
E disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi:tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.Poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno.
Tutti grazie al meglio cinema siamo a conoscenza del fenomeno dell’antropofagia. Chi non conosce la figura del dottor Hannibal Lecter, il sadico genio criminale che si nutre di carne umana?
Oggi il termine cannibalismo tende a sostituire quello di antropofagia, venendo accettato come generalizzazione corretta; in più è molto più diffuso, e usato in contesti diversi, non solo fisici, ma per la scienza il termine più corretto rimane il primo.
Nell’etologia il termine viene anche indicato in quei casi in cui un animale divora un suo simile, per questo ha una diffusione maggiore nell’immaginario comune, oltre ad un suono meno ostico.
Chi si ciba di Esseri Umani?
Innanzitutto dobbiamo ricordarci che l’uomo non sempre è in cima alla piramide alimentare: molti predatori ancora oggi cacciano, uccidono e mangiano gli esseri umani come se fossero qualsiasi altra preda.
Nelle aree non urbane, immersi nella natura selvaggia, l’uomo non ha alcun tipo di privilegio, ed essendo composto da carne come tutte le selvaggine più prelibate, può essere facile preda di altri carnivori. Anche se può sembrare così banale, in realtà non lo è affatto; siamo oggi talmente sicuri di noi stessi di essere la specie dominante che non ci sfiora la mente il pensiero che da soli e a mani nude valiamo meno di una scimmia; niente artigli, nessuna difesa, una grande paura.
L’uomo in condizioni normali ( o speciali, voi che ne dite?) potrebbe trovarsi in seria difficoltà con chi lotta per sopravvivere, come leoni, tigri, puma, leopardi, orsi, lupi e insetti.
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I casi umani
Fin dall’antichità la nostra cultura “occidentale” addita violentemente i casi di popoli dediti al consumo di carne umana: Erodoto ne parla ne le Storie, descrivendo i popoli degli androfagi e dei massageti, popoli asiatici vicino agli sciti; Plinio il vecchio in Storia Naturale e Talete in Introduzione Geografica riportano osservazioni di episodi in Irlanda, dell’altopiano iraniano, nelle regioni dell’alto Nilo e nel cuore dell’Africa nera. In seguito Marco Polo parlerà dell’isola di Sumatra, del Giappone, delle isole Andamane nell’oceano indiano. Cristoforo Colombo in seguito sarà il primo a riportare il termine “cannibale”, derivante dal nome delle popolazioni additate dai nativi americani come uomini dediti all’antropofagia, i Cannibi o Caribi, da cui il termine Caraibi. Le segnalazioni in seguito si sprecano, anche per dimostrare le barbarie di uomini inferiori, senza civiltà, indegni di essere uomini, nell’epoca del grande colonialismo.
Il grande tabù viene poi riscoperto ed usato come arma nel corso del novecento, per screditare il comunismo in tutte le sue forme, come con gli episodi dovuti alla carestia russa del 1921, o a quella ucraina del 1932; collocando il tabù in un contesto continentale, il disgusto è incredibile, e tralasciando gli aspetti della fame, immediatamente l’associazione comunisti-mangiatori di bambini fu immediato.
E il novecento scoprirà infine un nuovo cannibalismo, quello criminale, che ogni tanto partorirà nuovi mostri, insospettabili o meno.
La totale estraneità dalla nostra cultura odierna rende questi episodi macabri e raccapriccianti, e critiche vengono spinte da antropologi che non ritengono logico condannare aspetti di culture che non possiamo apprendere appieno.
Il cannibalismo Ancestrale
I predecessori dell’uomo hanno avuto esperienze di cannibalismo, come dimostrano reperti di 800000 anni fa rinvenuti a Gran Dolina, in Spagna: le ossa presentano segni di morsi umani, di macellazione, di scorticamento; Anche durante il periodo dell’Homo Neandertalhensis (200000 anni fa) pare vi fosse la pratica, e gli storici commentano le prove collegandole a motivazioni magico-rituali, collegate anche a casi di semplice soppravvivenza.
Il cannibalismo Rituale
Nell’Africa più nera è od era molto in voga la pratica del cannibalismo per scopi magici: mangiare un prigioniero di un clan nemico era un gesto che mirava all’impadronirsi delle energie del nemico, come documentato sia in casi di scontri in epoca coloniale, che in periodo postcoloniale nei conflitti in Congo, Liberia, Uganda e Ruanda. Le radici sciamaniche tramandate da una cultura orale sono ancora diffuse, come ad esempio la credenza dei poteri dei guaritori, che fanno mangiare ai pazienti organi umani dai poteri magici come nei casi di persone particolari come capotribù, grandi guerrieri caduti od uccisi e nel caso ancora più particolare degli albini.
Oltre ad impadronirsi della forza attraverso il cannibalismo, il significato rituale può essere inteso come atto di appartenenza; la setta degli Uomini Leopardo era nota per chiedere ai propri adepti come atto di iniziazione quello di uccidere un proprio parente stretto, e in seguito di cannibalizzare ogni vittima.
Un altro significato ancora è quello del rito funebre, dove cioè il clan si riunisce e divora l’uomo venuto a mancare, in un grande e intenso banchetto affinchè il suo spirito viva in eterno dentro al proprio clan.
Credenze simili le troviamo anche nel sudest asiatico, come i poteri magici derivanti dai feti, o del nutrirsi del fegato dei nemici uccisi in guerra, come testimoniato dalla guerra civile cambogiana in tempi ben più recenti; I Khmer rossi reintrodussero la pratica di asportare la cistifellea a persone ancora vive per guarire ogni tipo di malattia, o di berne la bile, prima di ucciderli.
In india nei pressi del Gange, molti coltivano ancora la credenza che divorare i corpi spinti dalla corrente depositati sul fiume sia un modo per allontanare la vecchiaia.
Il continente americano presenta moltissimi esempi sopraccitati, compresi contatti con lo spirito del defunto, offesa per tribù nemiche e dominio sul proprio clan.
Gli Uroni erano soliti torturare per tutta notte i nemici imprigionati e ucciderli all’alba del giorno seguente, offendendo la tribù nemica e acquisendo forze dal caduto.
Presso la tribù dei Tupinamba un reietto doveva essere giustiziato pubblicamente, e le vecchie del villaggio erano le prime che potevano leccare il sangue dalla vittima mentre ancora sgorgava, e veniva concesso alle donne del villaggio di bagnare i propri capezzoli per
trasmettere anche ai figli il potere derivante da questo rito.
Gli Aztechi avevano un credo religioso basato su un mondo che ciclicamente veniva rinnovato, tra catastrofi e rinascite, e a loro modo sacrificavano e si nutrivano di uomini per placare divinità e assecondare il ciclo vita e morte.
Il cannibalismo obbligato: carestie e soppravvivenza
Oltre agli scopi rituali, sicuramente alla base del cannibalismo esiste un fattore comune a tutte le specie: la sopravvivenza. In un esempio trovato in rete, si parla di come ipoteticamente un gruppo di 10 persone si sia ritrovato senza cibo, e la soluzione è una sola: qualcuno dovrà morire. In questo caso due elementi verranno sacrificati, e molto probabilmente saranno stati i più deboli: in questo caso oltre al pericolo d’inedia, possiamo notare come i migliori si siano salvati, in quanto più furbi, più forti e più tenaci.
Ogni epoca che conosce una crisi alimentare in seguito presenta dei casi di cannibalismo più o meno diffusi, limitati dal peso della cultura, dall’appartenenza ad un culto, dal ripudio del proprio bagaglio civile.
Ai sopraccitati casi di carestia in Russia del 1921, frutto della guerra civile, e Ucraina, nata dalle politiche economiche di Stalin, aggiungo la grande carestia derivata dall’assedio di Leningrado del 1941, dove si registrava una media di 1000 arresti al mese per accuse di cannibalismo.
Probabile carestie colpirono anche i misteriosi Anasazi, tribù scomparsa nel nulla dell’ area del Colorado, dove nuove teorie sostengono che un periodo prolungato di siccità abbia di fatto distrutto ogni raccolto e reso poco reperibile qualsiasi tipo di cibo. Compensando il tutto con il numero degli abitanti, è molto probabile la direzione verso l’antropofagia.
Altro episodio famoso, soprattutto nel mondo dell’arte è quello del naufragio dei superstiti della fregata Medusa, che spinti alla deriva nell’oceano per poter sopravvivere arrivarono a mangiare i propri compagni: su 147 superstiti iniziali se ne salvarono solo 15.
Altro caso emblematico fu quello dell’ isola di Nazino, dove 6000 individui furono praticamente lasciati al loro destino dopo esser stati deportati su un isola lontana 900 chilometri dai centri abitati, sulle acque del fiume Ob.
In tempi più recenti l’incidente che ha coinvolto una squadra di Rugby precipitata sulle Ande rimase isolata per ben 72 giorni dal resto del mondo, e la drammatica decisione per sopravvivere fu quello di nutrirsi dei cadaveri dei propri compagni.
Il cannibalismo criminale
Ma i casi che ancora oggi ci colpiscono di più sono quelli legati non alle popolazioni, ma alle singole persone che per disturbi psichici o per particolari perversioni, uccidono per nutrirsi della propria vittima, senza nessun bisogno particolare, se non l’appagamento per aver compiuto il gesto.
Il più curioso dell’ epoca attuale fu senza dubbio il caso di Issei Sagawa, che uccise e mangiò una ragazza da cui era fortemente attratto a Parigi.
Invitata per ripassare materie scolastiche, venne uccisa da uno sparo senza sospettare la natura di Sagawa: dell’accaduto ci rimane la traccia incisa su nastro, dove è udibile la voce della ragazza e poi all’improvviso un colpo di fucile.
Sagawa ne mangiò poi il cadavere, fino a quando fu scoperto dalla polizia: al processo venne considerato inabile, e grazie all’influenza del ricco padre in seguito verrà estradato in Giappone, dove dopo soli cinque mesi riuscirà a tornare libero, e a scrivere la propria autobiagrafia, diventando un bizzarro elemento dello star system nipponico. Durante il processo infatti in patria troverà molti ammiratori per l’atteggiamento sprezzante e strafottente che terrà nei confronti delle autorità, e per la sua calma nel descrivere l’accaduto, come se fosse stata una cosa banalissima.
Fonti:
Via
Via
Sono un cannibale
SELECT The Winter is Coming: La Fine della Groenlandia

Ciao a tutti Nerds!!!!!
(cit.)
Ho riscontrato un alto buono discreto po’ di interesse nel precedente post sulla fine della civiltà Moai.
Oggi quindi ve ne propongo un altro.
Premetto che su questo sono meno preparato, spero comunque sia di vostro gradimento.
Visto che i miei articoli sono noiosi e sono lunghi, no, non c’è altro, è un’affermazione.
Sapevatelo.
Oggi parliamo degli insediamenti scomparsi in Groenlandia, per rendere il tutto un po’ più divertente lo faremo alla maniera di G. R. R. Martin.
Sarà una saga di ghiaccio (molto) e fuoco (molto poco), ci saranno i regni del sud, The Wall, i Wildlings e, of course, the winter that is coming… [E ci saranno i Vichinghi, chiamati qui Vikinghi per capriccio e velleità] [Sopratutto loro NdA]
Un po’ di Storia (e di Geografia)
La Groenlandia come la conosciamo oggi è una terra brulla, spazzata dal vento gelido dell’artico e povera di vegetazione.
Il 99% della sua superficie è coperto da ghiacciai e il territorio è un susseguirsi di fiordi scoscesi.
Sembrerebbe una terra inabitabile eppure ci sono popolazioni adattatesi a vivere qui fin dalla preistoria dell’uomo.
La nostra storia prende il via quando, nel 980 circa, una testa calda norvegese, Erik il Rosso, fu accusato di omicidio e costretto a partire per l’Islanda (ai tempi colonia Vikinga).
Una volta sbarcato passò poco tempo prima che si mettesse di nuovo nei guai ammazzando un altro paio di persone e fosse costretto a fuggire in un altro punto dell’isola.
Qui venne coinvolto in una rissa in cui ammazzò un avversario e venne esiliato persino dall’Islanda.
Era probabilmente il 982 e Red Erik fece rotta a ovest ricordando di alcuni racconti di terre avvistate al di là del mare da capitani finiti fuori rotta.
Ebbe fortuna e scoprì un fiordo ricco di terra fertile in cui fondò un avamposto.
Tornato in Islanda per raccontare delle sue gesta finì nuovamente a fare rissa, non sia mai che Erik facesse a botte senza ammazzare qualcuno, così dopo l’ennesimo cadavere venne bandito e se ne andò con una flotta di 25 navi e coloni per la nuova terra che aveva scoperto: la Groenlandia, ovvero la “Terra Verde”.
La Colonizzazione (I Regni del Sud e L’Estate)
Intanto, al di là del nome, non crediate che Erik avesse scoperto una specie di Irlanda, fu solo molto fortunato.
Tra l’800 e il 1300 la Groenlandia stava attraversando un periodo climatico decisamente mite (per modo di dire) che la rendeva un luogo adatto all’insediamento soprattutto per popoli abituati a cavarsela al freddo.
Possiamo dire che le colonie Vikinghe prosperarono in una specie di “lunga estate”, benché il freddo fosse intenso, era decisamente un clima più temperato, adatto alla pastorizia, arte in cui i Norvegesi erano maestri.
I Vikinghi fondarono due insediamenti (distanti circa 500 km) rispettivamente sul 64° e sul 61° parallelo, entrambi sulla cosa ovest.
Ora, se mollate per un attimo la frusta da Indiana Jones e prendete google maps e guardate la latitudine vedrete chiaramente che i due insediamenti erano ben più a sud dell’Islanda, circa all’altezza di Trondheim.
Quindi, benché fosse un inferno di ghiaccio, i Vikinghi colonizzarono i punti più miti.
Cosa trovarono i Vikinghi?
Intanto un territorio non molto dissimile dall’Islanda che già conoscevano, il clima si rivelò troppo freddo per le mucche ma permise a capre e pecore di prosperare.
Il terreno coltivabile non era molto, ma in compenso si potevano cacciare le foche (venivano a terra a riprodursi il che le rendeva facili prede per i cacciatori che le intrappolavano con le reti o le ammazzavano a bastonate sulla spiaggia), la selvaggina (caribù ma anche renne, alci, conigli etc.) il pesce (che però i Vikinghi non pescavano) e le balene (nemmeno queste ma per altri motivi).
Inoltre c’erano a nord i trichechi e gli orsi bianchi ottime fonti di avorio e pellicce pregiate per l’Europa.
Trovarono anche i resti una civiltà precedente ma non vi diedero molto peso, convinti che fossero rimasugli di una qualche altra colonia di loro simili…
Ma non era così.
L’Espansione
Gli avamposti Vikinghi crebbero, quello più a sud raggiunse le 4000 persone, quello a nord le 1000 circa.
Abbiamo prove che i drakkar raggiunsero il Canada dove trovarono ottimi alberi da costruzione e uva selvatica (da qui il nome Vinland o terra del vino) e da cui furono ricacciati da popolazioni ostili (come tutti sappiamo avendo visto Pathfinder).
In Groenlandia tagliarono tutti gli alberi disponibili: un po’ per far posto ai campi e soprattutto per scaldarsi e costruire navi e strutture.
Intorno al 1000 tutta la terra disponibile era occupata, la popolazione aveva raggiunto quindi il limite di espansione.
I Vikinghi edificarono vaste fattorie e stalle in cui riparare gli animali in inverno e nutrirli con il fieno raccolto in estate.
Coltivavano probabilmente rape, cavoli e altri ortaggi resistenti al freddo.
Sappiamo che avevano due stagioni di caccia, una per le foche e una per i trichechi e che producevano formaggi e latticini per sfamarsi in inverno.
Addestrati ai climi rigidi i Vikinghi avevano vaste conoscenze pregresse per l’allevamento, che infatti si rivelò abbastanza fruttuoso da sostenerli.
Non abbiamo idea del perchè non consumassero pesce.
Mentre sappiamo che non avevano né i mezzi né le competenze per catturare le balene.
Intorno al 1000 Groenlandia si convertì al cristianesimo.
L’insediamento sud diventaò sede vescovile e il “regno” paga la decima e diede la sua parte per finanziare le crociate.
Nel 1261 passò ufficialmente sotto il regno di Norvegia.
Questi eventi portarono la società Vikinga, già estremamente conservatrice, a fossilizzarsi ancora di più e, cosa più importante, a indirizzare le scarse risorse dell’isola verso progetti inutili e anti-economici: la costruzione di chiese e di una cattedrale, l’importazione di beni di lusso (vetrate, vino, paramenti e campane) a scapito di beni più utili (ferro, derrate alimentari), la produzione di beni di lusso (zanne di tricheco e pelli d’orso) piuttosto che risorse necessarie agli insediamenti (legna).
Il Declino
La Groenlandia dipendeva fortemente dagli scambi con la madrepatria, questi scambi (già di per se difficoltosi) volsero sempre più verso beni di lusso o pregiati piuttosto che utili alla sopravvivenza.
Inoltre l’imposizione di una cultura volta ad uno stile di vita europeo e cristiano limitò fortemente ogni possibile evoluzione verso modelli che sarebbero stati migliori per affrontare il rigido ambiente.
I Vikinghi commisero errori comuni a molte altre società: distrussero il loro ambiente.
Tagliarono tutti gli alberi al punto che per la legna erano dipendenti da quella che arrivava a riva o che andavano a tagliare sulle coste del Canada, la carenza di navi e il desiderio di cacciare orsi e trichechi però limitava anche questa possibilità spingendo le poche navi disponibili verso nord.
In assenza di legno usavano la torba sia per scaldarsi che per costruire, la costruzione di immensi edifici di culto accelerò questo processo.
Il problema è che la torba è la base su cui cresce l’erba, raccogliere la torba in norvegese ha un significato molto evocativo “scuoiare la terra”, i Vikinghi stavano bruciando la terra stessa che sfamava i loro animali.
E, inoltre, l’inverno stava arrivando.
Gli Inuit (I Wildlings e The Wall)
Prima di arrivare alla caduta introduciamo gli ultimi protagonisti.
Quello che i Vikinghi ignoravano al loro primo sbarco era che altri popoli avevano già abitato la Groenlandia.
Abbiamo poche notizie delle popolazioni precedenti (i cosiddetti gruppi di Dorset) che avevano colonizzato la Groenlandia e poi erano scomparsi, ma abbiamo buone conoscenze della popolazione che invece uscì vincitrice: gli Inuit.
Gli Inuit si erano ritirati dalla Groenlandia poco prima dell’arrivo dei Vikinghi, per cause non note, l’aumento delle temperature li confinò in Canada per un lungo periodo (il braccio di mare fungeva da Barriera).
Abituati a climi molto rigidi la loro società si era evoluta attraverso i secoli raggiungendo un altissimo grado di adattamento, al punto che gli Inuit sopravvivono ancora oggi.
Rispetto ai Vikinghi costruivano le case con ghiaccio (i Vikinghi sprecavano la torba), sapevano cacciare le balene usando il loro grasso per scaldarsi, sapevano catturare le foche dagli anelli (una specie che si mantiene costante anche nel caso di abbassamento delle temperature, essendo in grado di scavare il ghiaccio per respirare), ed erano in grado di costruire imbarcazioni veloci e resistenti.
Se i Vikinghi avessero appreso parte di queste conoscenze o avessero anche solo intessuto buone relazioni con gli Inuit è probabile che se la sarebbero cavata.
Purtroppo la loro mentalità conservatrice e il loro considerarsi europei cristiani e non barbari pagani (nonchè la loro innata violenza) precluse questa strada.
Gli indigeni erano chiamati skræling che significa “miserabili”.
Gli Inuit appaiono solo un paio di volte nelle cronache in oltre 400 anni di scritti, il primo riporta:
«Più al nord, di là degli insediamenti norvegesi, i cacciatori si sono
imbattuti in individui di corporatura minuta, che essi chiamano
“skræling”. Se vengono colpiti superficialmente, le loro ferite diventano
bianche e non sanguinano, ma quando sono colpiti a morte, sanguinano
senza posa. Non hanno ferro, ma usano per proiettili le zanne di tricheco e
pietre affilate come strumenti di lavoro».
Capite bene che i Vikinghi non iniziarono con il piede giusto: ferire qualcuno solo per vedere come sanguina e poi trafiggerlo per vederlo morire non è proprio un modo amichevole di presentarsi.
Nel 1362 la cronaca riporta (parlando dell’insediamento più piccolo a Nord):
«Sul territorio dell’insediamento occidentale si erge una grande chiesa, chiamata Stensnes [Sandnes]. Per qualche tempo, questa chiesa è stata la cattedrale e la sede del vescovo. Ora gli “skræling” si sono impossessati dell’intero insediamento [...]
Tutto questo ci è stato riferito da Ivar Bardarson, che è stato per molti anni il sovrintendente dei possedimenti del vescovo di Gardar, in Groenlandia, e che ha visto con i propri occhi quanto racconta. E’ stato uno degli uomini nominati dal magistrato per recarsi nell’insediamento occidentale a combattere gli “skræling” e per cacciarli da quel territorio.
Al loro arrivo non hanno trovato nessuno, né cristiano né pagano».
L’ultimo riferimento scritto è del 1379 che si riferisce probabilmente alla colonia Sud (la più grande):
«Gli “skræling” hanno assalito i norvegesi, uccidendo 18 uomini e catturando 2 ragazzi e una serva, che hanno fatto loro schiavi».
Il che ci fa capire fino a che punto i rapporti tra i due popoli fossero ormai deteriorati.
La Caduta
Verso il 1300 il clima divenne più freddo: l’inverno era arrivato, la piccola glaciazione era alle ormai alle porte.
Contemporaneamente in Europa si consumava un “game of thrones” la Norvegia passava lo scettro alla Svezia che si disinteressò completamente della Groenlandia e le crociate riaprirono il Mediterraneo facendo crollare la domanda di avorio del nord.
Nel 1349 la peste nera raggiunse la Scandinavia sterminando metà della popolazione.
Il freddo fece avanzare i ghiacciai e moltiplicare gli iceberg, la navigazione divenne troppo pericolosa e troppo poco remunerativa: l’ultimo viaggio per la Groenlandia data 1410.
Da lì in avanti nessuna nave fece più rotta verso la Terra Verde.
Il braccio di mare che la separava dal Canada si ridusse permettendo agli Inuit di attraversarlo con più facilità e di riversarsi nei territori Vikinghi.
Le colonie erano ormai al collasso, incapaci di sostenere la loro popolazione, tagliate fuori dal mondo e avverse ai contatti con le altre tribù.
Può essere che in un primo momento la superiorità guerriera e le armi di ferro abbiano avuto la meglio ma sul lungo periodo i Vikinghi non erano in grado di opporsi: troppo pochi, senza rifornimenti, non in grado di mantenere un esercito e, soprattutto, incapaci di adattarsi al mondo che scivolava verso un inverno senza primavera.
Il gelo ridusse i raccolti e uccise gli animali, le foche scomparvero e le uniche che rimasero non potevano essere catturate dai Vikinghi per mancanza di tecnica.
Non sappiamo cosa successe esattamente, la prima nave che raggiunse nuovamente gli insediamenti lo fece nel 1723 e trovò solo rovine.
Possiamo però provare a specularlo tramite il lavoro degli archeologi e dei palinologi.
Il primo insediamento a cadere deve essere stato quello a Nord, più piccolo e più marginale: sono stati ritrovati i resti di uno scheletro appartenente a un giovane di circa 25 anni, il fatto che non sia sepolto ci dice che era uno degli ultimi rimasti.
Sono stati trovati resti di suppellettili e masserizie in legno, il legno era preziosissimo, in caso di evacuazione pianificata (come ad esempio quella dell’avamposto in Canada) non sarebbe stato abbandonato: gli abitanti fuggirono in fretta e furia o morirono sul posto.
Resti di uccelli e piccola selvaggina, uniti a quelli di vitelli e agnelli appena nati nonchè zoccoli di animali in numero pari alle capienze delle stalle fanno supporre che tutti gli animali fossero stati macellati e mangiati fino agli zoccoli, l’obiettivo era diventato sopravvivere.
Altre prove (larve di mosca conservate) dimostrano che faceva sempre più freddo anche dentro le case, il combustibile era orma esaurito.
Da ultimo scheletri di cani con segni di coltello sugli ossi indicano che anche questi animali, indispensabili per la caccia, vennero infine consumati: ormai non ci si preoccupava più del futuro.
Forse la spedizione di Ivar Bardarson, raggiunto l’insediamento, non ebbe altro da fare che seppellire i morti rimasti.
Molto meno sappiamo della fine della colonia Sud.
L’ultima prova che ci rimane è un vestito di donna che data 1435 (considerate però che il carbonio ha un margine di errore anche di parecchi anni) il che significa che per qualche anno è ancora riuscita a resistere.
Dopotutto era più grande, meglio organizzata (ci sono resti di stalle con capacità di 160 bovini) eppure è probabile che sia collassata sotto il peso di una società ormai non più in grado di provvedere a se stessa: man mano che il freddo svuotava le fattorie e uccideva gli animali i contadini disperati si riversavano negli insediamenti prendendo con la forza il cibo che li poteva sostentare, probabilmente fu un periodo di lotta civile, di disperazione e, soprattutto, di fame.
Incapace di sostenere la massa di nuovi arrivati l’intero, fragile sistema si spezzò con le poche guardie insufficienti a trattenere la popolazione che macellava tutto ciò che riusciva a trovare.
Le risorse accantonate nelle ultime fattorie e necessarie a sfamare i loro abitanti per l’inverno vennero consumate in poche settimane, in cui tutti cercavano di saltare a bordo di quell’ultima, sovraccarica scialuppa di salvataggio, mangiando cani, animali appena nati e gli zoccoli delle mucche, come era successo nell’insediamento settentrionale.
L’ultimo diritto che si arrogarono i capi Vikinghi fu, molto probabilmente, il privilegio di essere gli ultimi a morire di fame.
Conclusione
Così si spense l’avamposto più occidentale d’Europa.
Bisognerà aspettare il 1500 perchè i Caboto scoprano nuovamente il Canada e il 1700 perchè i resti delle colonie vikinghe vengano infine ritrovati.
I Vikinghi furono in grado di resistere per 400 anni su una terra inospitale come la Groenlandia, è un periodo molto lungo.
Alla fine la loro società si estinse per una serie di fattori, i principali furono la distruzione delle loro risorse e l’incapacità di adattarsi e di abbandonare uno stile di vita controproducente.
Il clima ebbe la sua parte certo, così come la ebbero le popolazioni ostili e l’isolamento, ma ricordiamoci che gli Inuit sopravvissero tranquillamente alla glaciazione, dimostrando che era possibile farlo.
Nonostante possediamo documentazione scritta e decisamente più prove di quante ne abbiamo sulla fine della civiltà Moai, quella dei Vikinghi in Groenlandia rimane tutt’ora molto più oscura, in quanto tutta la loro popolazione scomparve.
Benché possiamo provare a supporlo non sappiamo nè quando avvenne con certezza, nè come nello specifico.
Sappiamo che successe, che si affievolì nel freddo di un inverno che non finiva mai, probabilmente tra i gemiti degli affamati e i muggiti degli animali macellati.
Forse gli ultimi resistettero ancora qualche anno, in una città spettrale, ingombra di cadaveri congelati e edifici vuoti, fino alla fine, fino a che la neve, non ebbe ricoperto tutto quanto.
Ma queste, sono solo supposizioni, al contrario dell’Isola di Pasqua, nessuno è rimasto per raccontarlo.
Game of societies, you win or you die.
Fonti
Inuit
Vikinghi
Groenlandia
Insediamenti vikinghi
G. R. R. Martin – Cronache del Ghiaccio e del Fuoco
E sopratutto i saggi di Diamond: “Collasso” e in misura minore “Armi, acciaio e malattie”
Gesù era gay?

They could be the earliest Christian writing in existence, surviving almost 2,000 years in a Jordanian cave. They could, just possibly, change our understanding of how Jesus was crucified and resurrected, and how Christianity was born.
Quante volte, parlando con i nostri amici nelle classiche discussioni di religione da bar, abbiamo tirato fuori la storia per cui Gesù e la Maddalena facevano cose zozze, e che la trinità fosse una scusa per l’incesto e che il bacio di Giuda in realtà fosse molto più in basso?
Amanti del gombloddo, da oggi avete una nuova freccia al vostro arco.
Un gruppo di settanta libri risalenti a circa 2000 anni fa è stato scoperto tra il 2005 e il 2007 in Giordania. Ziad Al-Saad, direttore dell’ente governativo per il patrimonio archeologico Giordano afferma che questa potrebbe essere una scoperta rivoluzionaria per la storia della religione Cristiana. Ed infatti, a quasi venti giorni dall’annuncio arriva la notizia che in questi settanta libri ci sarebbe la prova dell’aperta omosessualità di Cristo.
Tra le varie storie che sono uscite finora spiccano i frequenti ritorni di Gesù a casa da Maria, che secondo Robert Pigott del Guardian potrebbero significare una concezione di Maria più simile a quella Protestante, la storia di Gionata e Davide che si amavano “con tutta l’anima”, ma sopratutto un litigio feroce tra Gesù e Giuseppe, accusato dal figlio per la sua “manliness”, per la sua mascolinità. Traete voi le vostre conclusioni che io sto ancora ridendo.
privato di @pri2p
SELECT L’Isola di Pasqua

Riusciremo a essere migliori dei batteri in una piastra di Petri? Che si moltiplicano fino a quando hanno cibo e poi muoiono soffocati nei loro stessi escrementi.
Come qualcuno di voi sa mastico un po’ di economia, la storia delle civiltà è un altro campo che mi affascina peraltro, in letteratura preferisco il filone degli sconfitti e come tutte le persone normali sono attratto dagli scenari post-apocalittici.
So che di questa premessa non ve ne frega un tubero, ma è un intro doverosa.
C’è qualcosa che metta insieme tutti questi interessi?
Ebbene sì, esiste, è una bella storia, una delle mie storie preferite e, visto che a mio avviso è molto bella e quindi è così, ne ho fatto un articolo sperando piaccia anche a voi.
Va da sè che, essendo uno dei miei articoli, è lungherrimo.
Oggi parleremo dell’Isola di Pasqua (sì, quella con i capoccioni) e della triste fine di una civiltà socialmente avanzata.
Preludio
Nella Pasqua del 1722 Jacob Roggeveen scopre l’isola di Rapa Nui ribattezzandola (è il caso di dirlo) Isola di Pasqua.
Roggeveen non si fece una grande impressione dell’isola, anzi in prima battuta pensò che fosse desertica in quanto scambiò la vegetazione bassa e secca per sabbia, in ogni caso la descrisse come una landa arida e sterile.
Cook, approdato sull’isola qualche tempo dopo (1774) rincara la dose criticando apertamente gli abitanti, dicendo che le loro canoe sono squallide (nonostante i polinesiani avessero fama di ottimi naviganti anche presso gli europei), descrivendole come corte, rabberciate, costruite con pochi pezzi di legno tenuti insieme alla bell’e meglio e che i rematori passavano metà del tempo a sgottare.
Inoltre scrive di aver visto non più di 3-4 canoe in tutta l’isola.
Visitatori successivi stimarono la popolazione in circa 2.000 abitanti, non trovarono specie di animali che non fossero insetti e gli unici animali domestici erano dei polli.
Successivamente però, soprattutto in seguito alla scoperta dei Moai (i capoccioni) ci si iniziò a chiedere da dove arrivassero quegli indigeni, visto che con le scarsissime barche a disposizione sarebbe stato impossibile raggiungere l’isola da un qualunque altro punto abitato.
Da dove giungevano quindi quegli uomini smunti e affamati che si nascondevano nella grotte di questo deserto?
E chi aveva eretto i capoccioni?
L’Isola di Pasqua e i Moai
L’Isola di Pasqua si stende per circa 166 kmq e gode del titolo di più isolato pezzo di terra abitabile, dista 3200 km dal continente più vicino (Sud America) e 2250 km dalla più vicina isola abitata.
Roggeveen era in realtà in errore, l’isola ha un suolo estremamente fertile.
I Moai sono la caratteristica più impressionante, ce ne sono circa 200 completi (alti circa 10 m per 80 tonnellate di peso) e altri 700 in diversi stadi di completamento (alcuni alti fino a 20 m per 270 tonnellate).
Roggeveen stesso si interrogò su questi capoccioni: com’è possibile che una tribù che non dispone di legna per fare macchinari, corde, ruote, animali da tiro e nessuna altra forza se non quella dei loro muscoli sia riuscita a erigere tali opere?
Ad aumentare il mistero interviene questo fatto: nel 1774 i capoccioni erano al loro posto ma, nella successiva visita (1864) essi erano stati tutti abbattuti.
Una Società Diversa
La costruzione dei Moai implica l’esistenza di una società molto diversa da quella che incontrò Roggeveen nel 1722.
Intanto ben più numerosa ma soprattutto molto più organizzata.
Le ricche risorse dell’isola sono estremamente sparpagliate: la miglior pietra per le statue si trova all’estremità nord-orientale dell’isola, la pietra rossa usata per le grandi corone che adornano alcuni dei Moai, fu estratta all’interno verso sud-ovest, gli attrezzi necessari venivano per la maggior parte dal nord-ovest.
Inoltre il miglior terreno agricolo si trova a sud e ad est, e le aree di pesca sono sulle coste a nord e a ovest.
Estrarre e ridistribuire tutti quei beni richiede un’organizzazione politica e sociale complessa. Cosa ne fu di quell’organizzazione? E come si è potuta sviluppare in un territorio così povero?
Mappa dell’Isola

Alla Ricerca di una Società Perduta
Lasciamo da parte tutte le stronzate speculazioni misteriche del cazzo estremamente dubbie e affidiamoci agli studi archeologici seri.
Avete il cappello di Indiana Jones?
Bene mettetelo via e prendete il camice da genetista.
Gli abitanti dell’Isola di Pasqua sono polinesiani, i loro tratti (successivamente confermati da analisi genetiche) confermano la loro provenienza, inoltre la loro lingua è molto simile al Polinesiano, così come lo sono le loro asce e i loro ami da pesca.
Il loro animale domestico (il pollo) è tipico della cultura del sud-est asiatico e anche i topi (che non erano autoctoni ma sono arrivati da clandestini insieme ai colonizzatori) provengono da quella zona.
Scoperto da dove arrivano, cerchiamo di capire dove sono finiti.
Avete già in mano il cappello di Indiana Jones?
E basta con sto cazzo di cappello! Mettetelo via!
Ci servono invece il microscopio per l’analisi dei pollini, l’attrezzatura da paleontologo e i vocabolari comparativi dei linguisti.
L’analisi degli isotopi di carbonio stima il primo insediamento umano tra il 800 e il 900 dc, ipotesi confermata dai linguisti in base alle differenze di linguaggio.
La popolazione si mantenne stabile fin circa al 1200, tra il 1200 e il 1500 invece abbiamo il periodo di produzione dei Moai.
Le stime qui divergono, di solito si ipotizza che la popolazione abbia raggiunto i 7 – 10.000 abitanti ma, alcune prospezioni, portano questa cifra fino a 20.000 persone, cifra comunque non implausibile viste l’estensione e le risorse dell’isola.
Gli archeologi oggi conoscono abbastanza nel dettaglio quale si suppone essere lo schema produttivo dei Moai, 20 persone potevano essere sufficienti a intagliare il capoccione (con un lavoro di circa un anno) quindi un centinaio di uomini poteva trainare la statua facendola rotolare su dei tronchi di legno e quindi sollevandola in posizione mediante l’uso di corde.
Per questo lavoro erano necessari centinaia di metri di corda, ricavata da un albero locale (imparentato con il tiglio) oggi scomparso dall’isola, ma un tempo decisamente abbondante, detto Hauhau (Triumfetta semitriloba).
L’analisi dei pollini inoltre ci dà un quadro molto diverso dell’isola, oltre alle piante utili per fare corde, vi erano diversi alberi da legna e palme, un ricchissimo sottobosco di felci e altre specie arboree, in pratica era un isola lussureggiante e ricca di vita.
La Perduta Civiltà di Rapa Nui
Appurato che l’isola era estremamente fertile (è di formazione vulcanica dopotutto), cerchiamo di capire come si possa essere sviluppata una società avanzata.
La ricchezza di alberi, soprattutto di palme, dava possibilità ai primi colonizzatori di avere sempre una fonte di cibo disponibile, nonchè materiale per produrre grandi canoe e un buon combustibile per scaldarsi e per cucinare e conservare il cibo.
L’isola è troppo fredda per le barriere coralline ricche di pesce (che rappresenta il 90% della dieta polinesiana), l’analisi dei cumuli di immondizia rivela che le focene erano invece un piatto diffuso tra gli abitanti, questi cetacei vivono lontani dalla costa e potevano venir arpionati grazie alle canoe costruite con l’ottimo legno di palma.
Il sottobosco dava riparo a diversi uccelli e mammiferi commestibili (ora estinti) e gli isolani allevavano cani e maiali.
Inoltre, finchè era coperta di alberi, l’isola era abitata da molte specie di uccelli marini durante le loro migrazioni, garantendo un ulteriore apporto di cibo e uova.
Da ultimo in pentola finivano anche i ratti, che si erano insediati sull’isola nascosti sulle canoe dei primi colonizzatori nonchè alcune foche, che si ipotizza venissero allevate dagli isolani.
L’Isola di Pasqua era quindi un paradiso in terra, capace di fornire beni ben al di sopra delle abitudini alimentari medie dei polinesiani.
Lo Sfruttamento
Che ne fu di questo paradiso?
L’analisi dei pollini ci dà una triste risposta.
Man mano che la popolazione cresceva la foresta veniva disboscata, verso il 1400 le palme erano estinte, abbattute dagli isolani e incapaci di riprodursi a causa dei topi che ne mangiavano i semi.
La fame di legna della popolazione distrusse ogni altro albero, la scomparsa del sottobosco allontanò gli uccelli (utili alla dispersione dei semi) e i topi finirono i pochi semi rimasti.
Gli isolani tagliarono la foresta per fare spazio ai loro giardini, per produrre canoe e per erigere le statue Moai.
Fu una delle diboscazioni più estreme della storia, l’intera foresta fu abbattuta e tutte le specie arboree scomparvero.
Verso il 1500 le ossa di focena spariscono dai cumuli di rifiuti, non c’era più nemmeno un albero, non si potevano più costruire canoe per cacciarle.
Poco dopo anche gli uccelli e i mammiferi selvatici sparirono, con l’habitat distrutto la loro popolazione si ridusse fino a scomparire del tutto.
Il terreno ora privo di protezione fu vittima dell’erosione e alla mercé del clima che ne ridusse la produzione agricola, il suolo stesso perse le sostanze nutritive necessarie dilavate dalla pioggia.
La perdita delle loro principali fonti di cibo spinse la popolazione a uno sfruttamento disperato dei grandi molluschi costieri portando anch’essi all’estinzione, al punto che gli indigeni dovettero accontentarsi delle piccole lumache che ancora trovavano.
Le colonie di uccelli marittimi furono spazzate via e anche gli uccelli migratori scomparvero dall’isola.
Gli isolani si ridussero allora al consumo di pollame, che però era una risorsa insufficiente e saltuaria, e si rivolsero verso l’ultima fonte di carne disponibile: i loro simili.
La Caduta
La corsa disperata a costruire Moai sempre più grandi e sempre più complessi (probabilmente in una competizione tra clan), unita a una crescita e uno sfruttamento dissennato delle pur ricche risorse portò l’ecosistema al collasso, impedendo alla foresta di rigenerarsi a un ritmo superiore a quanto venisse tagliata.
Le ossa umane rosicchiate e spezzate per succhiarne il midollo diventano tristemente comuni nei residui degli anni successivi.
Gli isolani privi di legna iniziarono a bruciare i pochi arbusti che trovavano e l’erba secca, assolutamente insufficiente a cucinare o anche solo a scaldarli.
Senza legna per riparare le case anch’esse iniziarono a cadere a pezzi e a venire abbandonate.
Non appena la foresta scomparve la vita divenne disagevole, l’intensificato allevamento di polli e il consumo di carne umana rimpiazzarono in minima parte le necessità della popolazione.
Le poche statuette di quel periodo hanno le guance incavate e le costole visibili: la gente moriva di fame.
Senza la possibilità di produrre surplus non era più possibile mantenere una classe politica e religiosa improduttiva, di conseguenza il sistema organizzato si sfaldò velocemente.
Le gente, ormai prigioniera di un isola che non poteva più abbandonare si rivoltò verso i capi e i sacerdoti, depredò le case di quelli che un tempo erano i ricchi, devastò i Moai che non li avevano protetti.
E’ probabile che nel caos civile una classe guerriera abbia preso per breve tempo il potere, i resti di punte di frecce, lance e pugnali di pietra si moltiplicano lungo il 1600.
La violenza attraversò l’isola forse frenata a stento da qualche gruppo militare organizzato.
Ma anche questo durò poco.
In assenza di un valido potere centrale all’inizio del 1700 la popolazione declinò rapidamente, i clan si divisero combattendo tra di loro per le scarse risorse ancora disponibili, le persone iniziarono a vivere nelle grotte per avere maggior protezione dai gruppi armati che si contendevano l’isola devastata e ormai ridotta a un deserto.
In pochi anni il numero di abitanti si ridusse a una quantità compresa tra un quarto e un decimo di quello iniziale.
Verso il 1770 i clan iniziarono a distruggersi le statue a vicenda fino a che, nel 1864, l’ultimo Moai venne profanato.
Conclusioni
Dopo il suo declino l’isola subì tutta una serie di altri eventi negativi (epidemie, raid di schiavisti, occupazione e sfruttamento della popolazione e da ultimo, il turismo), ma ormai la distruzione irreparabile della sua società si era già conclusa da tempo.
Rimane un importante caso di studio per diverse discipline: economia, sociologia, psicologia, matematica sociale etc.
Ci lascia in ricordo delle bellissime creazioni di pietra e, per alcuni, anche un monito di come la crescita economica e sociale non controllata della popolazione porta presto o tardi a un collasso dell’ecosistema che la ospita, qualunque sia l’ecosistema e qualunque sia la popolazione.
Spero la storia vi sia piaciuta, sotto approfondimento il motivo per cui piace a me, ma è un imho, quindi si può scrollare.
Facebook e la fine dell’oblio

Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di dover affrontare una ricerca storica (declinata nel suo senso più ampio: storico-geografica, storico-filosofica, storico-biografica, storico-araldica, eccetera). ma se vi è capitato sarete d’accordo con me che operazioni di questo tipo sono caratterizzate da due soli momenti: il primo, quello in cui ci troviamo per la maggior parte del tempo, è la frustrante ricerca di informazioni attendibili (anagrafe, libri vecchi, vecchi giornali, censimenti, frammenti contenuti in libri unici che si trovano in biblioteche dall’altra parte del mondo…); il secondo, quello che gratifica ogni “storico” è l’ottenimento della tanto agognata informazione.
E poi? Poi si riparte da capo, con una nuova informazione che va ad approfondire un aspetto della nostra ricerca o che va a gettare un po’ di luce su aspetti ancora oscuri della stessa.
“E ammè, che cazzo me ne frega ammé?” direte voi…
Niente, senza dubbio, ma con queste poche righe voglio focalizzare l’attenzione (anche se credo che in molti l’abbiamo già realizzato) che con gli strumenti messi a disposizione DAL Social Network per definizione, la “ricerca delle origini” abbia un punto finale, oltre il quale non avrà più senso parlare di vera e propria ricerca (e mi riferisco a branche della ricerca “storica” densamente frequentate dai ricercatori di tutto il mondo!).
Tanto per darvi un’idea lampante di quello che intendo, eccovi un parallelismo:
150 anni fa
uno storico che nel 1850 avesse deciso di scoprire vita/morte/miracoli di qualcuno avrebbe dovuto imbarcarsi in un’impresa più o meno ardua a seconda che il soggetto fosse stato: famoso/sconosciuto, connazionale/estero, politico/civile, ricco/povero, eccetera…
Va da sé che se si fosse messo in testa di scoprire vita morte e miracoli del monarca di qualche stato europeo avrebbe impiegato molto meno tempo che a scoprire vita morte e miracoli dello sguattero di una nave pirata affondata, no?
Nel 2012
Oggi la situazione è migliorata molto: a parte il fatto che enormi banche-dati sono consultabile on-line, e che quindi la vita del ricercatore è molto facilitata, c’è da considerare il fatto che esistono enti specializzati a “ricercere” informazioni, di qualunque tipo: come questo, che permette di consultare i nomi di tutti gli emigrati negli stati uniti tra l’800 e il 900. Fino a 10 anni fa dovevi farti spedire le informazioni richieste per posta, dopo aver parlato in inglese con qualcuno all’altro capo del mondo, ed avergli spiegato per filo e per segno quello che interessava; oggi ti basta un click, fantastico no?
Fra 150 anni
E, finalmente, arriviamo ad un ipotetico (manco troppo) futuro in cui qualcuno sarà interessato a sapere chi diavolo fosse il signor Antonio Moro, alias @Itomi, tanto per non fare nomi.
“Eh vabbè, ma lui nel suo piccolo è famoso…” direte voi.
Ok, mi sta bene. Ma il mio futuro ipotetico si adatta perfettamente anche a qualsiasi altra persona che possieda un account su Facebook (o Twitter, anche se in maniera minore): basterà che in futuro si decida (come per i diritti di copyright) che passati 75 anni dalla morte del proprietario di un account i suoi contenuti vengano resi pubblici, per far sì che ognuno, nel mondo, possa andare a spulciare TUTTO QUELLO CHE QUELLA PERSONA HA CONDIVISO DURANTE TUTTA LA SUA VITA.
Non si saranno più misteri: nascondere la verità sarà difficilissimo, e lo si potrà fare solo “in tempo reale” (cioè fare in modo che la notizia non trapeli perché, una volta trapelata, essa diventerà di dominio comune nel giro di pochi minuti). Tra 100 anni, quando dovranno ricostruire i “i movimenti culturali” di un popolo (e, ancor di più, di un singolo individuo), gli storici non avranno altro da fare che leggersi un po’ di profili facebook!! (ok, saranno migliaia di cose da leggere, la maggior parte delle quali inutili demotivational, ma volete mettere?? quando si ricerca si fa sempre in tempo a scartare: il problema è quando le informazioni sono poche, non quando sono troppe).
Questa è la fine dell’oblio.
Con Facebook viene a mancare quell’aspetto distruttivo del tempo che, chi prima chi dopo, finiva per ingoiare tutto e tutti: nomi, luoghi, date, eventi… prima TUTTO veniva dimenticato. Poi con la scrittura, l’architettura, la pittura, la scultura, ecc qualcosa si è salvato dall’inesorabile logoramento del tempo (“Panta rei”, no?). Poi Gutenberg ha inventato la stampa e l’oblio si è inchinato di fronte alla potenza delle presse a caratteri mobili, che permettevano di trasferire su carta tutto quanto. La carta è sì debole, infiammabile, degradabile, ma la potenza della stampa stava nella condivisione. Prima la tiratura dei libri si poteva contare sulle dieci dita, mentre dopo no…
E infine arriva Facebook: l’oblio viene sconfitto per sempre, obbligato a difendere strenuamente quello che gli è rimasto da poter far dimenticare, senza poter mai più valicare quella linea temporale invisibile, datata 11 settembre 2006 (non data della fondazione di Facebook, ma data di apertura al pubblico!).
Sperando di non avervi annoiato.
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