Un vero tatuaggio #CoolStoryBro
di
Nitch Nitch
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Quella dannata moda dei tatuaggi per Diego iniziava a diventare una maledizione. Lo avevano proprio tutti: Marco, che sedeva dietro di lui e che dal primo giorno di scuola non aveva smesso un attimo di tirargli calci alla sedia, ne aveva uno in stile tribale sul polpaccio;

Luigi, il bassino della prima fila, si vantava delle spade incrociate sul polso; Elisa, quella carina seduta accanto alla finestra, metteva in mostra la fatina sulla caviglia; il ragazzino rumeno seduto al capo opposto della classe, di cui ancora non riusciva a memorizzare il nome (Viad? Vlad?), aveva preferito Homer Simpson sulla coscia, nascosto ma fantastico; persino Chiara e Giulia, le arroganti secchione della classe, avevano delle graziose stelline dietro la nuca! Erano bastate due settimane nella nuova scuola per rendersi conto di essere l’unico a non averne uno in tutta la classe, forse nell’intero istituto!

Diego si reputava bruttino, un po’ timido e non particolarmente studioso, ma quello che mai e poi mai, per nessuna ragione, avrebbe voluto diventare era un emarginato: esattamente ciò che sarebbe accaduto se non fosse riuscito a convincere sua madre a dargli il permesso per un minuscolo, discreto, seminascosto, ma purtuttavia autentico tatuaggio. Neanche a dirlo, lei era stata irremovibile… e se il tentativo con lei aveva avuto così scarso successo, Diego sapeva che rivolgersi al padre sarebbe stato inutile: l’approvazione doveva essere graduale e totale, ma soprattutto doveva rispettare la gerarchia: un “no” della mamma non ammetteva seconde chance. Ingannarla e farlo comunque? Impossibile: l’unico posto, in quella misera cittadina, in cui era possibile farsi tatuare era gestito da un’amica di famiglia. Sfortuna nera.

Il suono della campanella lo smosse dai suoi pensieri. ≪Ciao sfigato!≫, Marco salutava così l’ultimo a lasciare la classe, quello che non aveva il coraggio di farsi tatuare la pelle. “Quando un dragone mi ricoprirà il braccio vedremo chi è lo sfigato…”, Diego non avrebbe mai pronunciato quelle parole, conosceva il significato dell’aggettivo “puerile” e non voleva lasciar pensare che lui lo fosse, ma si concesse comunque di pensarle. Si fermò in bagno prima di lasciare l’edificio, salutò il simpatico bidello ed uscì in strada.

Mentre in cielo i nuvoloni neri diventavano sempre più scuri e lui guardava allontanarsi l’unico autobus della giornata che avrebbe dovuto riportarlo a casa, iniziò a pensare che sfigato lo fosse per davvero e che un tatuaggio non avrebbe risolto le cose. “Come torno a casa adesso?”, cacciò il telefono dalla tasca e provò ad accenderlo: era scarico. Avrebbe potuto strappare una telefonata agli ultimi ragazzi che lasciavano il piazzale della scuola, ma sapeva che avrebbero schernito il perdente senza telefono e preferì incamminarsi a piedi: la direzione la conosceva e in venti minuti, se non si fosse perso in quella zona periferica ancora sconosciuta, sarebbe arrivato a casa.

La pioggia non tardò ad arrivare e con essa tutte le parolacce che Diego si era trattenuto dallo sputar fuori in tutta la sua vita. “Una classe piena di idioti, in una scuola all’estrema periferia di questo maledetto paesino ed una mamma perfida e insensibile. La mia vita fa schifo!”, nessun tatuaggio avrebbe caratterizzato la sua pallida pelle, dandogli una parvenza di popolarità. Almeno non fino ai diciotto anni, ma allora sarebbe stato troppo tardi: già si vedeva, isolato e denigrato, senza fidanzata e senza amici.

Mentre l’acqua gli inzuppava finanche la biancheria, parve insinuarsi in lui, giusto un pochino, l’idea che forse un tatuaggio non gli avrebbe poi cambiato così drasticamente la vita. Ma quest’intuizione non trovò il tempo di farsi strada, perché davanti a lui, su un cartello di legno stinto e incrostato, una scritta nera recitava “Tatuaggi e bizzarrerie”. Non era sicuro che quella parola esistesse, né si capacitava di come non avesse mai letto quell’insegna, a pochi metri dalla strada in cui abitava, ma senza pensarci due volte seguì la freccia nera.

Più avanti nel vicolo, sulla sinistra, c’era un portoncino malmesso, chiuso, ma provvisto di citofono; la targhetta accanto all’unico pulsante era effettivamente quella di “Tatuaggi e bizzarrerie”. A pochi centimetri, una scritta aggiunta a pennarello invitava a citofonare. Immaginò che fossero passate le tre del pomeriggio, era completamente bagnato e moriva di fame; ma come resistere alla tentazione?

La voce che lo invitò a visitare il bazar al primo piano era quella di un vecchio. Gocciolando, salì per la polverosa rampa di scale e spinse la cigolante porta vetrata che si trovò davanti. Il locale era scarsamente illuminato da riflessi color ocra, la polvere regnava su ogni superfice e la quantità di stranissimi oggetti sconosciuti che affollavano le pareti era a dir poco strabiliante.

Il vecchietto che lo squadrava con aria interrogativa aveva un qualcosa che a Diego non piaceva, sia lui che quel posto erano inquietanti.

≪Vorrei fare un tatuaggio≫, sembrava più una domanda che un’affermazione, visto il tono incerto con cui pronunciò quelle parole, ma il vecchietto sfoderò un sorriso sdentato e gli rispose:

≪Bene! Benissimo! E dimmi, ragazzino, ce li hai i soldi per pagarlo?≫.

Il dubbio lo assalì, che figuraccia avrebbe fatto! Poi si ricordò dei venti euro che sua madre gli aveva dato il giorno prima, che erano ancora nella tasca del giubbino; forse bagnati, ma c’erano.

≪Quanto può farmelo grande con venti euro?≫.

L’anziano cacciò una risata stridula, ≪uno piccolo, ragazzino, molto piccolo!≫, e continuò a ridere. Poi, bruscamente, si fece serissimo e chiese con tono grave, ma che dalla sua bocca suonava ridicolo: ≪Ma dimmi, lo vuoi vero o finto il tatuaggio?≫.

≪Vero!≫, Diego cominciò a credere che quel signore fosse rimbambito.

≪Bene! Benissimo! Per venti euro puoi scegliere uno di questi≫. Il libro che gli piazzò davanti era così pieno di polvere che Diego starnutì tre volte.

Quei tatuaggi erano per lo più insignificanti: stelle, fiori, animaletti; niente che lo attirasse.

≪Puoi scegliere anche una parola o una frase, ma te lo sconsiglio, danno parecchio fastidio, soprattutto di notte≫. Continuò a dire altre cose senza senso e chiese ancora, svariate volte, se per caso il tatuaggio non lo volesse finto. Diego intanto sfogliava, sempre più certo che il vecchietto fosse un po’ rimbecillito, ma non osò desistere: l’occasione andava colta al volo!

Proprio quando pensava che con i soldi che aveva non avrebbe trovato nemmeno un disegno decente, vide, sull’ultima pagina, delle lunghe linee decorate in vari modi. Cogliendo, forse, il suo sguardo perplesso, il proprietario gli spiegò che quei tatuaggi andavano fatti tutt’intorno al braccio, o alla gamba, se preferiva. L’idea gli piaceva parecchio: un tatuaggio abbastanza grande da poterci fare bella figura ma non troppo da potersene pentire. Un bracciale perenne!

≪Vorrei questo a forma di filo spinato≫.

≪Ah, il filo spinato! Il più aggressivo! Il più pericoloso! Da vero maschio! Bene, bene, vada per il filo spinato≫.

L’attrezzatura dell’anziano tatuatore era vecchia di almeno cinquant’anni: stava forse per fare una gran stupidaggine? Decise di non tirarsi indietro. Prima di scegliere il flacone di inchiostro, il vecchio sospirò assorto: ≪E così nei vuoi uno vero…≫, quindi, si decise a prendere la bottiglietta più logora di tutte e a cominciare. Fece molto meno male del previsto e Diego ne fu sollevato. A fine lavoro pagò il vecchietto farneticante e si incamminò verso casa; era eccitato e un po’ dolorante, ma una cosa doveva ammetterla: la mano di quel tipo strano era stata precisa e fermissima. ≪Buona fortuna, ragazzino≫, gli aveva detto prima che se ne andasse: beh, ne avrebbe avuto bisogno, specialmente quando sarebbe arrivato il momento della punizione.

Prima di mostrarlo in classe avrebbe dovuto aspettare di rimuovere la patina di plastica: così impiastricciato di sangue era orribile. Aveva anche deciso di tenerlo celato alla madre quanti più giorni possibile, perché non era ancora pronto per affrontare la sua ira; ed essendo il suo filo spinato avvolto subito sotto l’ascella, qualsiasi t-shirt avrebbe comodamente nascosto il misfatto.

Così passò il pomeriggio, soffrendo silenziosamente per il dolore, che aumentava costantemente. La notte fu un inferno di bruciore e la mattina successiva, sebbene fosse domenica, si catapultò prestissimo fuori di casa per far sì che lo sguardo sofferente non lo tradisse. Le nuvole erano scomparse e lui andò a sedersi su una panchina in un parchetto dietro casa sua, mantenendosi il braccio; una volta sedutosi ed appurato di essere solo in strada, si lasciò scivolare qualche lacrima sulla guancia… Aveva sbagliato. Non avrebbe dovuto fare quello stupido tatuaggio, probabilmente aveva fatto infezione e lui, sciocco com’era, non era corso dalla mamma per farsi portare dal medico. Ora il dolore era insopportabile, come mai l’aveva provato prima di allora. Decise che era arrivato il momento di ammettere la sua bravata e di farsi curare, perché un altro pomeriggio in quelle condizioni non avrebbe mai potuto sopportarlo. Quindi, si alzò dalla panchina, continuando a piangere per il dolore: gli sembrava che qualcuno lo stesse bruciando con una fiamma o che unghie invisibili gli affondassero nella pelle.

Non aveva percorso nemmeno cinque metri che il bruciore lo costrinse fermarsi; un’assurda idea gli balenò in mente e si affrettò ad alzare la manica della maglietta: il sangue aveva appena preso a colargli lungo il braccio, gocciolando dal gomito alzato. Strappò freneticamente la plastica, non riuscendo a soffocare un urlo per una fitta accecante. Ora lo vedeva chiaramente: il sangue sgorgava dalla pelle nei punti in cui erano disegnate le spine del filo metallico. ≪Mamma! Mamma!≫. Il terrore lo invase e la testa prese a girargli vorticosamente. Doveva arrivare a casa, doveva chiamare i suoi genitori e doveva farlo subito! Arrancò verso la curva di casa sua, continuando ad urlare, ma nessuno pareva accorgersi di lui, la strada era deserta e nessuno si affacciò alle finestre. Era quasi arrivato alla porta, “Mamma, aiutami, il mio tatuaggio è vero!”. Ma lo pensò solamente e non fece in tempo ad urlarlo, né a bussare, perché inciampò e cadde riverso nel grande cespuglio sotto la finestra dei suoi genitori, battendo la testa.

Era disteso nel prato, con la testa rivolta in direzione della parete di casa sua, il dolore era talmente intenso da strozzargli la voce. Prima di svenire riuscì a vedere il filo intorno al suo braccio stringersi fino a farlo diventare violaceo, poi stringersi sempre di più, penetrando la carne, sempre più giù, facendogli schizzare in faccia il sangue, sino a sentire il sordo scricchiolio dell’osso che si spezzava.

Aveva perso i sensi forse da due o tre minuti quando rinvenne. Non riusciva a muoversi, a stento roteava gli occhi e la sua vista era annebbiata. Il dolore sembrava un suono lontano, talmente forte da non fare più male. Nessuno lo stava soccorrendo, nessuno lo aveva sentito, nessuno si era svegliato, nemmeno i suoi genitori… e ora il suo braccio esangue giaceva proprio davanti alla sua testa e con la coda dell’occhio poteva vedere il sangue sgorgargli silenziosamente dall’arto mozzato. Rivide i suoi compagni di classe, fieri dei loro tatuaggi; rivide sua mamma, che gli vietava di imitarli. Ma l’ultima cosa che vide fu la finestra socchiusa della camera da letto dei suoi genitori sulla sua testa e qualcosa che si arrampicava lungo la parete, verso di essa: il sottile lembo di pelle tatuata, simile a un verme, strisciava lentamente, molto lentamente, verso quello spiraglio, lasciando un’umida striscia di sangue laddove passava.

Avrebbe dovuto avvertirli, avrebbe dovuto gridare che un corto spezzone di filo spinato, tatuato sulla pelle di quello che una volta era stato il suo braccio, stava andando a strangolarli nel sonno. Ma il torpore tornò e le palpebre si abbassarono. Poi, vi fu solo il buio.

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