L'RGB nei monitor #LegaNerd
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Rieccoci all’ottava puntata di Colorama!
Sommario delle puntate precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7.

In questa puntata vedremo come viene implementato l’ RGB, che prende il nome dalle iniziali dei suoi colori primari (red, green, blue).

L’RGB e’ un modello additivo (ovvero che applica i principi della sintesi additiva) ed è molto utilizzato per la codifica dei colori nei dispositivi di acquisizione d’immagine (come scanner e fotocamere digitali), e praticamente in qualsiasi dispositivo dotato di schermo. Vediamoli in dettaglio.

I monitor


Il numero di colori che un monitor e’ in grado di visualizzare, e’ detto profondità di colore.

Tutti i monitor più recenti ormai supportano almeno una profondità di colore di 24 bit, di cui 8 per ogni colore primario (rosso verde e blu), che portano a una gamma di 256 toni per ogni primario.
Combinati tra loro forniscono 16,7 milioni di possibili colori.

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Nei monitor, i tre primari RGB si compongono fisicamente all’interno di ogni pixel, un punto luminoso colorato sulla superficie del monitor stesso, formato da tre subpixel di colore diverso.

La risoluzione di un monitor indica il numero di questi pixel, e di conseguenza la definizione dell’immagine.

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Il dot pitch invece, indica la distanza, all’interno della griglia, tra subpixel dello stesso colore.
Viene misurato in centesimi di millimetro, e da una misura della distanza tra un pixel e l’altro, ovvero della dispersione dei pixel sulla griglia.

CRT e LCD


La tecnologia con cui vengono realizzati questi pixel e il modo in cui vengono creati i subpixel, dipende dal tipo di monitor specifico.

Negli schermi a tubo catodico (CRT) classici, ad esempio, ogni pixel è composto da tre fosfori di tre tipi diversi, ognuno capace di emettere, se eccitato da un fascio di elettroni, una luce di uno dei tre colori primari RGB.

Nei più recenti schermi a cristalli liquidi (LCD), ogni pixel è costituito da tre celle contenti un liquido, che se sottoposto a un campo elettrico cambia la sua polarizzazione, fermando o lasciando passare la luce.
Dietro allo strato di queste celle c’è una sorgente luminosa (in genere una lampada alogena o a LED), la cui luce viene fatta passare selettivamente solo dalle celle di volta in volta attivate.

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OLED


In un display OLED (acronimo di Organic Light Emitting Diode), invece, mentre viene mantenuta la struttura a celle di liquido degli schermi LCD, esse contengono sostanze organiche in grado di emettere luce propria.

Un display OLED quindi, non è retroilluminato, non necessita di una sorgente di luce dietro allo strato delle celle, e può essere molto più sottile e addirittura flessibile.

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Nella prossima puntata vedremo come l’RGB viene invece implementato nei dispositivi d’acquisizione d’immagine, come scanner, fotocamere e sensori industriali.

A presto!

Fonti
Fotografia Digitale”, Rob Sheppard, 2004
Webster’s
Displayblog 1 e 2

UPDATE: aggiunta la parte sul dot pitch, grazie a @yudoit per la segnalazione :)

[Colorama] e’ una rubrica a cura di @gigiopix sui colori e sulla percezione visiva.

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