolla con il bando di crociata cui invitò tutti i principi cristiani. Sisto IV costituiva così un’alleanza di Genova con Firenze, con il re d’Ungheria ed i duchi di Milano e Ferrara.
Gli aiuti promessi tardavano ad arrivare ed erano evidenti le disparità tra le forze in campo. L’inverno del 1481 passava nelle vane promesse di aiuti, mentre gli Ottomani ricevevano via mare rinforzi; alcune scaramucce nell’entroterra e sulle acque non sembravano decidere le sorti dell’occupazione: i turchi rimanevano saldamente padroni della città, nonostante gli attacchi che si facevano sempre più frequenti provocando crudeli ritorsioni nei confronti degli inermi cittadini che nel frattempo non erano stati massacrati o fatti schiavi.
Al momento di realizzare la crociata sopraggiunse una serie di defezioni.

Con l’arrivo della buona stagione, l’aragonese accelerò le operazioni di assedio grazie agli aiuti ottenuti dagli Stati italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro sopravvivenza rappresentato dall’occupazione turca.
Finalmente il primo maggio si mise il campo presso Otranto con imponenti apparati difensivi studiati da Ciro Ciri, “maestro ingegnere” inviato dal duca di Urbino.

Riorganizzate tutte le forze e ricevuti finalmente tutti gli aiuti promessi dalle diverse città italiane, Sisto IV sancì il via della Crociata contro gli Ottomani e l’attacco a Otranto fu lanciato dalla terra e dal mare.

La morte di Maometto II e la risoluzione finale


A risolvere la situazione fu però la morte del cinquantaduenne sultano Maometto II, avvenuta tra il 3 e il 4 maggio 1481. L’avvenimento decise le sorti dell’assedio e fu accolto con sollievo da parte dei cristiani, poiché la successione del sultano ottomano aveva aperto le ostilità tra i di lui figli Bayazit e Cem. In conseguenza era sorta una nuova crisi per l’impero turco, per il vuoto politico creatosi, e Ahmet venne richiamato in patria.
A Otranto l’esercito ottomano, privo di rinforzi e pressato dagli eserciti e dalle milizie cristiane, subì il 23 agosto un violentissimo attacco che provocò nelle due parti notevoli perdite umane.
I turchi furono costretti dopo una disperata resistenza a cedere, e Ahmet Pascià accettò una resa dignitosa. Il 10 settembre 1481 riconsegnò la città al duca Alfonso di Calabria, arrendendosi onorevolmente e tornando a Valona: i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie, nella quale erano sopravvissuti solo 300 abitanti.

Il 13 ottobre 1481, più di un anno dopo, i corpi degli otrantini trucidati furono trovati perfettamente conservati ancora lì sul Colle della Minerva e vennero successivamente traslati nella Cattedrale di Otranto.

Oggi, a distanza di 531 anni dall’eccidio idruntino che sancì la fine della battaglia di Otranto, mi è balzato alla mente una domanda: e se i piani di Maometto II fossero andati a buon fine, cosa ne sarebbe ora dell’Italia? Ai commenti le ardue sentenze.

Buon Ferragosto a tutti.

Fonti:
La buonanima di mio nonno Vittorio
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domenica 14 agosto 2011 - 23:17
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