Disney+ ha distribuito la serie TV reboot su Piccoli Brividi, un titolo che è considerato un simbolo generazionale ed una delle serie per ragazzi più lette al mondo. In questa recensione del reboot di Piccoli Brividi vogliamo spiegare per quale motivo questo progetto non ci ha soddisfatto, al punto da potersi considerare una sorta di tradimento della tradizione di Piccoli Brividi.

Un reboot non adatto per i nostalgici né per le nuove generazioni

La serie reboot di Piccoli Brividi cerca di unire una storia articolata nel corso di diversi decenni, con un gruppo di liceali che si ricollegano con ciò che è accaduto anni prima allo studente Harold Biddle, personaggio scomparso misteriosamente. L’attenzione dei ragazzi verso questo caso porterà a scoprire delle cose che riguardano anche il passato dei loro genitori.

E se il soggetto di questa serie reboot di Piccoli Brividi può apparire anche come interessante, la sostanza lo è molto di meno. La serie fatica a prendere ritmo, con i personaggi protagonisti che s’incartano in situazioni che attirano poco, senza riuscire a creare la giusta amalgama con la storia, e la giusta empatia con lo spettatore. Le atmosfere horror sono molto sfumate, e sfociano più in una sorta di fantasy dark, ed il sense of wonder che in qualche modo è il marchio di fabbrica di Piccoli Brividi si vedere raramente.

E se il soggetto di questa serie reboot di Piccoli Brividi può apparire anche come interessante, la sostanza lo è molto di meno.

Il fatto è che questo reboot intriga già poco di suo a livello narrativo e di messa in scena, ma, ancora di più fa storcere il naso il fatto che sia associato ad un brand quali è quello di Piccoli Brividi. L’idea di rendere protagonisti degli adolescenti, anziché dei pre-adolescenti, così come è sempre accaduto nelle storie canoniche di Piccoli Brividi, portava già di suo la serie in un campo più complicato.

Una delle caratteristiche di base di Piccoli Brividi è stata sempre quella di unire humour, paura e ingenuità. Il fatto di mettere al centro della storia dei ragazzi adolescenti rende il tutto un po’ più smaliziato. Ma stiamo parlando di un’operazione che ha funzionato con Fear Street. Nel caso della serie di film Netflix che ha preso ispirazione da un altro titolo di R.L. Stine, in quel caso l’idea di rendere più adulta la trasposizione ha creato un effetto positivo.

In Fear Street il gioco con le epoche, con una storia che saltava dagli anni Novanta fino a tornare più indietro nel tempo, riusciva a dare efficacia all’effetto nostalgia, alla base temporale di Piccoli Brividi, ed alle storie del suo autore. La serie di libri di R.L. Stine è fortemente legata al mondo analogico, degli anni Novanta, ma anche quello anni Ottanta. Insomma, dell’era pre-digitale.

Ma, anche questo poteva essere un problema superabile. Alla fine, il nocciolo della questione non sta nel fatto se i personaggi di Piccoli Brividi tengano o meno in mano un cellulare, ma, serve che quantomeno risultino spostati in una dimensione in cui tutto può accadere. Invece, in questo reboot sembra essere tradito lo spirito dell’opera originale.

Quanto conta il sense of wonder

In questo Piccoli Brividi i protagonisti sono smaliziati, le situazioni horror sorprendenti che accadono risultano essere troppo poco efficaci per offrire quel sense of wonder caratteristico delle storie tratte dai libri. Poteva essere interessante l’idea di creare una trama lineare e non una serie di storie antologiche, capaci di unire personaggi e situazioni presenti in Piccoli Brividi. Ma è tutto presente in proporzione minima, al punto da far pensare ad una serie che voglia citare Piccoli Brividi, senza però averne acquisito i diritti.

Ed invece Disney+ ha tutto il potere economico e creativo di poter lavorare con il materiale delle storie di Piccoli Brividi di R.L. Stine, ma non ha saputo che farsene. In tutto ciò sembra come se sia stato utilizzato il nome di un brand di richiamo per creare una storia che, teoricamente, dovrebbe attirare delle nuove generazioni a Piccoli Brividi.

Disney+ ha tutto il potere economico e creativo di poter lavorare con il materiale delle storie di Piccoli Brividi di R.L. Stine, ma non ha saputo che farsene.

Ed in realtà questo reboot allontana di sicuro le vecchie generazioni, quelle degli attuali trentenni che sono cresciuti leggendo le storie di R.L. Stine. Ma non è detto che questo modo di raccontare delle storie avvicini le nuove generazioni che, a questo punto, potevano risultare molto più attratte da una serie ad effetto nostalgico, magari ambientata negli anni Novanta, e capace di richiamare un certo sense of wonder.

Anche la fotografia delle puntate del reboot di Piccoli Brividi non riesce a intrigare. Viene tutto improntato verso i colori scuri, mentre nella serie anni Novanta (con tutti i suoi difetti) l’elemento di base, sotto questo punto di vista, era il contrasto di colori, la vivacità, e l’effetto fumettoso. In questa nuova serie, invece, di fumettoso ci sta ben poco. Ed alcune delle trovate più interessanti (c’è qualche effetto sorpresa finale ben riuscito) sono buttate qui e lì senza avere altre situazioni narrative e di messa in scena abbastanza intriganti per creare un seguito.

Cosa ne resta di questo reboot di Piccoli Brividi? Verrebbe da dire l’amaro in bocca. Perché un prodotto che è stato veramente originale ed intrigante negli anni Novanta, e che avrebbe tutte le basi per proseguire con la sua capacità di trasmettere sense of wonder anche di questi tempi, viene tradito e imbrigliato in schemi che non gli appartengono. Una grande occasione sprecata, e, speriamo che, a questo punto, non sia l’ultima.

         Piccoli Brividi è presente su Disney+ dal 13 ottobre.

50
Piccoli Brividi
Recensione di Davide Mirabello

La serie reboot su Piccoli Brividi tradisce lo spirito dei libri di R.L. Stine, e non riesce a essere intrigante né a livello di trama, né attraverso la messa in scena.

ME GUSTA
  • Qualche colpo di scena e citazione fanno intravedere il vero Piccoli Brividi.
FAIL
  • Una storia che concettualmente tradisce lo spirito della serie di R.L. Stine.
  • La trama non riesce a intrigare e si fa fatica a empatizzare con i personaggi.